Algeria: speranze e contraddizioni

Algeri.
L’ultima volta che sono stato in questo che è oggi, insieme a Palestina e Iraq, il paese arabo che paga il prezzo più tragico della strategia occidentale di riconquista coloniale, intorno a sei lustri fa, era al potere l’unico presidente di cui si veda il ritratto in giro, specie nelle cerimonie: Houari Boumedienne. Il colonello Boumedienne si era sostituito a Ahmed Ben Bella, compagno nella lotta di liberazione, nel 1965. Rimase presidente fino alla morte, nel 1978. E’ l’unico leader di cui la maggioranza degli algerini parla con affettuoso rimpianto. Ben Bella, oggi capo di una piccola formazione socialdemocratica, filoeuropea e morbidamente islamista, non conta più. Ha raccolto qualche attenzione, mesi fa, tra i “globalizzatori dal basso” della grande illusione partecipativa di Porto Alegre. Successori di Boumedienne, come Chadli Bendjedid, o Liamine Zeroual, sono stati sepolti dal degrado etico e politico della classe dirigente, cui non hanno saputo opporsi e con cui erano almeno parzialmente collusi, e dagli orrori del terrorismo integralista, sicuramente eterodiretto, che non sono stati capaci né di debellare, né di pacificare. Dall’aprile 1999 regna Abdelaziz Bouteflika, ultimo grande nome della Rivoluzione, sopravvissuto della Battaglia di Algeri e ministro degli esteri di Boumedienne allorché l’Algeria guidava il grande schieramento dei Non Allineati e Algeri, capitale dei paesi vincitori del colonialismo, o in lotta per la liberazione, era la grande spina nel fianco dell’imperialismo euro-americano all’accanita ricerca della rivincita.
Dell’esperimento socialista di Boumedienne – che ebbe i suoi momenti più alti nell’autogestione istituzionalizzata, nella nazionalizzazione di tutto il settore privato, a partire dagli idrocarburi e escludendo le piccole imprese e proprietà, e in una riforma agraria poi arenatasi nelle secche delle carenze burocratiche – rimane poco più di qualche opera pubblica, le imponenti strutture universitarie e scolastiche, grandi complessi industriali da ammodernare (oggi sotto la manomorta delle multinazionali), miseri residui di stato sociale, parecchia nostalgia nei settori poveri, diciamo il 60%, della popolazione di quasi 30 milioni, metà sotto i 25 anni. Il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), partito unico della rivoluzione, divenne partito di regime al servizio di una dirigenza inetta e parassita e dalla fine degli anni ’80 ci sono decine di partiti la cui attività principale è arrabattarsi per fette di potere e di patrimonio nazionale, spesso con qualche potente referente esterno. Un po’ di sinistra autentica è custodito nella CGTA, Confederazione Generale dei Lavoratori Algerini, nella quale i comunisti rappresentano la forza preponderante.
Bouteflika, diversamente dal suo detestato entourage, non suscita né entusiasmi, né odii. Qualcuno ritiene che potrebbe far bene, se non fosse circondato da una corte di notabili corrotti, incompetenti e arruffoni, militari in testa, e non subisse formidabili pressioni neocoloniali franco-statunitensi in feroce competizione tra di loro. Il suo ritratto, diversamente da quanto succede negli altri paesi del Sud, non si vede che nei luoghi deputati, un po’ come quello dei presidenti europei.

Si dice che sia in ritirata, dopo l’accordo concluso tra Bouteflika e il FIS (Fronte di Salvezza Islamico), il terrorismo fondamentalista, misterioso e dissennato più di qualsiasi terrorismo conosciuto, paragonabile forse solo a quello ceceno – col quale è imparentato – dei sequestratori e narcotrafficanti dei picciotti CIA Shamil Basajev e Aslan Mashkadov. L’estate è trascorsa con un bilancio di poco più di 300 vittime (100.000 in dieci anni), quasi tutte rivendicate dalle cellule locali del Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) di Hassan Hattab, compagno d’arme sia di Basajev che di Osama Bin Laden, e dal Gruppo Islamico Armato (GIA) di Antar Zouhar.
