Allarme NATO!

La dimensione della presenza militare Usa in Italia viene illustrata nel rapporto ufficiale del Pentagono Base Structure Report 2005: le forze armate statunitensi posseggono nel nostro paese 1.614 edifici, con una superficie di 892 mila metri quadri, e hanno in affitto 1.190 edifici, con una superficie di 886 mila m2. Il personale addetto a tali basi ammonta a 14.000 militari e 5.140 civili, per un totale di circa 20 mila.

L’esercito Usa ha proprie basi in Veneto e Toscana. Alla Caserma Ederle di Vicenza è stanziata la 173a brigata aviotrasportata, che opera nel quadro della Setaf, la task force del sud Europa agli ordini del Comando europeo delle forze armate Usa, la cui «area di responsabilità » include 91 paesi e territori da Capo Nord al Capo di Buona Speranza. Fu la 173a brigata, nel marzo 2003, ad essere proiettata per prima nel Kurdistan iracheno. A Camp Darby (Livorno) vi è la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree impegnate nell’area mediterranea, nordafricana e mediorientale.

L’aeronautica Usa ha proprie basi in Friuli-Venezia Giulia, soprattutto ad Aviano (Pordenone). Qui sono schierate la 31st Fighter Wing e la 16th Air Force che, dotata di caccia F-16 e F-15, ha il compito di pianificare e condurre operazioni di combattimento aereo anche in Medio Oriente.

La marina Usa ha il suo centro principale a Napoli, dove è stato trasferito il quartier generale delle Forze navali Usa in Europa che prima era a Londra: la sua «area di responsabilità » comprende 89 paesi in tre continenti (Europa, Africa e Asia, Medio Oriente compreso), da Capo Nord al Capo di Buona Speranza e, ad est, fino al Mar Nero.

La marina Usa dispone inoltre della base aeronavale di Sigonella e di quella della Maddalena, alla cui funzione di base di appoggio per i sottomarini nucleari si è aggiunta quella di base di appoggio delle operazioni belliche in Medio Oriente e nei Balcani: all’inizio della seconda guerra contro l’Iraq, i sottomarini Usa di stanza alla base della Maddalena hanno attaccato dal Mediterraneo, con missili da crociera, Baghdad e altri obiettivi.

Le strutture Nato a disposizione degli Usa sono molteplici. Al primo posto è il Joint Force Command di Napoli: lo comanda un ammiraglio statunitense, il quale è allo stesso tempo comandante delle Forze navali Usa in Europa e comandante della «Forza di risposta della Nato» che, composta attualmente di 17mila uomini, potrà essere «dispiegata in qualsiasi parte del mondo entro 5 giorni». A Taranto, vi è il quartier generale della High Readiness Force (Maritime), una forza marittima di rapido spiegamento che, al momento dell’impiego, sarebbe come le altre inserita nella catena di comando del Pentagono.
Come documenta un rapporto ufficiale del Pentagono (Report on Allied Contributions to the Common Defense, July 2003), l’Italia contribuisce nella misura del 34% al costo economico del mantenimento di basi e forze statunitensi sul nostro territorio. Tale “contributo”(o meglio tributo), che nel 2001 ammontava su base annua a 324 milioni di dollari, è sicuramente aumentato in quanto tutta la struttura militare statunitense in Italia è in fase di potenziamento.
Le implicazioni di tale processo risultano più evidenti se si esamina ciò che sta avvenendo in alcune di queste basi.

