“Alca”: un dispotismo economico

*direttrice di Latino America

L’Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca) è un trabocchetto, è la pretesa di codificare la politica neoliberale. E’ qualcosa di più pericoloso di un accordo commerciale, anzi, secondo l’economista cubano Osvaldo Martínez, il commercio non è neanche la cosa più importante. Ciò che interessa maggiormente agli Stati Uniti, che ne sono i proponenti e gli ideatori, è la possibilità di poter creare condizioni privilegiate per i propri investimenti di capitale, di poter controllare gli acquisti governativi e le politiche di proprietà intellettuale. Dunque, il commercio non è altro che un pretesto per indurre ad accettare un insieme di accordi che trasformerebbe la politica neoliberale in un impegno giuridico e cioè in una gabbia per i governi, tanto quelli attuali che quelli futuri, per uscire dalla quale bisognerà per forza rinnegare gli impegni internazionali sottoscritti.
Certo, da un economista cubano militante e per di più assessore di Fidel Castro, c’è da aspettarsi la critica più spietata ad una iniziativa che proviene dal nemico numero uno dell’isola e della sua rivoluzione. Ma l’allarme lanciato da Cuba fin da quando, in riunioni a porte chiusissime fra il 1994 e il 2001, gli Stati Uniti incominciavano a negoziare il progetto Alca con gli altri paesi delle Americhe, è stato raccolto e ampliato nel corso degli anni e, in conseguenza, il Vertice di Mar del Plata del novembre 2005 si è risolto in uno strepitoso fallimento della politica commerciale dell’Amministrazione Bush in America Latina. Quegli incontri, inaugurati a Miami (Florida) nel 1994 con il nome di Cumbre de las Américas, (dal quale vertice – è ovvio l’unico paese americano escluso è Cuba), dovevano culminare con la creazione di un’area di libero commercio tagliata a misura delle pretese statunitensi, con il pieno consenso della Comunità Europea e del Giappone che ne condividevano la logica di protezione dei loro investimenti, in quanto ne garantiva la sicurezza giuridica, favorendo le licenze e i diritti di proprietà intellettuale delle grandi multinazionali. Infatti, nella logica dell’Alca, che è un trattato negoziato fra gli Stati, le vere beneficiarie sono le compagnie transnazionali (Ctn) mentre la libertà di commercio è ristretta alle industrie con maggiore concentrazione nella regione, cioè ancora alle multinazionali. Quanto alla libera circolazione fra i paesi americani, essa è garantita per capitali, mercanzie e servizi, ma non per le persone giacché se agli industriali è permessa, viene invece negata ai lavoratori in cerca di impiego.
La gestazione dell’Alca inizia con il I Vertice delle Americhe di Miami, quando era ancora udibile l’eco della sollevazione zapatista in Chiapas contro un altro Trattato commerciale, il Nafta. Questa proposta nasce viziata proprio per l’esclusione di un significativo tassello dell’atlante americano, Cuba, che smentisce il proposito di integrazione continentale sbandierato dagli Stati Uniti e dall’ Organizzazione degli Stati Americani (Oea) che aveva convocato quel Vertice. D’altra parte, anche la Commissione Economica per l’America Latina (Cepal) e la Banca Interamericana per lo Sviluppo (Bid), – le altre due grandi istituzioni regionali, in nessuna delle quali è ammessa Cuba -, hanno sempre lavorato per quello che viene chiamato il “Consenso con Washington” e hanno preteso dai paesi americani politiche di riduzione delle spese pubbliche e sociali nonché aggiustamenti strutturali che hanno aumentato le disuguaglianze.

Santiago de Chile (1998) e Québec (2001) sono le altre due tappe dell’iter dell’Alca, che proprio nel 2001 viene presentato ufficialmente come un progetto che avrebbe dovuto essere varato nella sua completezza il 1 gennaio del 2005. Ma qualcosa non ha funzionato e alla conclusione del IV Vertice, quello di Mar del Plata, non è stato possibile nascondere il fallimento del progetto sia pure presentato con il suggestivo nome di Alca light, dunque, con obbiettivi più limitati e sotto l’accattivante e bugiardo slogan “Creare lavoro per affrontare la povertà e rafforzare la governabilità democratica”, belle parole che non hanno incantato né il Presidente dell’Argentina, Kirchner, né il brasiliano Lula, né tanto meno il battagliero Chávez che, senza peli sulla lingua, ha decretato la morte dell’Alca.
L’Area di Libero Commercio, cioè la liberalizzazione dell’economia della regione, è un interesse prioritario degli Stati Uniti e delle classi dominanti del continente che vogliono eliminare le barriere doganali per facilitare la collocazione dei loro beni, servizi e investimenti mantenendo delle misure protezionistiche soprattutto nel settore agricolo e dell’industria automotrice; dunque, apertura commerciale sì ma subordinata agli interessi monopolisti e imperialisti a protezione dei mercati già conquistati dalle multinazionali.
