Afghanistan: USA e NATO impantanati

*Rete dei comunisti

Che gli Stati Uniti non avrebbero vinto la guerra in Afghanistan lo si poteva intuire sin dai primi giorni dei bombardamenti sul paese a ottobre del 2001. In quei giorni infatti un alto ufficiale statunitense commentava i pesanti bombardamenti a tappeto sui siti dei taliban affermando: “Li lasceremo con solo quello che hanno addosso”. In quella frase, un po’ proterva e un po’ imprudente, emergeva subito l’incapacità dell’apparato militare USA di concepire i costi, le caratteristiche e gli imprevisti di un conflitto asimmetrico come quello che stavano scatenando in Afghanistan. Il generale statunitense, dando dimostrazione della supponenza di chi ritiene di avere la supremazia della forza, ignorava completamente che gli afgani sono molto spesso abituati a vivere tutta la vita con “solo quello che hanno addosso” e che come loro sono centinaia di milioni nel terzo mondo (i vietnamiti trenta anni fa, i somali negli anni Novanta, etc.) le persone che sopravvivono con enormi difficoltà, ma con altrettanta dignità, anche senza i confort dell’american way of life. Non solo. I militari e la leadership USA mostravano di non aver studiato e compreso le negative lezioni sul campo afgano subite dai britannici nell’Ottocento e dai sovietici nel Novecento. Oggi gli Stati Uniti di Obama e i loro alleati della NATO (tra cui l’Italia) sono consapevoli che stanno perdendo la guerra in Afghanistan e che, nella migliore delle ipotesi, potranno rimanere impantanati sul territorio per anni e anni senza sbloccare la situazione. In un conflitto asimmetrico, il radicamento tra la popolazione, la conoscenza del territorio e soprattutto le motivazioni dei combattenti, alla lunga fanno la differenza sull’esito del conflitto stesso. L’amministrazione USA ritiene di affrontare questa sconfitta sul campo aumentando il numero di soldati sul fronte, incentivando i bombardamenti aerei (che producono però moltissime vittime civili) e affiancando all’apparato di occupazione militare un apparato di occupazione civile fondato su quattro fattori: le Ong, la cooptazione di pezzi di popolazione e signori della guerra contro i taleban, investimenti economici più massicci nelle infrastrutture, creazione di un nuovo senso comune di emancipazione in settori della popolazione insofferenti alle persecuzioni religiose dei talebani e alle arretratezze del sistema tribale[1]. Per paradosso, se sostituiamo alle Ong, l’allora PDPA (Partito Democratico del Popolo Afgano) e le sue strutture sindacali, culturali e sociali collaterali, era lo stesso tentativo messo in piedi dall’Urss nell’intervento in Afghanistan conclusosi nel 1989. Anche in quel caso le strutture politiche e civili si erano assunte l’onere della modernizzazione del paese e dell’emancipazione di settori di popolazione a partire dalle donne, dalla scuola, dai servizi civili (producendo risultati positivi oggi inimmaginabili). Anche ai tempi dell’intervento sovietico si era cercato di cooptare alcuni signori della guerra all’interno della Loya Jirgah (la Grande Assemblea) in funzione di separazione e contrasto con i gruppi islamici afgani sostenuti dal Pakistan, dagli USA e dall’Arabia Saudita che si opponevano alla presenza dei militari sovietici. I risultati ci dicono che quella strada fu un fallimento, anche se occorre ammettere che il governo di Najibullah (l’ultimo presidente filosovietico che godeva di una base di consenso assai superiore a quella di Karzai oggi) resistette fino al 1992 nonostante il ritiro dei sovietici nel 1989. Rispetto ai dati forniti in tabella, la presenza militare USA sta di nuovo crescendo, ma se in Afghanistan si sono rotti i denti centinaia di migliaia di militari sovietici, che disponevano di una minima ma organizzata base di consenso interno, come possono pensare alcune decine di migliaia di militari USA e NATO di vincere la guerra afgana? Come possono pensare di alimentare un governo fantoccio e screditato come quello di Karzai? E come possono pensare di sostituirlo con un altro esponente della micro-borghesia urbana di Kabul distante anni luce dall’Afghanistan profondo e sostanzialmente ribelle agli stranieri e ai loro simili? La guerra afgana per gli USA e la NATO è perduta, il rischio è che la consapevolezza di questa sconfitta possa produrre ancora migliaia di morti tra gli afgani e i militari stranieri prima che i governi accettino la strada della ritirata. Ma se questa appare la strada più ovvia, occorre tenere conto di alcune variabili che possono per un verso allungare l’agonia e dall’altro estenderla in un conflitto di più ampie proporzioni. La prima variabile è che il fallimento del primo intervento strategico della NATO, secondo i nuovi criteri varati nel rinnovo del Trattato nel 1999, farebbe “perdere la faccia” a uno degli ultimi strumenti di concertazione tra le potenze occidentali. Il fallimento della missione afgana certificherebbe la fine della NATO. Di questo sono consapevoli e terrorizzati sia gli USA che i governi europei più filo-atlantici. La crisi della NATO sarebbe la fine definitiva di quello che Brzezinski ha definito il “nostro strumento principale per interferire negli affari europei”[2]. La crisi della NATO, segnerebbe dunque l’affrancamento definitivo del polo imperialista europeo dall’ingerenza USA, contribuendo così a quella ridefinizione della mappa dei rapporti di forza mondiali che si va delineando sempre più chiaramente a scapito dell’egemonia globale statunitense.