CAMP DARBY

Camp Darby, la base logistica dell’esercito statunitense situata tra Pisa e Livorno, potrebbe essere raddoppiata. Plenipotenziari statunitensi stanno infatti conducendo colloqui riservati per ottenere un’altra area su cui costruire una seconda base da affiancare alla prima. La zona potrebbe essere la piana di Guasticce, sempre tra Livorno e Pisa, vicino all’interporto e allo scolmatore (che verrebbe reso navigabile con chiatte) dove è disponibile una superficie di un milione di metri quadri. La nuova base sarebbe probabilmente gestita da un contrattista del Pentagono con personale civile.
La notizia è esplosiva ma non inattesa. Camp Darby è la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, nordafricana e mediorientale. Secondo il rapporto Base Structure Report 2005, essa comprende 136 edifici con una superficie di 60 mila metri quadri. E’ l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (Carri M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni (comprese quelle a uranio impoverito). Il loro numero, secondo dati parziali forniti da Global Security, potrebbe superare il milione e mezzo. Altre strutture per il rifornimento e l’addestramento, comprendenti 327 edifici in proprietà e 58 in affitto, si trovano in tre località in provincia di Livorno e in due in provincia di Pisa. A Coltano (PI) vi è un importante centro di telecomunicazioni.
Con la fine della guerra fredda, Camp Darby, come le altre basi Usa e Nato in Italia, ha acquistato una importanza ancora maggiore. Da qui è partita gran parte degli armamenti e altri materiali usati dall’esercito e dall’aviazione Usa nelle due guerre contro l’Iraq e in quella contro la Jugoslavia. Ora, nel quadro della ridislocazione delle forze Usa dall’Europa settentrionale e centrale a quella meridionale e orientale, il Pentagono ha necessità di aumentare la capacità della base, ormai satura. Non basta però potenziare le installazioni interne e allargare il Canale dei Navicelli che la collega al porto di Livorno. Occorre altro spazio per costruire una seconda base.
Il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi (Ds) ha dichiarato che la notizia, anche se non ufficiale, è credibile. Ha quindi aggiunto «La dove si aprissero elementi di trasparenza anche in rapporto alla base militare di Camp Darby già esistente, se ne potrebbe discutere. Certo che guarderemo con ben minore simpatia se invece questa proposta si circonderà di segretezza e di logiche esclusivamente militari». A parte il fatto che la costruzione di una base militare risponde sempre a logiche esclusivamente militari, il sindaco di Livorno dovrebbe sapere che tipo di trasparenza c’è da aspettarsi dal comando di Camp Darby.
Come è emerso dalle successive inchieste dei giudici Casson e Mastelloni, Camp Darby ha svolto sin dagli anni ’60 la funzione di base della rete golpista costituita dalla Cia e dal Sifar nel quadro dei piani segreti «Stay Behind» e «Gladio»: qui furono addestrati i neofascisti pronti a entrare in azione e conservate le armi per il colpo di stato. Camp Darby ha a che vedere anche con la tragedia del Moby Prince del 10 aprile 1991, in cui perirono 140 persone: quella notte nel porto di Livorno era in corso una operazione segreta di trasbordo di armi dirette probabilmente in Somalia (come ben documenta E, Fedrighini in “Moby Prince”, ed. Paoline).
Nel 2000 – secondo notizie raccolte da Global Security e mai smentite – a Camp Darby si rasentò la catastrofe. Il soffitto di alcuni depositi pieni di missili, testate esplosive, proiettili e detonatori, aveva cominciato a cedere. Fu quindi necessario rimuovere, in una operazione durata 12 giorni in piena estate, oltre 100mila testate e proiettili esplosivi. La rimozione, estremamente rischiosa, venne effettuata con speciali mezzi teleguidati e robot. Tutto, naturalmente, nel più assoluto segreto. Le stesse autorità civili italiane furono tenute all’oscuro. Ancor più la popolazione che, durante l’estate, cresce di numero essendo questa una località di villeggiatura.
La realtà è che Camp Darby, come le altre basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano è inserita nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratta a qualsiasi meccanismo decisionale italiano. The Shell Agreement – il memorandum d’intesa tra i ministeri della difesa di Italia e Usa sull’uso di installazioni/ infrastrutture da parte delle forze statunitensi in Italia, stipulato il 2 febbraio 1995 durante il governo Dini – non intacca questo “principio” in quanto attribuisce alle autorità italiane compiti relativi alla sicurezza della base, non facoltà di stabilirne l’uso.
In tal modo il Pentagono sta trasformando sempre più l’Italia in trampolino di lancio della «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est. E’ una strategia non solo militare, ma politica: per superare le resistenze che vengono da quella che Rumsfeld definisce la «vecchia Europa» (impersonificata da Germania e Francia), Washington fa leva sugli amici più fedeli (e soprattutto ossequienti), tra i quali si distingue l’Italia.