Nel 1999 il FIS (Fronte Islamico di Salvezza), formazione autenticamente algerina e apparentemente meno infiltrata e manipolata dall’elemento wahabita, di matrice saudita, era rientrato nell’agone civile dopo l’annullamento della sua vittoria elettorale del 1992 e dopo l’esperienza terrorista, ma risulta fortemente indebolito sul piano del consenso. Durante la mia permanenza di circa 12 giorni, sono state due le grandi stragi islamiste, sempre nel sud-ovest del paese, zona degli idrocarburi, una di 17 e una di 7 vittime. Nel complesso dell’anno si è registrato una diminuzione delle vittime del 58% rispetto a tre anni fa, anche se nelle ultime settimane il terrorismo islamico ha voluto insanguinare la stessa Algeri, forse a dimostrazione che i suoi sponsor in Occidente non stanno ottenendo da “Boutè” tutto quello che pretendono in termini di occupazione dell’economia algerina. .

“Colpi di coda”, sentenzia Dauadi Miloud, islamista della Sorbona e dell’Università Boumedienne, autorevole editorialista di politica internazionale a Le Quotidien, giornale moderato, moderatamente critico del potere. “Anche se gli avversari di Bouteflika, in particolare i kabili, rigorosamente contrari all’amnistia, giudicano fallita la strategia di riconciliazione nazionale, è un dato di fatto che la clemenza e il reintegro offerti ai terroristi che non hanno compiuto eccidi ne hanno pesantemente sfoltito le fila. Che ora gli attentati si limitino essenzialmente alla regione dei giacimenti di petrolio e gas, dove si sta verificando una gigantesca penetrazione finanziaria e tecnica straniera, fa riflettere su quali siano la natura e gli obiettivi dei terroristi”.
Già, quali sono natura ed obiettivi di uno dei fenomeni terroristici apparentemente più demenziali del mondo? Un terrorismo che colpisce alla cieca, mai in alto, sempre tra inermi e ignari contadini, pastori, nomadi, che dunque non cerca un consenso che potrebbe sorgere da rivendicazioni sociali, democratiche o culturali, come sarebbero invece quelle che alimentano la contestazione berbera nell’est del paese, in Kabilia. Miloud ha una spiegazione. “Non mancano le prove di istigazioni esterne, in particolare di Marocco e Arabia Saudita. Sono stati catturati numerosi elementi “afgani” provenienti dai campi di Bin Laden e lo stesso generale Massud, leader dell’Alleanza del Nord ucciso lo scorso settembre, teneva in prigione terroristi addestrati da Osama Bin Laden e destinati al Kosovo, alla Cecenia e all’Algeria, o a suo tempo operativi in quei paesi. Il loro compito è semplicemente destabilizzare il paese, indebolirne le istituzioni, perché abbiano compito più facile gli interessi delle multinazionali straniere che si contendono il controllo sulle nostre risorse energetiche. Il sostegno popolare a queste formazioni terroriste si è disintegrato dopo la catastrofica prova di incapacità che gli islamisti del FIS hanno dato allorché assunsero, vincendo agli inizi degli anni ’90 le elezioni amministrative, il controllo di tutti gli enti locali del paese”. Ecco perché non ci fu poi quella gran protesta quando il governo annullò il secondo turno delle elezioni che avevano visto, nel primo, prevalere il FIS. Molti ritennero che più che un attacco alla democrazia, si potesse interpretare quel provvedimento come la difesa di una democrazia laica e sostanzialmente più tollerante e aperta di quelle vantate negli altri paesi del Maghreb.
Passeggiamo all’ombra dell’enorme, ma insolitamente sobrio monumento ai martiri della liberazione nazionale che, da un colle, domina la Kasbah, con le sue ondate di casupole bianche che precipitano a mare, il porto, la distesa, scintillante nella canicola, di un Mediterraneo che oggi, più che porta verso il mondo, con le sue scarse navi ormeggiate al largo e il suo bacino semivuoto, pare una saracinesca chiusa sulle aspirazioni degli algerini. “L’Arabia saudita lavora per la reazione araba e finanzia e arma i terroristi; ci sono prove e confessioni”, prosegue lo studioso. “Quanto al Marocco, da un lato si tratta dell’antica rivalità per l’egemonia nel Maghreb, da decenni imperniata sul contrasto circa il futuro del Sahara Occidentale. Dall’altro di un’aggressione all’indipendenza algerina a favore del ritorno neocoloniale francese”.

