Alle radici del travaglio della “cosa rossa”

Il progetto della “cosa rossa” è in crisi. Nonostante l’appoggio apparentemente ampio di cui gode – oltre alle quattro forze politiche direttamente interessate, alcuni giornali (Manifesto e Liberazione), una serie di intellettuali (a partire da quelli che hanno indetto la manifestazione del 20 ottobre, ma non solo) e alcuni settori di movimento (preoccupati per la deriva moderata in atto) – l’operazione di unificazione arranca, lasciando sul campo via via, quote crescenti di insoddisfatti.

Dopo l’episodio della manifestazione del 9 giugno, il problema riemerge oggi con quella del 20 ottobre. Sinistra democratica non ha aderito ed, anzi, chiede esplicitamente che se ne cambi la natura. La proposta di Mussi di optare, anziché per il corteo, per un’assemblea al chiuso non è – ovviamente – una questione di “modalità preferibili”, ma riguarda il senso stesso dell’appuntamento. L’obiettivo, peraltro evidente, è quello di depotenziarla, facendole perdere il carattere originario di iniziativa tesa a modificare l’asse politico del governo per trasformarla in una kermesse sui problemi del paese, priva di ogni velleità di condizionamento del quadro politico.

Naturalmente, dato che l’appuntamento, nelle intenzioni del gruppo dirigente di Rifondazione comunista, doveva costituire il viatico per l’operazione di unificazione, la rottura tende ad assumere una valenza enorme perché potrebbe pregiudicare l’obiettivo strategico, da lunghi anni accarezzato da Bertinotti e dalla maggioranza che si è raccolta intorno alle sue posizioni: la costituzione di un nuovo soggetto che superi l’anomalia comunista – da molti considerata un peso nelle ali – e che sotto l’egida dell’antiliberismo raccolga forze spendibili a livello politico/elettorale.

Per queste ragioni, nonostante le continue crisi che investono il progetto, la sua scarsa efficacia nel condizionare la politica del governo, i continui “stop and go” che ne caratterizzano il percorso, sarà ben difficile che venga abbandonato. Ma questo non toglie il fatto che quella proposta è intimamente debole ed ora se ne vedono sempre di più le ragioni. Il fatto è che di fronte alla nascita del Partito Democratico e alle conseguenze che si producono sull’assetto politico del paese la “cosa rossa” appare sempre più come un a proposta ambigua e tendenzialmente subalterna.

Essa, infatti, è attraversata da due orientamenti difficilmente conciliabili. Da un lato, la tendenza a considerare l’alleanza del centro sinistra come una scelta strategica che non può essere messa in discussione. Dall’altro, la resistenza a subire un processo di omologazione sul piano politico-programmatico per la preoccupazione di perdere consenso sociale. Questi due orientamenti caratterizzano non solo le singole forze coinvolte nel processo, ma al loro interno anche singole componenti. Il punto è che la mediazione fra queste posizioni è oggettivamente difficile.

Non si tratta solo della oggettiva complessità della situazione, in cui l’esigenza di una svolta della politica del governo richiederebbe una capacità di iniziativa che invece è fortemente limitata dalla precarietà della coalizione e dai rischi di una riscossa delle destre. Il punto fondamentale è come in prospettiva la “cosa rossa” si collocherà nel nuovo assetto in gestazione del sistema politico/istituzionale. La questione è decisiva e, in ultima analisi, rimanda all’operazione politica sottesa alla nascita del Partito Democratico.

Le recenti uscite di Veltroni con l’enfasi posta sulla riduzione della tasse, le esternazioni degli amministratori locali del futuro partito impegnati in discutibili operazioni sulla sicurezza, gli inviti di Rutelli a verificare alleanze di nuovo conio, non sono solo il riflesso di una scelta contingente, mirata ad operare uno sfondamento al centro, ma l’anticipazione di un disegno di lungo periodo, mirante alla ristrutturazione irreversibile del sistema politico in chiave bipolare. In questo disegno, il Partito Democratico non si propone di essere una delle componenti di una alleanza democratica e progressista ma di esserne il fulcro, l’elemento decisivo, il baricentro politico e programmatico.

Non c’è spazio in questa visione per la disomogeneità delle coalizioni. L’ha sottolineato anche Veltroni: il Partito Democratico ha una vocazione maggioritaria. Ma non solo nel senso della volontà di conseguire la maggioranza parlamentare, ma anche di esercitare un’egemonia sostanziale all’interno del proprio schieramento politico. Ciò significa che, in prospettiva, alle forze di sinistra verrà lasciata una alternativa: o omologarsi a questo disegno accettando la primazia del Partito Democratico, o essere espulsi dall’assetto bipolare.

I gruppi dirigenti della “cosa rossa” cercano di barcamenarsi di fronte a questa opzione sempre più stringente. Le loro divisioni nascono dalle diverse propensioni presenti al loro interno. Quel che é certo è che una mediazione è praticamente impossibile. In gioco, infatti, vi è non tanto una scelta contingente, quanto una opzione di natura strategica. Alla fin fine bisogna scegliere fra una omologazione sempre più pronunciata all’opzione del Partito Democratico, magari ritagliandosi il ruolo di una sinistra presentabile, comunque senza velleità alternative. Oppure, lavorare per una sinistra anticapitalista , non omologata, che contempera la possibilità di condurre la propria battaglia anche al di fuori del sistema dell’alternanza bipolare.

La “cosa rossa” se sarà, se cioè si concluderà con l’unificazione delle attuali forze politiche, vedrà ragionevolmente prevalere la prima delle due opzioni, perché la pulsione governista troverà una fortissima sollecitazione, oppure manterrà il carattere ibrido che già ora si intravede, esponendosi al rischio di lacerazioni e alla necessità di defatiganti mediazioni. In entrambi i casi il suo destino è in larga misura segnato. A differenza di quanto teorizzano alcuni suoi sostenitori, anziché costituire l’alternativa al Partito Democratico è destinata a diventarne subalterna o comunque a svolgere un ruolo marginale.

L’alternativa è solo una. La costituzione a sinistra del Partito Democratico di due forze: una socialista con vocazione di governo, ma non necessariamente moderata, e un’altra comunista e anticapitalista, che non assume la dimensione del governo come pregiudiziale, anche se non la esclude a priori. Fra queste due sinistre può crescere un rapporto, una convergenza sulle cose da fare, nel tentativo di contrastare la pulsione iper-moderata del Partito Democratico. Un esito molto più convincente di un assembramento equivoco, con identità debole e posizioni contrastanti.