LA MADDALENA E ALTRE BASI IN SARDEGNA

Anche la base de La Maddalena, finita la guerra fredda, è divenuta ancora più importante nella strategia statunitense: alla sua funzione di base di appoggio per i sottomarini armati di missili a testata nucleare si è aggiunta quella di base di appoggio delle operazioni belliche in Medio Oriente e nei Balcani. Nelle due guerre contro l’Iraq e in quella contro la Jugoslavia, i sottomarini riforniti e assistiti da questa base hanno attaccato gli obiettivi dal Mediterraneo, usando missili da crociera Tomahawk a testata convenzionale (non nucleare) con gittata di oltre 1.100 km. E, dato che la strategia statunitense prevede altre guerre, la base de La Maddalena deve ora essere ampliata e potenziata.
Rientra in tale quadro la sostituzione della nave appoggio Simon Lake, nel 1999, con la più moderna Emory Land: dotata di 13 ponti e 913 settori specifici, con un personale di 1200 marinai e tecnici, essa è in grado di rifornire e riparare simultaneamente 12 sottomarini. E’ progettata per assistere in particolare i sottomarini da attacco della classe SSN 668 Los Angeles: nati per la guerra sottomarina contro le forze navali sovietiche, queste unità hanno assunto successivamente anche altre funzioni, tra cui quella di attacco di obiettivi terrestri con missili Tomahawk e di incursione in territorio nemico con forze speciali. Sono per questo armati, oltre che di siluri Mk-48, di missili Harpoon e Tomahawk, sia a testata convenzionale che nucleare.
Tutto questo però non basta. Il Congresso statunitense ha infatti stanziato 18 milioni di dollari per un piano di potenziamento in cui si prevede addirittura di triplicare la base. La fine della guerra fredda non ha dunque fatto diminuire, ma aumentare i pericoli derivanti dalla base de La Maddalena. Anzitutto quelli dovuti agli incidenti dei sottomarini a propulsione nucleare, dei quali la popolazione e anche le autorità sono tenute all’oscuro. Le uniche notizie che si hanno sono quelle sfuggite alla cappa del segreto militare.
Il 22 settembre 1972, ad esempio, entra nella rada de La Maddalena, per esservi riparato, il sottomarino Ray danneggiato da un urto contro il fondale; il 19 giugno 1982, la nave appoggio Orion lascia l’ormeggio di S. Stefano per riparare, poco lontano, un altro sottomarino danneggiato; il 13 novembre 2002, il sottomarino Oklahoma City resta danneggiato in una collisione nel Mediterraneo e viene quindi portato a La Maddalena; il 25 ottobre 2003 si incaglia nelle acque dell’arcipelago maddalenino il sottomarino Hatford: il contrammiraglio Stanley parla di «incidente di piccola entità», ma silura i vertici della base che vengono destituiti. La possibilità di fughe radioattive e di altre sostanze pericolose, sia in caso di incidenti che di normali riparazioni, è dunque reale. Il sistema di rilevamento è stato lasciato a un livello inaffidabile, nonostante che a La Maddalena si siano verificati diversi casi di malformazione cranica dei neonati che potrebbero derivare da inquinamento radioattivo. La possibilità di un incidente catastrofico è reale: tra i compiti della nave appoggio Emory Land vi è quello di «riparare e testare i sistemi nucleari», ossia i reattori (in genere ad acqua pressurizzata) a bordo dei sottomarini. Così l’Italia, che con il referendum del 1986 ha deciso la chiusura dei reattori elettronucleari, è esposta a un rischio ancora maggiore. Non si può neppure escludere la possibilità di una esplosione che, pur non innescando una reazione a catena nucleare, diffonderebbe radioattività in un vasto raggio. La Maddalena potrebbe così divenire una nuova Cernobyl.
Il nuovo piano di evacuazione, preparato nel 2003 dai ministeri dell’interno e della difesa «in sostituzione di un precedente piano classificato » (ossia ignoto alla popolazione), appare del tutto inaffidabile: in 60 minuti dovrebbero essere evacuate 15 mila persone. Come il primo, sarebbe rimasto a conoscenza di pochi se l’Unione Sarda non ne avesse pubblicate alcune parti.
Vi è infine un aspetto non meno pericoloso: La Maddalena, che non è una base Nato ma solo statunitense, rientra a tutti gli effetti nella catena di comando del Pentagono. Pur essendo in territorio italiano, essa è quindi sottratta a qualsiasi meccanismo decisionale italiano. Quando e come deve essere usata viene deciso a Washington. Così, quando il governo statunitense decide di attaccare un paese, l’Italia è automaticamente coinvolta indipendentemente da qualsiasi decisione parlamentare.
La base de La Maddalena è integrata da una rete di altre basi e infrastrutture militari (di cui è stato redatto un elenco da Carta, Peacelink e altri): a Tempio (Sassari), Torre Grande di Oristano, Sinis di Cabras e Capo Frasca (Oristano) vi sono basi radar e centri eleborazione dati; a Monte Arci e Santulussurgiu (Oristano) e nell’ Isola di Tavolara (Sassari) vi sono stazioni di telecomunicazioni. Si aggiungono a queste due basi missilistiche a Monte Limbara (Sassari) e Perdasdefogu (Nuoro). La Sesta flotta usa, inoltre, il porto di Cagliari quale base di appoggio e Capo San Lorenzo (Ca) quale zona di addestramento. La Us Air Force usa gli aeroporti di Decimomannu ed Elmas (Cagliari). A Monte Urpino e Salto di Quirra (Cagliari) vi sono depositi di munizioni e poligoni missilistici. E, come se non bastasse, da Capo Teulada (Cagliari) a Capo Frasca (Oristano), vengono usati circa 100 km di costa e oltre 7mila ettari di terreno (più altri 70mila di zona “off-limits”) quale poligono di tiro per esercitazioni aeree ed aeronavali della Sesta flotta e di altre forze della Nato. Si aggiungono a questi altri impianti in uso alle forze armate italiane.
La popolazione sarda è quindi costretta a vivere in una sorta di grande base militare e subirne le conseguenze. Tutto ciò violando le stesse leggi italiane. Ad esempio, il decreto legislativo n. 230 del 17 marzo 1995 stabilisce che, riguardo ai rischi derivanti da «eventi accidentali in navi a propulsione nucleare in aree portuali» (art. 115), «le informazioni devono essere fornite alle popolazioni senza che le stesse ne debbano fare richiesta e devono essere accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza» (art. 129). Tutto questo non avviene invece a La Maddalena. Viene violato anche il Memorandum d’intesa italo-statunitense (The Shell Agreement) sull’uso di installazioni e infrastrutture da parte delle forze statunitensi in Italia, sottoscritto nel 1995 dal governo Dini. Esso stabilisce (contro la Costituzione) che, in una base come quella de La Maddalena, il comando Usa ha piena libertà di azione, ma «la responsabilità per la sicurezza esterna è assegnata esclusivamente alle autorità italiane» (art. 15) e «il trasferimento di materiale pericoloso (carburante, esplosivi, armi) nello spazio territoriale italiano» deve avvenire in «conformità alla legislazione italiana» (art. 16). Cosa che non avviene né a Maddalena, né in altre basi.

