Alternativa: un cammino difficile

L’UNIONE PER BATTERE BERLUSCONI È UNA BUONA COSA, MA CERTI ENTUSIASMI SONO FORSE ECCESSIVI. PASSI AVANTI, LIMITI E AMBIGUITÀ IRRISOLTE

1. Non è davvero facile prevedere se la Federazione riformista riuscirà effettivamente a diventare – secondo l’immagine lanciata da Piero Fassino al recente Congresso dei Democratici di Sinistra e subito largamente ripresa dai suoi alleati – il “timone” che con riconosciuta autorità sarà alla guida dell’alleanza che nel 2006 contenderà, con forti probabilità di successo, a Berlusconi e alla destra la direzione del paese. Personalmente ho più di una riserva (ma ritornerò più avanti su questo punto) a proposito dell’ottimismo, che a me pare eccessivo, con il quale nel centro sinistra si continua a guardare ad una scadenza elettorale ancora relativamente lontana.
Quali che possano essere, infatti, i risultati delle imminenti elezioni regionali (scrivo questo articolo una decina di giorni prima del voto), sembra a me ragionevole, per diversi motivi interni e internazionali di cui è doveroso tenere conto, mantenere un atteggiamento più prudente e problematico.
È però indubbio che i quattro partiti che hanno dato vita alla FED sembrano aver superato il momento di grave difficoltà al quale erano pervenuti dopo l’euforia seguita alle amministrative della tarda primavera, nello scorso anno. Quando – cioè – le divisioni e le polemiche si erano venute moltiplicando fra loro e al loro interno, anche sulle questioni apparentemente più superficiali (come i nessi e le forme dell’alleanza o le modalità delle intese per le elezioni regionali), tanto da rimettere in dubbio – pareva – la possibilità di unificare, anche solo in forma federativa, formazioni politiche di così diversa origine e matrice ideologica.
Poi, l’andamento e le conclusioni del Congresso dei DS, l’attutirsi dei contrasti sulla Margherita, soprattutto la presenza e l’iniziativa di Prodi, hanno ridato fiato al progetto riformista. E sebbene non si possa dire che i dissensi di fondo siano stati del tutto superati e, soprattutto, che vi sia stato un reale e compiuto chiarimento sugli obiettivi politici e programmatici (dei quali, in verità, si è finora discusso molto poco), la Federazione ha ripreso quota, occupando il ruolo di principale soggetto dell’Unione che si opporrà alla destra.
Ma – non si può non porsi questa domanda – con quali effettive prospettive di successo? E con quali possibilità di dar vita, assieme alle altre forze di centro sinistra, ad uno schieramento che non solo riesca a liberare l’Italia (come, ovviamente, tutti ci auguriamo) dall’attuale governo, ma che giunga anche a tradursi in una reale e non effimera alternativa democratica a Berlusconi e al berlusconismo?

