Africa, nuova frontiera della “guerra preventiva” di Bush

Pubblichiamo questo interessante documento del Partito Comunista Sudafricano che, partendo dalla situazione in Somalia e nella regione del Corno più in generale, sottolinea la centralità dell’intero continente africano nella corsa al controllo delle risorse energetiche e nei progetti di “guerra preventiva” di Bush, deciso a contrastare la maggiore influenza di alcuni grandi paesi in via di sviluppo – Cina e India in particolare -, che basano invece le proprie relazioni coni diversi paesi sulla base della non ingerenza e del reciproco beneficio. Nel frattempo, continuano gli attacchi a impianti petroliferi controllati da multinazionali straniere in Nigeria e Niger, mentre a Mogadiscio si combatte ormai quotidianamente tra le milizie del governo provvisorio sostenute dalle truppe etiopi e gli uomini delle Corti Islamiche e di alcuni importanti clan locali. Centinaia i morti e quasi 500.000 gli sfollati, come conseguenza del secondo intervento Usa nel paese a fianco degli aggressori etiopi. La guerra, però, si è spostata sul territorio di Addis Abeba, dal momento che il Fronte di Liberazione dell’Ogaden (territorio etiopico a grande maggioranza somala) ha attaccato un’installazione petrolifera controllata dai cinesi della Sinopec. Con la stessa Eritrea nell’occhio del ciclone, accusata dagli etiopi di fomentare ovunque il terrorismo.l Partito Comunista Sudafricano condanna il recente attacco militare statunitense in Somalia e si schiera per l’immediato ritiro di tutti i contingenti militari Usa dal continente africano.

Il Partito Comunista Sudafricano (Sacp) esprime profonda preoccupazione e assoluta condanna del bombardamento statunitense in Somalia e del successivo dispiegamento di ingenti forze militari sul territorio somalo. Il recente, aperto attacco contro un paese africano negli ultimi sedici anni è destinato ad inaugurare l’applicazione su vasta scala della pericolosa strategia di Bush relativa a energia e sicurezza, destinata a coinvolgere l’intero continente, con riferimento particolare al Corno d’Africa. Vi sono pochi dubbi sul fatto che questi attacchi imperialisti sono destinati a provocare, come in Iraq, una spirale di violenza estrema nella regione. Soltanto il tempo ci dirà della prevedibile riproduzione dei conflitti di matrice clanica o religiosa, dell’intensificazione delle divisioni settarie a sostegno e puntello dell’occupazione statunitense, della militarizzazione del Corno d’Africa. Le potenziali conseguenze potrebbero rivelarsi devastanti per la vita delle popolazioni e per la stabilità della regione del Corno. Contrariamente a quanto dichiarato dalla grande maggioranza dei mezzi di comunicazione occidentali, gli attacchi aerei assassini sono stati completamente arbitrari, volti ad offendere e senza alcuna giustificazione sul piano del diritto internazionale. Tali attacchi dimostrano l’attaccamento dell’amministrazione Bush ad una logica unilaterale e di rapina, il suo completo disprezzo per la vita di fronte al profitto, come per i governi africani e le istituzioni multilaterali, a partire dall’Unione Africana. Il silenzio dei governi africani ha il sapore di una delega complice all’imperialismo. Il fatto che essi abbiano consentito l’utilizzo delle proprie infrastrutture dimostra anche l’effetto-valanga dei raggiri imposti dall’imperialismo a tali governi, sospinti verso imprevedibili accordi militari con Washington. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno elaborato una pericolosa strategia nei confronti dell’Africa, prevedendo una presenza militare diretta nel continente. Essi si sono impegnati ad addestrare truppe africane in manovre offensive, hanno consolidato la propria influenza attraverso un blocco di regimi asserviti, ottenuto concessioni massicce da parte dei governi africani per l’utilizzo di porti e spazi aerei per operazioni offensive contro quelle che vengono percepite come minacce alla loro sicurezza e alle loro esigenze di approvvigionamento energetico. Tutto questo contrasta con il quadro di collasso della strategia imperialista in Medio Oriente, costretta a fare i conti con la decisa resistenza delle forze anticapitaliste, antimperialiste e democratiche. Tale resistenza dimostra al mondo intero la possibilità di complicare significativamente i piani di aggressione dell’imperialismo attraverso una massiccia mobilitazione popolare. Diverse strutture militari statunitensi, dalla squadra strategica di intervento per il Corno d’Africa ai Comandi Centrale, Europeo e Pacifico, hanno posto crescente attenzione al continente, con l’obiettivo di assicurarsi le vaste riserve petrolifere di paesi come Angola, Guinea Equatoriale, Camerun, Repubblica del Congo e Corno d’Africa. L’acquisizione di concessioni per l’esplorazione petrolifera e la successiva estrazione con enormi profitti ottenuti dalle multinazionali Usa relegherà le condizioni di vita delle popolazioni africane in secondo piano. Popoli che potranno essere storpiati come potenziali terroristi. Così come sono destinati ad intensificarsi il degrado ambientale e lo sfruttamento del lavoro. Il Sacp conferma l’opinione che dietro il velo della lotta contro il terrorismo si nasconde una strategia volta a “irachizzare” il Corno d’Africa. Gli Stati Uniti hanno 1.800 uomini nel solo stato di Gibuti, da dove hanno lanciato i recenti attacchi contro la Somalia, ai quali aggiungere diverse strutture in molti paesi africani. L’esercito Usa, con la copertura di diversi programmi di “Assistenza ad Operazioni di Addestramento per Contingenti Africani” (Acota), fornisce assistenza logistica e addestra truppe africane coinvolte in operazioni di mantenimento della pace o umanitarie. Gli Stati Uniti hanno utilizzato con profonda malafede tali programmi per renderli funzionali alle proprie esigenze, formalmente legate alla lotta al terrorismo e al rafforzamento dei reparti di terra. Per assicurarsi una posizione strategica rispetto al petrolio africano, l’amministrazione Bush pare ora maggiormente incline a sostenere regimi apertamente autoritari e consolidare le proprie relazioni con regimi dispotici, come nel caso della Guinea Equatoriale. Il Sacp condanna apertamente gli attacchi militari contro la Somalia e si appella ai governi africani, con un ampio consenso da parte dei nostri popoli, affinché esprimano totale condanna per la politica statunitense in Africa e Medio Oriente. Oltre a questo, i comunisti sudafricani:

a) si appellano ai governi del continente affinché rivedano gli accordi militari che consentono la presenza di truppe Usa in Africa;

b) richiedono il ritiro di tutte le truppe e basi Usa dal continente;

c) si appellano al governo sudafricano, nel suo ruolo di componente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, affinché si attivi contro l’invasione imperialista della Somalia da parte degli Usa e dei loro mandatari etiopi;

d) si appellano all’Unione Africana a porre al centro la risoluzione dei problemi che attanagliano la Somalia.

Da parte nostra, facciamo appello al popolo sudafricano affinché:

a) si mobiliti a favore della pace e della giustizia sociale ed economica, contro il militarismo, l’imperialismo e la guerra;

b) contribuisca a costruire un ampio “Movimento per la Pace”, antimperialista e su base continentale.