E l’accusa, uscita su alcuni giornali italiani, che sarebbero anche gli stessi militari a compiere stragi per darne la colpa agli islamismi, un po’ come in tutto il mondo arabo si sospetta sia successo per le torri gemelle? Il mio interlocutore ha un moto di indignazione: “Tutto si può attribuire a questo regime, corruzione, clientelismo, prevaricazioni, subordinazione agli stranieri, fuorché di essere così imbecille da destabilizzare il proprio malfermo potere. La diceria, fomentata soprattutto da centrali di disinformazione legate alla CIA, trova un pretesto nel fatto che spesso i terroristi allestiscono posti di blocco e si travestono da gendarmi o militari. In Algeria non c’è nessuno che in buona fede voglia accreditare una simile panzana”. Lo studioso tende piuttosto ad accreditare una mano statunitense nella decennale opera di sabotaggio terrorista. “Si ripete una strategia che ha i suoi paralleli in Kosovo, Macedonia e Cecenia. La manovalanza è la stessa: integralisti wahabiti algerini, marocchini, kuwaitiani, pakistani, ceceni, in gran parte addestrati nelle terre dei Taleban. Visto che non è un mistero per nessuno che sono stati la CIA e il servizio segreto pakistano SIS, alla CIA infeudato, ad avere messo in piedi quella rete internazionale del terrorismo, che ora, secondo alcuni, si sarebbe ribellata contro i suoi creatori, viene ovvio concludere che qui si stia tentando quanto si è attuato in Kosovo e altrove, quando le forze secessioniste indigene sono state addestrate e rafforzate, per conto degli USA, dagli uomini di Bin Laden.”
Interessante è anche rilevare, come hanno fatto alcuni esperti di servizi USA, che nei territori algerini degli idrocarburi si è recentemente installata anche la “Brown & Root”, società della holding “Halliburton”, una delle più grandi multinazionali del petrolio e delle sue infrastrutture, presieduta fino a pochi mesi fa dal vicepresidente – e “uomo forte”- statunitense, Dick Cheney. Quella “Halliburton” che con la “Brown & Root” ha costruito e gestisce la nuova base USA in Kosovo, “Bondsteel”, e che sta costruendo le colossali strutture del “Corridoio 8” per il trasporto degli idrocarburi dal Mar Nero all’Adriatico passando per Bulgaria, Macedonia e Albania. Gli organismi internazionali per lo studio del narcotraffico, a partire dall’Osservatorio Geopolitico sulla Droga di Parigi, hanno rilevato la curiosa coincidenza tra la presenza degli uomini e delle strutture della “Brown & Root” e quella di importanti crocevia del narcotraffico, in specie dell’eroina di provenienza afgana (circa l’80% del consumo mondiale, controllato ormai più dall’Alleanza del Nord che non dai Taleban; un affare planetario affidato dalla CIA ai suoi terminali indigeni).
Girando per la luminosissima – e nel primo autunno ancora sudaticcia e ansante – Algeri si attraversano, dall’interno verso l’esterno, vari gironi. Nel cuore dell’immensa metropoli da 3 milioni e passa, con le periferie affollate dai profughi delle mattanze integraliste e del degrado agricolo, provocato questo, oltrechè dall’affossamento della riforma agraria di Boumedienne, da sette anni di terribile siccità, formicola la cittadella della Kasbah, un tempo mitico covo del milieu malavitoso franco-algerino, poi roccaforte della resistenza. Ne uscivano, rischiando il collo nel passaggio per le barriere francesi, che ne avevano fatto un ghetto, donne e bambini con i cestini e le sottane piene di tritolo destinato agli alberghi e caffè di lusso dei militari e dei pieds noires. Un “terrorismo” che più tardi venne da tutti consacrato “guerra di liberazione”.

