All’ombra della precarizzazione

*Giovani Comunisti, Ancona

Le giovani generazioni italiane, nel corso della storia nazionale, hanno spesso ricoperto ruoli propulsivi di cambiamento sociale e culturale. Certo sarebbe fuorviante considerare i movimenti degli anni 60/70 oppure la Resistenza partigiana, in cui tanti ragazzi e tante ragazze si sono spesi in prima persona, come un po’ banali pulsioni generazionali “ribellistiche”, ossia slegando dalla contraddizione di classe e dal contesto complessivo della società le aspirazioni di cambiamento espresse dai giovani. Anche oggi nel corpo sociale e tra la maggioranza dei miei coetanei ventenni sembra sempre più diffuso uno scontento, originato dal crescente disagio materiale e morale che sta investendo nuove fasce della cittadinanza. Il problema è che, escluse le tenaci e consistenti minoranze scese in piazza negli ultimi anni contro la guerra ed il neoliberismo, impegnatesi in scioperi e vertenze, molti giovani vivono la propria attuale condizione di incertezza, di atomizzazione e di debolezza con una sconfortante passività.
Molti giovani (e non solo…) non si sentono “cittadini” e spesso non desiderano neppure esserlo, assuefatti ormai alla fatalistica mancanza di tutele, alla difficoltà di comunicazione e di socializzazione dei bisogni e, non da ultimo, assuefatti ai modelli consumisti ed individualisti della cultura dominante. La lotta alla precarietà è perciò una sfida non solo politica o sindacale, ma per noi anche culturale.
Per quanto possa osservare frequentando ed ascoltando i miei coetanei, noto un aumento del pessimismo per il futuro, reso instabile soprattutto dall’incertezza dei rapporti di lavoro. La “flessibilità”, inaugurata negli accordi di concertazione sindacale del luglio 1993, poi sviluppata dal Pacchetto Treu nel 1997, è stata infine portata alle estreme conseguenze dalla legge 30 (più gli innumerevoli decreti successivi) approvata dal governo Berlusconi nel febbraio 2003. Una condizione ormai strutturale di instabilità che colpisce milioni di giovani lavoratori, oggi legata all’ordinaria attività produttiva dell’impresa (non a congiunture eccezionali, come ipotizzato quando venne introdotta la flessibilità) e che non ha generato i taumaturgici effetti promessi per l’economia italiana, sprofondata in una grave crisi, per colpa ad esempio anche di ricette neoliberiste come la deregolamentazione del lavoro(1).
Dopo le grandi conquiste ottenute dal movimento operaio degli anni 50/60/70 a tutela del lavoro dipendente e per l’introduzione della democrazia in fabbrica, culminate (dopo l’autunno caldo) con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970, il capitale nei successivi 20 anni ha trovato delle scappatoie per sottrarsi ai compromessi cui era giunto con il mondo del lavoro. Alcuni esempi a sostegno di questa deduzione: se lo Statuto dei lavoratori si applica alle aziende sopra i 15 dipendenti, maggioritarie nell’economia degli anni 70, il capitale italiano risponde ristrutturando la produzione, ridimensionando numericamente la combattiva classe operaia (fenomeno da ricondurre anche alla terziarizzazione del lavoro) e parcellizzando il lavoro in mille rivoli, dove la democrazia e i diritti non possono, per legge, arrivare. Ancora: il lavoro dipendente ha ottenuto strappandole significative tutele? Bene: il lavoro salariato, che nella forma pratica rimane dipendente dagli altrui interessi economici, viene definito dalla nuova legislazione neoliberista come “parasubordinato” o “autonomo” (introducendo su larga scala collaborazioni, progetti, partite IVA ecc.).Definizione ovviamente di comodo per non dover erogare ai giovani lavoratori interessati i diritti spettanti ai colleghi “dipendenti” che svolgono in massima parte le loro stesse mansioni. Oppure altrettanto ingannevole è l’utilizzo dello staff leasing, la cosiddetta somministrazione di lavoro a tempo determinato, mediata dalle Agenzie per il lavoro, diventata oggi la forma più diffusa delle nuove assunzioni, specie operaie. Per essere chiari: il giovane è formalmente dipendente dell’Agenzia e non, come sembrerebbe ovvio, dell’imprenditore presso il quale è salariato. Questo significa che, ad esempio, l’imprenditore potrebbe assumere 14 lavoratori “tipici” e 100 in staff leasing, bypassando quel groviglio di “lacci e lacciuoli” che è lo Statuto dei lavoratori, il quale, come sappiamo, non è applicato alle aziende sotto i 15 dipendenti. In tal modo i 100 assunti in staff leasing saranno in pratica diretti dall’imprenditore ma risulterebbero dipendenti dell’agenzia di somministrazione, provocando enormi difficoltà alla rivendicazione di diritti comuni, all’organizzazione sindacale e via deregolamentando. Per ripensare a una legislazione del lavoro al passo coi tempi si dovrebbe prendere atto che la produzione tende ad essere ubiqua e frammentata come i luoghi stessi di lavoro. Oggi nuove insidie si tendono alla dignità e alla sicurezza dei giovani lavoratori, che per una parte di questi non sono più solo le perquisizioni delle guardie giurate all’uscita, bensì ad esempio il controllo dei sistemi di comunicazione digitale con cui lavorano, oppure l’accesso alle informazioni riservate sulle loro condizioni di salute. In realtà l’impresa definita “postfordista” controlla meglio di prima, “col guinzaglio lungo”, anche il lavoratore “autonomo”. Al di fuori di ogni esperienza collettiva e di solidarietà tra colleghi, egli resta, in realtà, in una condizione di dura subalternità e dipendenza dall’altrui fortuna, dall’altrui convenienza economica. Ecco perché, in forme adeguate all’attuale situazione di disagio, i principi dello Statuto dei Lavoratori vanno estesi anche alle nuove, piccole, unità produttive e ai nuovi contratti, che altrimenti ne sarebbero scoperti.