2. Ritengo, in ogni caso, che sia sbagliato pensare che se “ la nave va” – se, cioè, la Federazione riformista è riuscita a cominciare la sua navigazione benché le divergenze interne non siano state del tutto colmate, e anzi continui a mancare una piattaforma politica e programmatica compiutamente e chiaramente definita – tutto ciò sia dovuto solamente ad una considerazione tattica: ossia alla preoccupazione di opporre alla destra uno schieramento di centro sinistra abbastanza compatto e almeno formalmente unito.
Certo, questa preoccupazione ha indubbiamente contato, e ciò è più che ragionevole. Ma c’è qualcosa di assai più sostanziale che oggi unifica – al di là delle pur notevoli differenze di tradizione culturale e politica che continuano a riaffiorare – le forze del centro democratico e della sinistra moderata, dalla maggioranza DS alle componenti laiche e cattoliche della Margherita, dallo SDI, ai repubblicani europei. Si tratta del convincimento, condiviso, che in un mondo dominato da un’unica superpotenza – nel quale il capitalismo non solo ha esteso i suoi confini attraverso i processi di globalizzazione, ma ha rimesso in discussione il compromesso socialdemocratico al quale era stato co-stretto dalle lotte del movimento operaio e soprattutto dalla competizione con l’Unione Sovietica – la sola alternativa di governo concretamente possibile vada ricercata su una linea moderata. Una linea rivolta, sostanzialmente, a contenere e a temperare gli eccessi dell’offensiva neocentrista, confidando in una modernizzazione capitalistica che si concili con le regole della democrazia, sia rispettosa dei diritti civili, assicuri un minimo di equità sociale. È una linea che sul piano internazionale punta sull’obiettivo – ormai fatto proprio, del resto, dalla stragrande maggioranza dei partiti socialdemocratici europei, compresi quelli che hanno esplicitamente criticato le scelte di Blair – di un’intesa fra Europa e Stati Uniti che riesca a moderare la spinta aggressiva della politica di Bush e a sostituire la teoria e la pratica della “guerra infinita” con una più equilibrata gestione degli affari del mondo, pur senza rinunciare, ovviamente, ad una considerazione prioritaria degli interessi degli Usa e dell’Occidente.
Quanto all’Italia, l’obiettivo prioritario è, naturalmente, quello di sconfiggere Berlusconi, ponendo fine (e nessuno può sottovalutare l’importanza che avrebbe questo risultato) all’attacco al regime democratico e agli interessi dei lavoratori che l’attuale governo conduce. Ma l’alternativa programmatica non va al di là, per il momento, dell’impegno – per la verità formulato in termini alquanto generici – di reagire al declino del Paese e di promuovere una ripresa dello sviluppo che si caratterizzi per una meno iniqua distribuzione del reddito: fra i diversi ceti sociali, innanzitutto, ma anche fra interessi privati e fini di valore collettivo (come la scuola, la sanità, la ricerca, i beni e le attività culturali, i servizi per il pubblico, ecc.).
In questo convincimento – che è diventato un sorta di cultura politica condivisa – si ritrovano, di fatto, tutte le componenti che hanno dato vita alla Federazione democratica. Certo, al suo interno non mancano le posizioni differenziate. Vi è chi – è il caso di Rutelli, di Amato, dello SDI, dell’estrema destra DS – rimane di fatto convinto che la modernizzazione del Paese si otterrà proseguendo con coerenza (e proprio su questo polemizza con il demagogismo di Berlusconi) su una linea di rigore, di liberismo, di apertura alle privatizzazioni quale quella intrapresa dal centro sinistra nel quinquennio ‘96-2001; e chi, invece, mostra di avere, almeno in parte, preso coscienza – come non pochi degli esponenti della maggioranza diessina – dei limiti di quell’esperienza, e tende a correggerla in un senso più tradizionalmente socialdemocratico. Ma le coordinate di fondo del progetto politico rimangono quelle in precedenza indicate: non a caso i dissensi e le polemiche non hanno fermato il progetto di avviare, attraverso la Federazione, un processo di unificazione delle forze riformiste.