Il nostro caracollante autobus, sottratto al trasporto urbano per spostarci tra campus, aule universitarie, visite alla città, gite nei dintorni marini, attraversa una gigantesca discarica le cui combustioni impestano occhi e narici per chilometri. “È il simbolo di questo paese”, sogghigna in perfetto francese ( lingua che i kabili, discendenti dei nomadi europidi dei primordi, e che per idioma hanno il tamazight, preferiscono all’arabo) lo studente di legge e finisco in mezzo a un’accesa quanto corretta e sorridente diatriba con una studentessa araba, pure di giurisprudenza, che invece si esprime in inglese e si professa dell’ala socialista dell’FLN. Non se ne cava molto più che “Il regime non è democratico, non ci riconosce i diritti fondamentali” e, all’incontro, “Siete voi che minate la democrazia lavorando per chi punta allo sfascio”; oppure “Guarda che tra i terroristi islamici non ci sono berberi” e, di rimando, “Ma se siamo più laici noi di voi!”. Finisce con il capolinea e con pacche sulle spalle.
Per saperne di più toccherebbe spostarsi a ovest, in Kabilia, a Tizi Ouzou, capitale berbera e scena delle manifestazioni che si sono susseguite dopo l’uccisione, in un commissariato, di un dimostrante ventenne, Massinissa Guermah, il 20 aprile scorso. La Kabilia non è pacificata, anche se il movimento pare attraversare una fase di riflusso. Durante il Festival Mondiale della Gioventù, grande vetrina anche del governo, non ci sono state che due manifestazioni: una marcia di 10.000 bloccata sull’autostrada alle porte di Algeri, e un sit-in nel giorno di chiusura, davanti all’Università Boumedienne, sciolta senza fatica e senza vittime. Poi, il 20 agosto, un’altra manifestazione, in tono minore anch’essa. Per sapere se sia fuoco sotto le ceneri, o rogo in via di consunzione bisognerebbe recarsi in Kabilia. Ma da stranieri non si può.

Iniziò quasi subito l’arretramento dell’Algeria, dopo la fine della presidenza Boumedienne (1965-1978) con la quale il paese aveva raggiunto una posizione di grande prestigio nel contesto mondiale, guidando, insieme a Tito e Fidel, lo schieramento dei Non Allineati e sostenendo le lotte di liberazione dei paesi del Sud del mondo. Qualche scivolone e poi, aiutato dall’inettitudine e dalla corruzione di gran parte della sua classe dirigente e dallo scatenarsi del più sanguinario e apparentemente insensato terrorismo fondamentalista, un precipitare sempre più rapido verso il dissesto economico, l’erraticità politica, la guerra civile. Fenomeni endogeni, nei quali, però, hanno svolto un ruolo oscuro, ma determinante, potenti forze esterne che miravano alla neocolonizzazione di un paese dotato, più dei suoi vicini magrebini, di risorse umane e ricchezze minerarie. Lo sviluppo dell’industria pesante, su cui tutto aveva puntato l’Algeria post-rivoluzionaria, venne bloccato a favore di un’industria leggera mai veramente decollata. La riforma agraria, timida in partenza, fu minata da corruzione, assegnazioni clientelari e anni di spaventosa siccità. L’amministrazione locale andò a pezzi per l’incompetenza e la corruzione anche peggiore del FIS (Fronte di Salvezza Islamico), che se ne era impadronito vincendo a man bassa le elezioni municipali in tutto il paese. Sotto il presidente Zeroual, l’esercito, custode, insieme all’ FLN (Fronte di Liberazione Nazionale, partito unico fino all’introduzione del multipartitismo dopo la morte di Boumedienne), della “rivoluzione popolare e socialista”, ha abbandonato ogni remora etica e si è dato al saccheggio dello Stato. La maggiore attività produttiva, a parte quella degli idrocarburi, è stata per anni un’enorme, cataclismatica espansione edilizia che ha contribuito alla formazione di una classe di speculatori e nuovi ricchi senza scrupoli.
Arrivato nel 1999 alla presidenza, l’ex-ministro degli esteri Abdelaziz Bouteflika, si è trovato alle prese con un paese alla frutta. Solo da poco si riparla di questioni di fondo, come la gestione del territorio, il potenziamento e la razionalizzazione dell’industria degli idrocarburi, lo smaltimento dei rifiuti, la protezione ambientale, le case ai senzatetto, il reperimento nel Sahara di nuove risorse idriche, altre, più eque assegnazioni di terre, investimenti produttivi. Tutto questo, però, purtroppo sotto un segno nuovo: quello delle privatizzazioni e del massiccio ingresso di capitali e controlli stranieri, favoriti da una perniciosa gestione del debito “consigliato” dal solito apripista della neocolonizzazione USA, il Fondo Monetario Internazionale. La corruzione, intanto, resta endemica.