LE BASI NAVALI DI TARANTO

Con l’inaugurazione della nuova base navale di Chiapparo nel Mar Grande, Taranto ha ora non una ma due basi militari: accanto alla nuova, che si estende su 60 ettari, resta quella del Mar Piccolo col suo arsenale e un deposito sotterraneo di rifornimento dell’aeronautica. La costruzione della base, integrata con quella aerea della marina a Grottaglie, è venuta a costare oltre 200 milioni di euro (un significativo contributo allo sviluppo del Mezzogiorno), di cui un terzo a carico della Nato. Si tratta quindi di un porto militare che sarà usato, oltre che dalla marina italiana, da quelle degli altri paesi Nato, soprattutto dalla U.S. Navy.
Taranto ha quindi tutti i requisiti per essere sede di una terza base navale, quella della Sesta flotta statunitense che dovrebbe lasciare Gaeta. L’ambasciata Usa a Roma ha iniziato una serie di missioni esplorative e, a quanto si sa, il Pentagono ha già stanziato milioni di dollari per la sua realizzazione. Il previsto trasferimento della Sesta flotta a Taranto rientra nel piano di ridislocamento delle forze statunitensi dall’Europa settentrionale e centrale a quella meridionale e orientale, dove vengono stabilite nuove basi così che il Pentagono possa avere «la massima flessibilità nel proiettare forze in Medio Oriente, Asia Centrale e altri potenziali teatri bellici».
In tale quadro è stato deciso di trasferire da Londra a Napoli il quartier generale delle Forze navali Usa in Europa. La U.S. Navy avrà così tre basi fondamentali in Italia: a Napoli il comando dell’intera area, alla Maddalena i sottomarini nucleari, a Taranto il quartier generale delle forze navali di pronto intervento e probabilmente quello della Sesta flotta, composta da 40 navi, 175 aerei e 21mila uomini.
L’importanza strategica di Taranto è confermata dalla decisione, presa dagli Stati uniti nel 1998 d’accordo con il governo D’Alema, di collegare la base navale al sistema C4I (comando, controllo, comunicazioni, computers e intelligence) della marina Usa. Sulle isole Cheradi, di fronte a Taranto, c’è già un’antenna di 120 metri che collega la base navale con il Centro della marina Usa per la «interoperabilità dei sistemi tattici» situato a San Diego in California. A Taranto è stato così installato un centro di comando e spionaggio del Pentagono (l’unico nell’area mediterranea) che, collegato a uno analogo nel Bahrain, viene usato anche per le operazioni militari in Iraq.
Le conseguenze di tutto questo per Taranto sono negative, sia in termini di danni economici derivanti dalla militarizzazione, sia in termini di pericoli derivanti dall’attracco di unità navali statunitensi a propulsione nucleare. Per evitare collisioni con tali unità, il «Piano di emergenza » della marina militare italiana prevede la sospensione del traffico commerciale (nel porto arrivano circa 350 petroliere l’anno). Ancora più negative le conseguenze generali per l’Italia: con il centro C4I, con la nuova base navale Nato a disposizione anche della marina Usa e la probabile terza base per la Sesta flotta, Taranto diviene uno dei principali trampolini della «proiezione di potenza» statunitense verso sud ed est, che lega ancor più il nostro paese alle scelte di Washington proiettandolo nelle guerre decise oltreatlantico.

LE ARMI NUCLEARI USA IN ITALIA

Secondo il rapporto U.S. Nuclear Weapons in Europe, pubblicato dal Natural Resources Defense Council, gli Stati uniti mantengono 480 bombe nucleari in otto basi aeree in sei paesi europei della Nato: 150 in tre basi tedesche; 110 in una base inglese; 90 in due basi italiane e altrettante in una turca; 20 rispettivamente in una base belga e in una olandese.