Le condizioni oggettive comuni a tutte le nuove tipologie di lavoro introdotte è l’essere salariati, ossia l’essere il “nuovo proletariato”. I giovani entrano (se ci riescono, considerato il tasso di disoccupazione giovanile al 27%) in un mondo del lavoro caratterizzato, ormai regolarmente, da paghe basse, dall’assenza di adeguati ammortizzatori sociali (spesso rappresentati solo, ad esempio, dalla pensione percepita dal padre), dall’incertezza per il futuro, dalla precarietà, dall’individualizzazione della condizione giuridico/contrattuale e dal rischio della disoccupazione che, specialmente al sud, scoraggia molte donne e molti giovani dal cercare un lavoro che spesso non esiste, o se c’è è in nero, pesante, pericoloso, sottopagato.
Per ovviare a questa situazione si potrebbe introdurre, come proposto anche dalla Cgil, un livello minimo di retribuzione oraria assolutamente inderogabile, applicabile a tutte le prestazioni di lavoro a tempo, subordinate e autonome, secondo il modello del salario minimo. Il salario minimo è sperimentato in quasi tutti i paesi europei ma ovviamente non in Italia, come spesso accade per ciò che di buono c’è nell’ Ue. Questo provvedimento serve a proteggere dalle distorsioni marginali del mercato del lavoro le categorie più a rischio di emarginazione e non rappresentate sul piano sindacale, fissando un livello minimo di reddito che possa fungere anche da parametro nel definire sussidi condizionati all’impiego (ad esempio: sgravi contributivi per le retribuzioni al di sopra del salario minimo). L’introduzione nel nostro ordinamento del salario minimo orario universalmente inderogabile offrirebbe dunque una protezione anche ai settori non coperti dalla contrattazione collettiva, ai lavoratori temporanei o occasionali, ai collaboratori autonomi.
Tutti i lavoratori, anche i più giovani, devono avere un valore minimo per un’ora, un giorno del proprio lavoro, per non essere vittime di un’arbitraria tendenza al ribasso salariale dei datori di lavoro, nonostante il boom dei profitti per grandi e medie imprese nel 2004 (2). Un motivo in più per proporre forme di redistribuzione della ricchezza dal capitale al lavoro è che il generale impoverimento dei lavoratori (quindi dei consumatori) provoca, in economia, un ristagno della domanda, e di conseguenza dell’offerta e della produzione, in un circolo vizioso.
Inoltre grandi difficoltà vengono trovate dai sindacati nella rappresentanza dei giovani precari: questi lavoratori, oltre ad essere soggetti al ricatto del mancato rinnovo del contratto qualora creino problemi, sono difficilmente rappresentabili negli interessi collettivi per colpa della miriade di tipologie contrattuali introdotte dalla nuova legislazione. Va ribadito inoltre che la struttura mastodontica dei sindacati confederali “deve ricostruire un patto di fiducia con i lavoratori che garantisca loro il diritto ad avere l’ultima parola su piattaforme ed ipotesi di accordo. In caso contrario, i lavoratori, delusi, andranno alla deriva, affidandosi all’impresa in un rapporto individuale in cui sono destinati a perdere”(3).
Oltre ai bassi salari, i giovano lavoratori subiscono anche un avvilente turn-over (che è il rapporto tra interruzioni del rapporto ed occupati), facendo venir meno il senso di appartenenza del giovane a una comunità produttiva e a una classe. In questo modo vengono meno i principi di solidarietà che dovrebbero legare i lavoratori ai colleghi e al proprio lavoro, nonostante i patetici tentativi di cooptazione come il chiamare i propri sottoposti “collaboratori”. Nella realtà i precari, quasi sempre, subiscono lo svilimento della propria dignità: i continui e immotivati rimproveri subiti, le accuse di incapacità, la continua richiesta di prestazioni anche quando non necessarie, sono una strategia per impedire psicologicamente al lavoratore di rivendicare diritti o aumenti della paga, avendo egli interiorizzato profondamente la propria inadeguatezza o inferiorità.“ Se tutti ti ripetono che non vali niente, alla fine ti convincerai che non meriti di essere pagato di più”, spiega una giornalista americana “infiltratasi” tra i precari (i cosiddetti “lavoratori poveri”) e che ne ha condiviso la vita e le sofferenze.(4) Il turn-over, nel 900, era considerato dannoso non solo dal movimento dei lavoratori ma persino per l’azienda, come teorizzava Henry Ford, il quale lungi dall’essere un filantropo(5) aumentò i salari dei propri operai (i cosiddetti “salari di efficienza”) per stimolarli alla fedeltà aziendale e alla produttività, evitando di dover formare in continuazione nuovi assunti che altrimenti se ne sarebbero andati dopo poco, risparmiando in guardie giurate necessarie per evitare furti e sabotaggi, e ovviamente tenendo a debita distanza dai propri cancelli i sindacati. Oggi il capitale (quello italiano in particolare) ragiona su un’altra lunghezza d’onda: la rottura della concertazione ne è un segno evidente, così come la scelta di massimizzare i profitti finanziari a discapito della produzione reale. Per certi versi il capitale è tornato alla sua prepotente mentalità ottocentesca, con le possibilità di profitti stellari e disinvolte speculazioni caratteristica invece del nuovo millennio.