È in questo scenario che ha fatto irruzione, a metà degli anni ’90, il solito direttore d’orchestra, appunto l’FMI, avvoltoio di ogni forma di vita in difficoltà. Letizia, islamista e profonda conoscitrice di storia e cultura algerine, ponte culturale tra Italia e paesi del Maghreb, arriva a parlare di una “salutare svendita”. Salutare, perché, pur minando la sovranità economica, e dunque l’agibilità politica interna e internazionale, secondo lei la ricetta dell’FMI e l’arrivo delle multinazionali, attenuerebbero la tragedia di una disoccupazione che rasenta la metà della forza lavoro e alimenta in buona misura le contestazioni di vari settori della società, Kabilia compresa. “Priorità assoluta”, dice, “è un’effettiva pacificazione interna e questa la ottieni soltanto dando posti di lavoro, un reddito, un’abitazione per le decine di migliaia di giovani coppie che vegetano negli angoli delle case parentali”.
L’indirizzo consigliato da Letizia, pare condiviso in pieno dal governo. Leggo in una botta sola, nello stesso giorno:”Il governo si è riunito per avviare l’organizzazione e la gestione della privatizzazione di tutte le imprese economiche pubbliche” (la famosa Sonatrach, ente petrolifero pubblico, è già stata privatizzata a metà). “Si tratta anzitutto – è scritto, e la formulazione ricorda tremontismi nostrani – di semplificare ed accelerare il processo decisionale per lo sviluppo degli investimenti e lo snellimento burocratico”. “Sono state finalizzate le pratiche per la richiesta di adesione all’organizzazione Mondiale del Commercio”. “Iniziato il processo di armonizzazione della legislazione tariffaria algerina con le regole del commercio internazionale”. Sulla pagina di fronte:”La multinazionale anglo-americana BP investe 2,5 miliardi (il 65% dell’impegno complessivo,il resto lo mette la Sonatrach) di dollari nel gas algerino”.
Quest’ultimo è il più cospicuo investimento USA di una serie recente e foltissima di interventi nell’industria energetica e infrastrutturale algerina. Alla BP si associano per i lavori infrastrutturali i colossi USA, “Brown & Root”, la già menzionata multinazionale del vice presidente Cheney, e Bechtel, che invece fa capo all’ex-ministro della difesa di Clinton. Si tratta di sfruttare 71 nuovi pozzi in grado di sputare 200 miliardi di metri cubi di gas, uno dei più grossi affari mai conclusi al di fuori delle riserve di caccia USA in Arabia Saudita e negli sceiccati. Molto significativo un articolo nella pagina successiva che racconta come l’Air France, compagnia di bandiera, abbia rinnovato il suo boicottaggio degli scali algerini e non preveda di riprendere i voli tra territorio metropolitano e l’ex-colonia. È il simbolo dell’ostracismo inflitto da Parigi a un paese che De Gaulle aveva sperato di tenere legato alla Francia concedendogli, negli anni ’50, la parificazione con la “madrepatria”, e che aveva dimostrato, con otto anni di guerra di liberazione, di non gradire.
Non è dunque alla Francia che Bouteflika ha potuto rivolgersi per evitare il baratro economico e sociale in cui l’Algeria è stata precipitata dal decennale pogrom integralista, dalle tensioni sociali, dalla corruzione e dalla rivolta, insieme sociale e culturale, dei berberi della Kabilia. Sbarrata quella porta, ecco che se ne è aperta una, larghissima, all’FMI, con al seguito gli USA. Parigi ha tentato di rispondere nel peggiore dei modi. Non è solo il Moudjahid, solitario quotidiano filo-governativo contro un’armata di giornali d’opposizione, a denunciare i maneggi francesi nella rivolta cabila. Maneggi agevolati dalla forza di alcune rivendicazioni sociali berbere e dalla tradizionale contiguità della popolazione berbera a lingua e cultura francesi. Una contiguità rafforzata da quella che i kabili (circa il 18% di 30 milioni di algerini) lamentano come “l’arabizzazione forzata dell’Algeria”, quando Boumedienne sostituì l’arabo (che, diversamente dal berbero, ha una millenaria tradizione scritta) al francese come lingua ufficiale.