Delle 90 bombe nucleari schierate in Italia, 50 si trovano ad Aviano e 40 a Ghedi Torre (Brescia). Sono bombe tattiche B-61 in tre versioni, la cui potenza va da 45 a 170 kiloton (una potenza equivalente a 170 mila tonnellate di tritolo, 13 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima).
Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi, che dispongono complessivamente di 300 bombe (ciascun aereo ne può portare da 2 a 5); F-16 e Tornado dei paesi europei della Nato, che hanno a disposizione complessivamente 180 bombe. Tra questi, i Tornado italiani che sono armati con 40 bombe nucleari (quelle tenute a Ghedi Torre).
Lo spiegamento delle armi nucleari statunitensi in Italia e altri paesi europei è regolato da una serie di accordi segreti, che i governi europei non hanno mai sottosto ai rispettivi parlamenti. Quello che regola lo schieramento delle armi nucleari Usa in Italia è lo «Stone Ax», il piano segreto di cui parla William Arkinnel suo libro Code Names. Esso non solo dà agli Usa la possibilità di schierare armi nucleari sul nostro territorio, ma stabilisce il principio della «doppia chiave», ossia prevede che una parte di queste armi possa essere usata dalle forze armate italiane una volta che gli Usa ne abbiano deciso l’impiego. A tal fine, rivela il rapporto, piloti italiani vengono addestrati all’uso delle bombe nucleari nei poligoni di Capo Frasca (Oristano) e Maniago II (Pordenone).
In tal modo l’Italia, facente parte con gli Usa del «Gruppo di pianificazione nucleare» della Nato, viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari che, all’articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente». Come se non bastasse, nell’aprile 1999 il governo D’Alema ha sottoscritto, senza sottoporlo al parlamento, un accordo sulla «pianificazione nucleare collettiva» della Nato in cui si stabilisce che «l’Alleanza conserverà forze nucleari adeguate in Europa, con caratteristiche di flessibilità e capacità di sopravvivenza tali da essere percepite come un elemento credibile ed efficace nella strategia atlantica di prevenzione dei conflitti».
Tale strategia, consistente nel «prevenire i conflitti» tenendo gli altri sotto mira con le proprie armi nucleari, fa propria la «Direttiva 60» promulgata nel 1997 dal presidente Clinton: essa stabilisce che le armi nucleari non solo continuano a essere puntate su Russia e Cina, ma possono essere usate contro «stati canaglia» e perfino contro «soggetti non-statali che minaccino gli Stati uniti, le loro truppe all’estero e i loro alleati con armi di distruzione di massa», anche non nucleari.
Nello schieramento delle armi nucleari statunitensi in Europa, l’Italia svolge un ruolo particolarmente importante in quanto le sue basi sono più vicine alla regione mediorientale. Non è escluso quindi che le 24 bombe nucleari che la Grecia ha chiesto agli Usa di riprendersi siano trasferite ad Aviano, la cui capienza è di 72 bombe, il doppio rispetto a quella di altre basi europee. Ghedi Torre, la cui capienza è di 44 bombe, è invece quasi al completo: infatti, quando nel 1993 è stata disattivata la base di Rimini, le bombe nucleari che vi erano schierate non sono state riportate negli Stati uniti ma trasferite a Ghedi Torre.
Abbiamo dunque sul nostro territorio 90 bombe nucleari, cui si aggiungono quelle della Sesta Flotta, soprattutto le testate dei missili a bordo dei sottomarini da attacco con base a La Maddalena. Come documenta il rapporto, vi sono crescenti problemi di sicurezza relativi alla conservazione di queste armi. La stone ax, l’ascia di pietra, è appesa a un filo sulle nostre teste.

