Alternativa e diritti dei lavoratori

*segretario generale Fiom Milano

Nessuno si aspettava un risultato elettorale come quello che gli spagnoli ci hanno regalato.
Evidentemente il ripudio della guerra e, soprattutto, l’indisponibilità a farsi prendere in giro si sono diffusi ben più di quanto ci aspettassimo. Sono state la menzogna scoperta e l’arroganza di Aznar e del suo governo, infatti, a ribaltare un risultato elettorale che i sondaggi davano per scontato.
In questo caso, infatti, la maggioranza degli spagnoli ha utilizzato lo strumento del voto non tanto premiare ma per punire. Per punire un governo che non ha voluto ascoltare il “no alla guerra” gridato a gran voce nelle piazze; per punire un governo che l’11 marzo, nel momento del lutto, ha pensato di utilizzare cinicamente il dolore del suo popolo per risolvere un problema interno, incolpando l’Eta dei tragici attentati di Madrid.
In questi ultimi anni sono stati scritti saggi sulla disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e dei partiti. Ebbene, quell’allontanamento, che è reale, ha prodotto sul piano elettorale due effetti. Il primo, negativo per la sinistra e per chi crede davvero nella democrazia, è l’astensionismo. Il secondo è il rifiuto alla delega in bianco, al voto per una o l’altra forza politica a prescindere dalle affermazioni e dalle azioni dei loro leader.
Con entrambi è indispensabile fare i conti. Dovrebbe averlo capito chi, dopo aver proposto una manifestazione di unità nazionale contro il terrorismo e in contrapposizione all’appuntamento del 20 marzo a Roma, si è ritrovato circondato solo da cronisti il 18 pomeriggio in piazza del Campidoglio.
Evidentemente anche nel nostro paese, come in Spagna, cresce il numero delle donne e degli uomini che non accettano più di farsi prendere in giro.
Così è sulla questione grande del rifiuto della guerra, così è anche sulla questione grande del lavoro.
Come si spiega, altrimenti, la cocciutaggine con cui i lavoratori metalmeccanici hanno continuato a scioperare, a manifestare, ad opporsi all’accordo sul contratto nazionale che la Fiom non ha siglato?
Come si spiega, altrimenti, il prolungarsi nel tempo di un conflitto che ruota attorno al rifiuto della precarietà, alla richiesta di un salario dignitoso e della possibilità di esercitare compiutamente la democrazia nei luoghi di lavoro?
Perché la maggioranza dei lavoratori metalmeccanici da oltre due anni accoglie le proposte della Fiom e si mobilita pure in assenza di risultati eclatanti?
Perché la Fiom chiede che il loro voto sia vincolante sulle piattaforme e sugli accordi. Perché ha scelto di dire loro la verità. Perché è un sindacato serio, che discute alla luce del sole e compie scelte condivise dai lavoratori. E un sindacato serio sente il dovere di discutere del suo
operato e della linea futura quando nel mondo del lavoro irrompono novità devastanti come gli accordi separati e la Leg-ge 30.
Così la Fiom ha deciso di riflettere utilizzando lo strumento più capillare e, insieme, più autorevole e vincolante di cui disponga: un congresso straordinario.
Stanno per iniziare le assemblee nei luoghi di lavoro dove si confronteranno due tesi congressuali. La prima, fatta propria dalla maggioranza del comitato centrale della Fiom, parte da un dato di realtà: l’accordo del luglio 1993 è saltato e non è più riproponibile, non solo perché il padronato lo ha disatteso ma, soprattutto, perché il suo bilancio è negativo.
Dal 1993 ad oggi, infatti, il 10% della ricchezza prodotta è passata dai salari alle rendite (dal 50,2% nel 1993 al 40,2% nel 2003), mentre il potere di intervento dei lavoratori e delle loro organizzazioni nei processi di ristrutturazione è andato via via diminuendo.
L’accordo del luglio ’93, in sintesi, non è riuscito neppure ad equili-brare la perdita del potere d’acquisto
dei salari con il mantenimento della possibilità del sindacato di influenzare le scelte delle imprese e decidere delle condizioni di lavoro. Così negli ultimi dieci anni le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori sono peggiorate; il lavoro diventa sempre più povero e precario, il sistema industriale declina.
Il declino industriale, in assenza di un intervento pubblico, si traduce in ristrutturazioni selvagge, chiusura delle fabbriche e licenziamenti. Il crollo della grande impresa (la Fiat), gli scandali finanziari Parmalat e Cirio e, contemporaneamente, la crisi di un modello fondato sulle piccole e medie imprese riportano al centro del dibattito la necessità di una vera politica industriale ed economica pubblica e di norme che intervengano sulla speculazione finanziaria.
In questo scenario si inseriscono i pesanti attacchi ai diritti dei lavoratori e, soprattutto, al contratto nazionale.
È il contratto nazionale, infatti, la rete che unifica i lavoratori. Ma il mondo del lavoro che vuole l’impresa, composto da schegge sempre più piccole ed isolate, non sopporta più quel collante.
È possibile conquistare per i lavoratori migliori condizioni e salari che abbiano come riferimento l’inflazione reale (più una quota della ricchezza prodotta) attraverso lo strumento del contratto nazionale?
Oppure si possono siglare pessimi contratti nazionali (che di fatto cancellano il contratto nazionale) che stabiliscono parametri accettati di buon grado dalle imprese per poi cercare di stappare regione per regione, zona per zona, realtà per realtà condizioni migliori (come nel caso del contratto degli artigiani)?
E, ancora: l’unità sindacale è un valore a prescindere, oppure i rapporti tra le confederazioni devono essere fondati su precise regole democratiche?
Il voto dei lavoratori deve essere vincolante sulle piattaforme e sugli accordi, oppure si possono siglare intese come quelle degli autoferrotramvieri senza il pronunciamento di tutti i diretti interessati?
Il conflitto sociale è un fastidioso fenomeno da sedare, oppure è la leva di rivendicazioni e azioni che portino a risultati positivi?
Ecco le domande su cui si concentra la riflessione all’interno del congresso della Fiom. Ma prima o poi toccherà all’intera Cgil affrontare questi nodi e decidere, scegliere una linea piuttosto che un’altra.
Si tratta di una scelta che segnerà, almeno per una lunga fase, la natura del sindacato e la realtà del mondo del lavoro.