Parlo con l’autore, ovviamente anonimo, di una clamorosa soffiata al periodico londinese Azzaman, nella quale si ventilava un imminente cambiamento di rotta dell’Eliseo nell’atteggiamento verso l’Algeria, sollecitato da interessi economici francesi che male avevano digerito la radicale estromissione dal mercato algerino a vantaggio di inglesi e statunitensi. Mi conferma l’esistenza di un rapporto dei servizi segreti francesi che suggerirebbe alle autorità parigine di farla finita con le vendette post-coloniali e ad affrettare gesti di apertura in direzione di Algeri. Il giornalista, francese, afferma poi di sapere che Chirac, diversamente da un Jospin ancora risentito, avrebbe accolto con favore queste raccomandazioni dell’intelligence, dichiarando ai suoi collaboratori e, in particolare al ministro degli esteri Vedrine, da sempre aperturista, che sarebbe “necessario ed urgente un nuovo approccio nei rapporti con l’Algeria”. Forse il tardivo ripensamento francese arriverà dopo la chiusura della stalla a buoi fuggiti. Resta il fatto che l’infelice paese è forse l’arena araba dove con maggiore virulenza esplodono oggi le contraddizioni tra imperialismo USA e neocolonialismo franco-europeo.

“Per non uscirne definitivamente sbranata, l’Algeria dovrebbe produrre uno scatto di orgoglio nazionale che mobiliti le residue forze sane del paese e sappia comporre il dissidio con la Kabilia”, è la conclusione speranzosa del mio interlocutore. Già, la Kabilia. Il movimento pare, a detta dei giornali d’opposizione meno impegnati a fianco della rivolta, in graduale riflusso. I suoi partiti istituzionali, il Fronte delle Forze Socialiste (FFS) e il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (RCD), entrambi di quel centrosinistra che va di moda oggi in Europa, pur avendo abbandonato la coalizione con l’FLN e altri alleati minori, non sembrano voler seguire le rivendicazioni più radicali dei Comitati di villaggio, gli ouruch, (come quella dell’allontanamento definitivo della gendarmeria, resasi colpevole di una sanguinosa repressione questa primavera) e hanno perso parecchia credibilità La scomparsa dei grandi flussi turistici, una delle basi dell’economia kabila, ha raffreddato anche gli ardori dei commercianti che, in parecchie occasioni, hanno impedito ai giovani di scontrarsi con le forze dell’ordine. Secondo il prestigioso editorialista, Dauadi Miloud, la denuncia di insufficiente democrazia si è andata gradualmente svuotando “poiché i kabili non possono non constatare come la libertà e il numero dei partiti e dei giornali dell’opposizione, che sparano a palle incatenate contro il governo, non abbia confronti in nessun altro paese arabo, men che mai tra i vicini tunisini e marocchini”.
Come i terroristi integralisti agiscono per la destabilizzazione e, possibilmente, per la disgregazione del paese, non molto diversamente, seppure con metodi ineccepibili, una parte non indifferente del movimento berbero, vicina alla Francia e alle sue ambizioni di rientro economico, da cui spera di guadagnare una maggiore presenza negli organismi di potere, esprime una richiesta di autonomizzazione. Ricorda Le Monde Diplomatique, in un articolo di Ghania Mouffor in cui si denunciano le arretratezze kabile in termini di trinalismo, patriarcato e autoritarismo, le parole del cantante-simbolo della rivolta berbera, Ferhat Merhenni: “La cultura algerina è fondamentalmente tribale e regionalista. Stiamo assistendo al fallimento del nazionalismo… Non si può costruire un bel niente senza il ritorno a una base regionale.” Echi kosovari, o, quanto meno, padani.