3. Che cosa hanno fatto, o possono fare, le forze della sinistra cosiddetta alternativa per cercare di qualificare in senso più innovativo la piattaforma politica e programmatica con cui affrontare, nell’anno che ci sta davanti, il confronto con il centro-destra? È chiaro che una risposta a questo interrogativo non avrebbe senso se non fosse impostata in termini realistici; ciò significa che, certamente, è giusto porre il problema di costruire in Italia una vera e robusta forza di sinistra, che vada oltre l’esperienza, pur così importante, del Novecento, e sappia darsi una prospettiva di un sostanziale cambiamento della società nel quadro di un nuovo ordine mondiale. Ma è altrettanto evidente che, nel momento attuale, per sconfiggere la destra in una competizione elettorale regolata da una legge maggioritaria è indispensabile un compromesso con le forze numericamente più rilevanti della sinistra moderata e del centro democratico. Quello che nella situazione di oggi si può pensare effettivamente di ottenere è, in pratica, di spostare il punto di equilibrio di questo compromesso, almeno su alcune questioni di particolare rilievo, in modo da dare una rappresentanza politicamente significativa nella campagna per le politiche del 2006 all’elettorato di sinistra.
Sarebbe certamente un errore sottovalutare ciò che in questo senso già è stato fatto, dopo il 2001, dalle forze della sinistra alternativa, anche grazie allo sviluppo dei movimenti, all’iniziativa dei cosiddetti “girotondi”, alla ripresa delle lotte sindacali. Non solo è dovuto a questa complessiva mobilitazione lo spostamento su posizioni più avanzate di una parte non trascurabile dello schieramento di centro-sinistra anche su questioni di grande rilievo, come il giudizio sulla guerra in Iraq. Ma tale mobilitazione certamente ha pesato tra i fattori che hanno riaperto, nelle file dell’opposizione, una riflessione critica sui limiti dell’esperienza di governo del precedente quinquennio. Se si pensa, però, all’enfasi con cui era stato salutato il 13 per cento ottenuto dalle liste collocate alla sinistra dei partiti che oggi compongono la FED, e se si tiene anche conto della minoranza diessina, è fuori dubbio che questa potenziale sinistra alternativa non ha sinora esercitato, nel determinare la linea con la quale verrà affrontato il confronto con la destra, un ruolo adeguato al peso che essa ha nell’elettorato complessivo.
E ciò soprattutto perché sono finora generalmente mancati, in questo arco di forze, il coraggio e la capacità di rimettersi radicalmente in discussione, per cercar di promuovere, in un confronto aperto e senza pregiudiziali, l’elaborazione di una nuova prospettiva strategica che abbia davvero valore unificante e che possa apparire non meno realistica di quella cui si affida la sinistra moderata. È perciò prevalsa, tra le forze minori dell’area di sinistra, la tendenza a difendere, ciascuna, la propria peculiarità e a rinserrarsi sulle posizioni acquisite.
La forza maggiore – Rifondazione comunista – si è invece rimessa in discussione, ma l’ha fatto soprattutto in modo da mettere a frutto, come maggiore componente di sinistra dell’Unione, il suo peso determinante per la formazione di uno schieramento con aspirazione di governo, piuttosto che con l’obiettivo di dare avvio ad un più ampio processo di unificazione della sinistra di alternativa. Va comunque dato atto a Bertinotti di aver posto senza esitazioni, con la sua svolta repentina, il problema dell’assunzione di una responsabilità di governo, sia pure al prezzo di rinviare ad un futuro imprecisato il necessario confronto programmatico. Non si può tuttavia non notare che la gestione decisamente monocratica del recente congresso del Prc appare assai lontana da quel nuovo modo di fare politica che è da considerarsi essenziale per un effettivo rinnovamento della sinistra.

4. I molti interrogativi lasciati in sospeso da questo processo tortuoso di costruzione dello schieramento – la cosiddetta Unione – che darà battaglia a Berlusconi nelle prossime elezioni politiche sono uno dei fattori che contribuiscono (ritorno all’osservazione iniziale) a far ritenere azzardata una pressione troppo ottimistica sull’esito di tali elezioni.
Certo, è importante che centro-sinistra e sinistra si presentino uniti, come sembra essere ormai acquisito, a questo appuntamento. Ed è ragionevole supporre che possano giocare a loro favore sia il diffuso disagio economico e sociale che c’è nel Paese come gli errori compiuti dal governo e l’arroganza di cui in tante occasioni esso ha dato prova. Ma almeno due dati debbono indurre a una più che ragionevole prudenza. Il primo è che l’accentuato moderatismo che caratterizza le posizioni politiche e programmatiche della Federazione riformista e il fatto che l’Unione si sia costituita più come un’alleanza elettorale che attraverso un confronto attorno ad obiettivi qualificati e ben definiti, lascia aperto il dubbio circa la sua effettiva capacità di mobilitazione dell’elettorato; soprattutto dell’elettorato meno politicizzato (e tale è, nella maggior parte dei casi, quello che più vive in condizioni di acuto disagio sociale), che avrebbe forse bisogno di una piattaforma con una più evidente qualificazione di sinistra.
Il secondo dato è che è difficile calcolare il possibile effetto di cambiamenti internazionali, in particolare della politica di Bush e della destra neo conservatrice, che non mancherà di far sentire il suo peso a favore di Berlusconi e dell’attuale governo. Come non va certo sottovalutata l’incidenza che può avere la netta progressione per una collocazione a destra, che è oggi ostentata, anche da parte delle autorità ecclesiastiche. Sono fattori che solo un forte slancio democratico e di sinistra – uno slancio culturale e ideale oltre che politico – può concretamente controbilanciare. Ma soffia oggi, questo vento? È per questo che la battaglia per il 2006 è ancora da considerarsi tutta aperta. E anche chi, pur senza identificarsi con nessuno dei partiti che la costituiscono, si sente partecipe delle posizioni e delle speranze di una sinistra critica e alternativa, ha un ruolo concreto da svolgere in questo confronto per tanti versi decisivo.