LA DUPLICE FUNZIONE DELLE BASI USA IN EUROPA

Quale sia il ruolo strategico delle basi statunitensi in Europa, e quindi anche di quelle in Italia, risulta evidente dal Rapporto presentato il 9 maggio 2005 al Presidente e al Congresso degli Stati uniti dalla Commission on Review of Overseas Military Facility Structure of the United States.
Agli inizi del nuovo millennio gli Stati uniti costituiscono «la principale entità politica, economica e militare del mondo: raramente la storia ha visto una potenza dominare la scena internazionale in modo così unilaterale». Tuttavia questa potenza dominante, «impegnata nella guerra globale al terrorismo e nel conflitto armato in Afghanistan e Iraq», viene «sfidata da un ambiente internazionale di confronto e ostilità potenzialmente intensi: chiaramente abbiamo di fronte rivali che reagiscono alla nostra preminenza internazionale e, altrettanto chiaramente, altri emergeranno nel futuro».
Da qui l’importanza della struttura militare statunitense d’oltremare, che «deve servire sia a breve termine che nei decenni avvenire». «La rete globale delle basi statunitensi è lo scheletro su cui si modellano la carne e i muscoli della nostra capacità operativa», il cui scopo principale è quello di «perseguire i nostri interessi nel mondo». In tale quadro «la presenza statunitense in Europa resta cruciale per la futura stabilità globale».
Le basi Usa in Italia ed Europa costituiscono i Forward Operating Sites (Siti operativi avanzati) che, «mantenuti in caldo con una limitata presenza militare statunitense a carattere rotatorio», sono rapidamente «espandibili» per operazioni militari su larga scala in una vasta area comprendente, oltre all’Europa orientale, il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa. Importante a tal fine è il «preposizionamento» di armamenti ed equipaggiamenti, così che le forze che arrivano dalle basi negli Stati uniti e in altri paesi possano essere immediatamente dotate di tutto il necessario per la guerra. Tra i più importanti siti del preposizionamento statunitense figurano Aviano, Livorno e Sigonella. Contemporaneamente le basi statunitensi in Italia ed Europa servono a «mantenere l’influenza e la leadership statunitensi nella Nato: nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi, la leadership può essere mantenuta ». Importante, a tal fine, è «dissuadere la Germania e la Francia e potenzialmente altri a creare una forza militare alternativa alla Nato attraverso lo sviluppo di una forza militare sotto comando e controllo dell’Unione europea, bypassando così la leadership statunitense nella Nato».
E’ dunque un documento ufficiale al massimo livello a dichiarare esplicitamente che la presenza militare statunitense in Europa serve non solo a proiettare forze nelle aree di interesse strategico, ma a mantenere l’Europa sotto la leadership statunitense.