Restava dunque, ufficialmente, la richiesta del riconoscimento della lingua, dell’identità, di questa forte autonomia che, nelle intenzioni di Fatma Ourida, esponente del movimento delle donne nello schieramento berbero e presidente dell’associazione “Fatma Soumeur”, intitolata a una pioniera ottocentesca dell’emancipazione femminile, diventa appunto autonomia anche nella scelta di rapporti più stretti con la Francia e le sue organizzazioni della “società civile”. “La Francia rappresenta per noi un faro culturale e politico”, dichiara, “ e ci sostiene nella lotta contro l’arabizzazione, perseguita fin dai tempi dello stalinista Boumedienne. La nostra sponda è l’Europa, non il mondo arabo che ci nega diritti e ignora la nostra diversità culturale. È dal mondo arabo che è scaturito il mostro integralista ( e qui Fatma trascura il ruolo della CIA, ndr), tanto è vero che l’offensiva antislamica non è mai stata portata fino in fondo dal governo. Anzi, hanno addirittura concesso l’amnistia agli stragisti. Oggi il nostro movimento ha messo la sordina, ma è pronto a riprendersi la piazza e anche tutta Algeri fino a quando non sarà instaurato uno stato basato sulla diversità algerina rispetto al mondo arabo e islamico”. Appare chiaro che, almeno a settori del movimento berbero, i recentissimi provvedimenti di Bouteflika non bastino più. Eppure si trattava delle motivazioni centrali della rivolta: la lingua, alla quale il 4 ottobre scorso è stata riconosciuta la qualifica di “nazionale” a parità con l’arabo, e l’inchiesta sul comportamento della gendarmeria la primavera scorsa, culminata con una serie di incriminazioni.
Faccio una piccola provocazione: “Non è che a voi e ai vostri amici d’oltremare stiano particolarmente a cuore i grandi giacimenti auriferi che si trovano in Kabilia e che vi disturba che gran parte delle vostre abbondanti risorse idriche vada ad alimentare l’assetata Algeri?”. E Ourida: ”Loro hanno gas e petrolio. Sarebbe più che giusto che la Kabilia potesse sfruttare anche a suo vantaggio le risorse che possiede. Ma soprattutto devono smetterla con la repressione”.
Un ‘Algeria divisa per linee etnico-linguistiche? “Non chiediamo tanto, ma se non si trova una soluzione equa, potremmo anche arrivarci”.
Ultima parola a Rabah Boukenna, fiabesco personaggio che, alla mia uscita da una trattoria sul lungomare, si presenta come poliziotto e mi offre un passaggio fino al campus dove alloggiamo, 7 chilometri più in là, in piena notte. Facciamo amicizia e la sera dopo mi invita a Staoueli, colorito e festoso sobborgo marino, pieno di palme, famiglie, ragazzini, gelati. Porta un amico ingegnere, già alto funzionario di Stato e ora dissidente e assicuratore privato. I due non sono sostenitori di Bouteflika, ma neanche della rivolta berbera. “Quello che è successo in Kosovo e sta succedendo in Macedonia e Sudan ci ha molto preoccupato”, dice Rabah. “E abbiamo la sensazione che qualcosa di simile, al di là delle sacrosante richieste sociali, si stia preparando per l’Algeria. Ai berberi bisogna dimostrare che non tutto lo Stato è corrotto e incompetente e che alle rivendicazioni si sa rispondere non con le pallottole, ma con comprensione e progetti. E’ che mancano sia la comprensione che i progetti. Siamo in mano ai giganti economici stranieri che più siamo instabili e più ci possono ricattare. Sono convinto che Bouteflika non si sia dimenticato degli ideali della rivoluzione, ma gli sono accanto poche forze sane, i sindacati, qualche pezzo dell’FLN, poco altro.”
E’ che “Boutè” ha fatto del suo meglio nel contenere sia la cospirazione integralista, recuperandone la componente di massa, ma non recidendone il cervello fanatizzato ed eterodiretto, sia la contestazione cabila, cui, dopo la parificazione del berbero e l’incriminazione dei responsabili della repressione, sono rimaste in mano carte meno aggreganti.
Una società soffocata e oppressa come quelle marocchina o tunisina non fa invidia a nessuno. Purtroppo svaporato il protettore sovietico, nel suo ormai totale isolamento internazionale, Bouteflika ha ritenuto di rivolgersi ai cannibali delle multinazionali e ai disgregatori del Pentagono, con, in sottordine, quelli parigini, piuttosto che alle masse diseredate e abbandonate della sua nazione.
Una nazione che nella sua parte popolare e intellettuale, la migliore, non pare avere ancora perso né il ricordo della rivoluzione, né la speranza di un’ emancipazione sociale, economica e politica che i suoi anziani avevano intravisto nella fiera e indipendente Algeria di Houari Boumedienne, padre della patria.