Questo gioco è apparso chiaro fin dal 2003, quando alcuni paesi del continente hanno cominciato a rallentare l’iter dell’Alca inducendo gli Stati Uniti ad accelerare i trattati di libero commercio bilaterali con i paesi maggiormente ricattabili come quelli centroamericani (Cafta), il Cile, l’Ecuador, la Colombia e il Perù mentre, dopo l’insuccesso in Argentina, potrebbe addirittura farsi largo l’ipotesi di ridurre l’Alca escludendo dall’Area i paesi del Mercosur e il Venezuela, secondo un suggerimento del presidente messicano Vicente Fox, sul cui consenso verso Washington non vi è nessun dubbio. Attualmente il Cafta (Central America Free Trade Agreement) non è stato ancora firmato dal Costarica, a causa dell’ostilità dei partiti di opposizione; in Ecuador il rifiuto popolare e indio è deciso. Il leader del movimento, Luis Macas ha dichiarato: “Non permetteremo la distruzione del mercato interno che devasterebbe la produzione agricola che costituisce la base della sicurezza e della sovranità alimentare degli ecuadoriani oltre l’attività di sostentamento di migliaia di indigeni, contadini e abitanti urbani”. Il Cile, neoliberista convinto, è stato il più sollecito a firmare il suo accordo bilaterale mentre Perù e Colombia sembrano orientati a ratificarlo.
A questa strategia commerciale, gli Stati Uniti affiancano una politica di stretti rapporti fra il loro esercito e i militari latinoamericani per gli addestramenti alla controguerriglia, l’apertura di nuove basi militari e la presenza massiccia in zone come l’Amazzonia e il bacino acquifero guaranì alla frontiera fra Brasile, Paraguay e Argentina estremamente interessanti per la ricchezza di risorse e per la biodiversità.
Il pericolo di queste strategie non è sfuggito al vasto movimento popolare sorto nel 2001 a Porto Alegre con il Foro Sociale Mondiale che ha esercitato e continua ad esercitare una forte pressione sulle decisioni dei governi e la cui presenza vivace a Mar del Plata, nel III Vertice dei Popoli ha decisamente condizionato l’esito della Cumbre de las Américas, e le decisioni dei 32 presidenti presenti fra i quali si sono distinti Lula e Kirchner. Lula era già stato un protagonista, nel 2003, a Cancún, in Messico, della V Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), dove si sono fronteggiati gli Stati Uniti, il Canadà, il Giappone e la Comunità Europea contro la Cina, il Brasile, l’Africa del Sud e l’India: G8 versus G21; il mondo ricco e sfruttatore contro l’umanità sfruttata. Quell’incontro terminò con un No del G21 alle proposte del G8, un no alle politiche di favore verso le multinazionali europee e nordamericane libere di schiacciare i paesi impoveriti, e un no allo sterminio delle diversità culturali. Un no che ha significato, per le relazioni commerciali, quello che Porto Alegre ha rappresentato nella politica mondiale.
La proposta statunitense di creare un’area di libero commercio per le Americhe propone più liberismo proprio a quel subcontinente che ne ha visto il fallimento e ne ha pagato lo scotto in termini economici, ambientali e sociali con la crescita della povertà e dell’ingiusta distribuzione delle entrate. Tutto ciò è ben chiaro a gran parte di quelle popolazioni, in particolare alle popolazioni originarie che del modello neoliberista sono state le maggiori vittime e che ne hanno sempre diffidato grazie al loro resistente patrimonio culturale che suggerisce il rispetto per la Pachamama, la madre terra; sostiene una visione collettivista dei beni e cura l’equilibrio della natura evitando di ferirne l’armonia. Da qui deriva l’ostilità manifesta al progetto Alca nei movimenti indigeni del Chiapas, della Bolivia, dell’Ecuador, dei mapuches della Patagonia, del Chocó colombiano, e insieme a loro, l’opposizione politica delle organizzazioni di sinistra e infine, la decisa volontà di ridiscutere il progetto e riformularlo, pena l’abbandono del progetto stesso, degli economisti e dei governanti dei paesi riuniti nel mercato comune australe, il Mercosur, guidati dai colossi del Brasile e dell’Argentina a cui si sono accodati timidamente, l’Uruguay e il Paraguay. Proprio questi paesi hanno espresso con forza la necessità prioritaria di eliminare i sussidi agricoli e industriali con cui gli Stati Uniti proteggono le loro coltivazioni agroindustriali ma anche i servizi, le finanze, le assicurazioni, la salute e l’educazione. La differenza enorme che corre fra il capitalismo avanzato statunitense e le economie degli altri paesi del continente è fonte di squilibrio ed impedisce che l’accordo avvenga fra pari mentre i paesi americani in via di sviluppo diffidano del “trattamento nazionale” che le industrie dell’area dovrebbero assumere insieme all’obbligo di aprire agli acquisti governativi qualsiasi impresa nata nel continente. Si tratta di clausole che finirebbero per blindare le Americhe impedendo la presenza di multinazionali del resto del mondo, siano esse europee o giapponesi. Come qualcuno ha fatto notare, si tratterebbe di una sorta di aggiornamento della dottrina Monroe economica: l’America agli americani, ma a quasi duecento anni da quella infausta teoria, non c’è un solo americano, del sud o del nord, che non abbia capito l’ambiguità di quello slogan la cui giusta lettura è tutta l’America ai nordamericani.