Sarebbe anche interessante far luce sul livello di formazione professionale degli interinali, costretti di frequente a cambiare ruolo professionale ed azienda, con conseguenti difficoltà oggettive nel poter svolgere le mansioni del nuovo lavoro, senza perciò approfondire gli aspetti riguardanti la qualità del prodotto, dei servizi e, last but not least, della sicurezza del lavoro. Un aspetto questo spesso sottaciuto ma centrale, considerato il bollettino medio di 3 morti “bianche” e decine di feriti al giorno in Italia.
Da non sottovalutare e da rimuovere sono anche le grandi difficoltà di accesso al credito bancario ed ai mutui per i giovani precari. L’Italia, secondo molti analisti economici internazionali (es, World Competi – tiveness Yearbook), risulta agli ultimi posti tra i paesi industrializzati per la facilità di accesso al credito. Il che significa che il mio giovane amico, esperto gelataio salariato da ormai 17 anni, non potrà mai sperare di aprirsi una sua gelateria perché nessuna banca gli presterà, a condizioni accessibili, i soldi necessari. Oppure che la mia amica centralinista a progetto in un call-center, nonostante sia considerata una “libera professionista con partita IVA”, a differenza dei suoi “colleghi” avvocati o notai non otterrà mai il mutuo per comprarsi una appartamento col suo compagno.
Molti giovani oggi si sentono più tutelati nel vivere con i genitori (poiché non riescono a pagare affitti improponibili) e contribuiscono col proprio lavoro alle spese della famiglia. Noi giovani siamo così costretti a rinviare, per cause estranee alle nostra volontà, scelte di vita fondamentali come l’andare a vivere da soli (altro che “generazione mammona che sta a casa fino a 30 anni”!), lo sposarsi e il fare figli, proprio nel periodo in cui si dovrebbero compiere queste scelte improrogabili nel lungo periodo.
A questo proposito è davvero chiarificatrice la recente indagine (6) svolta su un campione di giovani lavoratori atipici dall’istituto di studi politici economici e sociali Eurispes sulla precarietà dei rapporti di lavoro. Intrappolati da un presente di vulnerabilità economica che impedisce loro di tutelare il proprio futuro, milioni di precari sono condannati all’indigenza. I pagamenti irregolari e bassi, l’insoddisfazione delle tutele sociali, il malessere psico- fisico dei lavoratori atipici, l’incertezza per il futuro e per la propria vecchiaia, uniti a una quasi impossibile rappresentanza sindacale di tutta la disarticolata quarantina di figure contrattuali introdotte dalla legge 30 rendono il quadro drammatico. L’economia della sicurezza di cui ha goduto in passato il giovane lavoratore si sta trasformando, da 20 anni sempre più velocemente, in un’economia dell’incertezza per la nuova figura dai connotati molto incerti di cittadino lavoratore.
In ultima analisi urge una inversione di tendenza: per un auspicabile futuro governo di centrosinistra, centrale non deve essere l’interesse dell’impresa ma il fine sociale di essa, come stabilito dall’articolo 42 della Costituzione (7). Non basta: dobbiamo introdurre nuove rigidità normative e contrattuali. La flessibilità può essere vista come uno strumento cui ricorrere solo in via ristretta ed eccezionale; in tal modo risulterebbe in parte accettabile (purché con le adeguate tutele salariali, previdenziali ed assicurative) per l’inserimento nel lavoro dei più giovani, per chi vuole lavorare part- time o per chi, da studente, vuole o necessita di guadagnare qualche soldo, o anche per le necessità di aziende (realmente) in crisi (naturalmente questa eccezionalità dello strumento va trattata con la massima attenzione: già nel Pacchetto Treu questo argomento venne utilizzato come “cavallo di Troia”, come apripista alla precarietà).
Bisogna abolire il caos normativo della legge 30. Dobbiamo ripensare a un meccanismo di adeguamento dei salari/stipendi all’inflazione (scala mobile) e a nuove forme di democrazia, come il referendum sui posti di lavoro per tutti i lavoratori, tipici ed atipici. Per i disoccupati, per i “lavoratori poveri” e per tutti gli esclusi dall’entrata nel mondo del lavoro deve essere garantito un livello di sopravvivenza autonoma, ossia un salario di cittadinanza da vincolare non solo a una prestazione lavorativa ma anche a comportamenti di utilità sociale, riconoscendo valore all’assistenza ai membri della propria famiglia, alla formazione culturale e professionale, alla partecipazione ad attività di volontariato e di promozione ambientale, del territorio e del patrimonio artistico. Un salario di cittadinanza superiore alla soglia di povertà relativa, che svincoli dal ricatto della disoccupazione e del malessere sociale tanti giovani lavoratori e altrettanti disoccupati. Un salario che non stimoli il rifiuto parassitario delle offerte di lavoro tout-court, ma che consenta piuttosto al soggetto che ne fruisce di rifiutare le mansioni peggio pagate (8) o più pericolose, poiché la propria esistenza risulta “assicurata” dal sussidio.
Il lavoratore non sarebbe così costretto ad accettare salari troppo bassi pur di evitare il dramma delle disoccupazione. Inoltre, secondo le leggi basilari dell’economia riguardanti il mercato del lavoro (9), i sussidi alla disoccupazione ma anche il salario sociale consentono parimenti anche ai lavoratori occupati di spuntare ai datori di lavoro dei salari maggiori, in un circolo virtuoso.
Dove trovare i fondi per queste costose politiche, considerato che siamo vincolati al Patto di Stabilità europeo che ci impedisce di sforare il tetto del 3% del rapporto tra Prodotto nazionale lordo e debito pubblico? Potremmo cominciare da subito a trovare i soldi necessari ritirando le truppe dal “pozzo senza fondo” di Nassirya o dell’ Afghanistan (10)…