Quale che siano i rischi che ne potrebbero derivare in futuro, la prospettiva di blindare i commerci continentali non sembra all’ordine del giorno nell’agenda di Bush, il quale, ancora fresco del no ricevuto a Mar del Plata, si è recato in visita ufficiale in Cina, il gigante economico emergente che oltre ad essere in possesso di una larga fetta del debito estero statunitense, e ad essere il principale fornitore dei suoi supermercati, sta anche penetrando nel subcontinente sull’onda della spregiudicata politica di sovranità nazionale di Hugo Chávez, ma pure delle urgenti necessità commerciali di Fidel Castro, al quale offre anche investimenti e aiuti nel settore del nichel, del petrolio e del gas; oltre, naturalmente, a mantenere i tradizionali commerci con i paesi americani del Pacifico.
La forza della politica commerciale cinese sta nel cercare abilmente di dribblare la supremazia nordamericana con l’ offerta di un multilateralismo che, attualmente, sembra convenire a tutti.
La decisa posizione di Brasile e Argentina nel Vertice di Mar del Plata non è stata meramente ideologica; si basava su accurati esercizi di simulazione eseguiti dall’Istituto di Ricerca Economica Applicata del Brasile e dal Centro Internazionale del Ministero degli Esteri argentino. Attraverso questa simulazione si trattava di stimare l’impatto prodotto dall’applicazione di un trattato come l’Alca in questi due paesi. In Argentina, secondo i risultati ottenuti, le esportazioni verso gli Stati Uniti crescerebbero di 457 milioni di dollari all’anno, ma i prodotti statunitensi importati in Argentina arriverebbero ai 710 milioni di dollari per cui il saldo commerciale soffrirebbe una perdita di 253 milioni di dollari l’anno per il paese rioplatense. Per il Brasile, l’Alca implicherebbe, secondo questa simulazione, un beneficio di 13 milioni di dollari annuali mentre per gli Stati Uniti di 762 milioni. L’esercizio ha messo in rilievo anche le perdite che soffrirebbe il commercio bilaterale Argentina-Brasile. Per quel che riguarda uno strumento di efficace pressione che gli Stati Uniti utilizzano utilmente, per esempio con il Perù,, il Sistema Generale di Preferenze, gli economisti del Cono Sud ricordano che gli Stati Uniti concedono o rifiutano queste preferenze a loro discrezione. Il decano dei giornalisti argentini, Horacio Ve rbitsky, ha spiegato nei dettagli i risultati dell’esercizio di simulazione che ha consentito al presidente Kirchner, per nulla digiuno in materie economiche, di affrontare Bush e il suo staff di alto livello (dall’ambasciatore John Maisto, al sottosegretario al Commercio Carlos Gutiérrez, al ministro degli Esteri Condoleezza Rice), tacitando il suo stesso ministro Roberto Lavagna, così incline al compromesso da essere stato rimosso dal suo incarico qualche giorno fa. I punti fermi del Mercosur contro il trattato sono la non rimozione dei sussidi agricoli Usa, le differenze nella grandezza delle economie e del livello di sviluppo dei paesi partecipanti e il fatto che non si tenga conto delle necessità e delle sensibilità di tutti i soci. Il più battagliero e deciso avversario dell’Alca a Mar del Plata è stato, però, il Presidente del Venezuela Hugo Chávez che ha partecipato da acclamato protagonista anche al Controvertice dei Popoli.
Nonostante la sbrigativa schiettezza delle sue dichiarazioni, Chávez non ha solo frecce demagogiche al suo arco: il suo governo ha elaborato e sta mettendo in pratica un piano di integrazione interamericana diametralmente opposto all’Alca. La sua Alternativa Bolivariana per l’America Latina e i Caraibi (Alba) è una proposta di integrazione differente, che non risponde agli interessi del capitale transnazionale, non persegue la liberalizzazione assoluta del commercio di beni, servizi e investimenti ma pone l’accento sulla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, esprimendo, in tal modo, gli interessi dei popoli latinoamericani.
Alle dichiarazioni di intenti Chávez fa seguire i fatti: ha avviato la creazione di una rete televisiva interamericana (Telesur), mette le riserve energetiche del suo paese a disposizione di quanti ne abbiano bisogno, stimola nuove politiche agricole, ambientali, educative, sanitarie e culturali e sfida l’arroganza imperiale di Bush. Qualche settimana fa ha acquistato dalla Spagna 8 navi da pattugliamento e 12 aerei militari da trasporto; l’ira di Washington è salita alle stelle minacciando di bloccare la vendita intervenendo sulle componenti nordamericane di quelle apparecchiature.
Chávez non ha perso l’occasione per sottolineare quest’altro tentativo di Bush di imporre il proprio volere al resto del mondo. Altro che libero commercio!