Note

1 A questo proposito potremmo ricordare che già nel 1993 anche il compianto prof. Massimo D’Antona scriveva, in relazione alle misure di moderazione salariale ed in particolare di flessibilità del lavoro previste dal protocollo del 23 luglio, che l’idea di aggiungere quote di flessibilità nelle tipologie lavorative in Italia era un’idea obsoleta, che ripercorreva sentieri già battuti e che l’allora diritto del lavoro era sufficientemente adeguato alle esigenze di crescita delle imprese italiane.

2 Dati Mediobanca su 2000 imprese.

3 Cfr Maurizio Zipponi, Si può; operai, impiegati, precari, imprese in un nuovo sistema, Mursia 2003, pag. 197.

4 Barbara Eherenreich Una paga da fame; come non si arriva a fine mese nel paese più ricco del mondo, Feltrinelli 2004.

5 Cfr Henry Ford, L’ebreo internazionale, 1920. Questa raccolta dei suoi articoli antisemiti divenne in seguito fonte di ispirazione per gerarchi nazisti come Von Schirac ed Himmler per loro stessa ammissione.

6 Contenuta nel Rapporto Italia 2005.

7 Un contributo analitico interessante ed utile sulla responsabilità sociale dell’impresa è il libro L’impresa irresponsabile di Luciano Gallino, Einaudi 2005.

8 Nell’Italia del 2005 si può lavorare anche per tre euro all’ora, con un regolare contratto di apprendistato.

9 Cfr O. Blanchard Macroeconomia, Il Mulino.

10 Solo per l’anno 2004 l’Italia ha speso 30.642 milioni di dollari (pari all’1.8% del Pil) per le spese militari. Dati ufficiali Nato ripresi dalla tabella http://www.nato.int/docu/pr /2005/p050609.pdf, disponibile online sul sito dell’organizzazione militare atlantica.