IL RISCHIO DELL’ESTENSIONE REGIONALE DELLA GUERRA

La seconda variabile è relativa proprio alla consapevolezza degli Stati Uniti di questo cambiamento della mappa dei rapporti di forza mondiali. Perdere in Afghanistan significherebbe perdere il Grande Gioco geopolitico sull’Asia Centrale, ossia condividere l’amara sorte toccata all’Impero britannico un secolo prima. Nasce da qui la tentazione niente affatto nascosta di allargare il conflitto al Pakistan per cercare di non perdere posizioni e soprattutto la partita. “Lo scopo principale degli Stati Uniti dev’essere quello di distruggere, smantellare e sconfiggere al- Qaida e i suoi santuari in Pakistan e prevenire il suo rientro in Afghanistan e Pakistan”- ha detto il presidente statunitense Obama il 27 marzo scorso. È interessante su questo il commento del direttore di Limes, Lucio Caracciolo, secondo cui: “Otto anni di combattimenti non sono bastati agli americani per sconfiggere la piovra jihadista responsabile dell’11 settembre. Quasi il doppio del tempo impiegato dalla nascente superpotenza per vincere le due guerre mondiali, con i decisivi interventi del 1917-18 e del 1941-45. A meno di non considerare Bin Laden più potente degli imperi di Germania e Giappone, occorrerà ammettere che qualcosa non torna”. In primo luogo, è escluso che qualsiasi potenza straniera possa assumere direttamente il controllo dell’“Afpak” (Afghanistan- Pakistan, NdR). Obama lo sa bene – sostiene ancora Caracciolo – Per questo punta sulla “afganizzazione” del conflitto. Ma la sua priorità è il Pakistan: qui è costretto a servirsi dei poco affidabili capi militari in quanto unico potere effettivo, deputato a impedire che l’arsenale atomico finisca ai terroristi. Opzioni sensate, sulla carta. Sul terreno è un po’ diverso: in Afghanistan manca lo Stato, mentre ciò che ancora funziona di quello pakistano – Forze armate e intelligence – ha inventato i taliban e continua a utilizzarli come affiliati nel braccio di ferro con l’India”[3]. Il fallimento della politica USA nell’Afpak, è piuttosto evidente agli occhi di molti osservatori, anche di quelli più bendisposti. Emblematica l’analisi avanzata da un sito specializzato di problemi strategici (Equilibri.net) in cui l’autore, Federico Tomasone, ricostruisce l’effettiva situazione sul campo e l’evoluzione del ruolo dei Taleban non solo in Afghanistan ma anche in Pakistan: “Le grossolane campagne condotte dal governo di Islamabad su pressione statunitense, le tradizionali inimicizie fra il Governo pachistano e le popolazioni locali, sommato alla forte presenza di jihadisti hanno stretto attorno ai Taliban un vasto fronte nella regione. Da ospiti i taliban si sono quindi trasformati in leader nella regione ed esercitano un potere crescente nel Nord del Pakistan. L’influenza talebana va inoltre a consolidare quel sentimento di comunanza pasthun tesa a rivedere le spartizioni territoriali fatte a tavolino dagli inglesi nell’800”[4]. L’amministrazione USA è dunque ben consapevole di essersi impantanata nel mattatoio afgano e di correre il rischio di estendere sia il pantano che il mattatoio al vicino Pakistan, un paese che però è dotato di armi nucleari e che – tra l’altro – non ha affatto gradito il recente accordo nucleare-strategico tra gli USA e la nemica India. A nessuno sfugge poi come la stessa crisi iraniana, se dovesse precipitare con un attacco militare israeliano o statunitense contro i siti nucleari iraniani, avrebbe immediate e pesanti ripercussioni non solo in Medio Oriente ma anche in Asia Centrale, in Afghanistan e in Pakistan.

LA “ZELANTE” POSIZIONE DELL’ITALIA NELLA GUERRA AFGHANA

La linea seguita dall’attuale governo italiano (Berlusconi) sul fronte della guerra afgana, è sostanzialmente in continuità con quella seguita dal governo precedente (Prodi). La politica estera è infatti il terreno sul quale la logica bipartisan agisce in modo ancora più implacabile che su altre questioni. Nessuno infatti mette in discussione la subalternità dell’Italia alla NATO e alle sue proiezioni politico- militari nei vari teatri di crisi, tra questi l’Afghanistan. Soprattutto il Partito Atlantico (storicamente e strutturalmente bipartisan), comprende bene come una sconfitta in Afghanistan metterebbe in crisi definitivamente la NATO e la storica subalternità ad essa dell’Italia. Nel corso del mandato del governo Berlusconi ci sarà da aspettarsi diversi colpi di scena. Da una parte – in caso di nuove, numerose e prevedibili perdite italiane – potrebbero ripetersi le sortite di Bossi e della Lega sul ritorno a casa dei militari, perché questo corrisponde ad un vasto sentimento popolare favorevole al ritiro delle truppe; dall’altra il governo italiano non può che accentuare il suo impegno politico e militare sul fronte afgano (e sulla nuova base USA a Vicenza) perché deve “tranquillizzare gli USA” rispetto alle avventure spericolate e alle relazioni pericolose di Berlusconi con la Russia, la Libia e la Turchia sulla questione dei gasdotti indipendenti dai tracciati strategici definiti dagli USA, delle fonti di approvvigionamento energetico e delle incursioni diplomatiche “autonome” nello scenario eurasiatico (vedi la crisi in Georgia). A tutto questo si è aggiunta la polemica sollevata dal quotidiano conservatore inglese The Times (e dall’ambasciata USA in Italia) sulle mazzette che gli apparati statali italiani avrebbero distribuito ai signori della guerra e ai talebani per non esporre al fuoco i soldati presenti sul fronte afgano. Una pratica non certo nuova nelle missioni militari italiane. È sufficiente pensare al Libano nel 1982 e nel 2006, ma anche all’Iraq dopo l’attentato di Nassiriya. Una pratica che però non metterà a lungo al riparo i militari italiani dall’escalation bellica sul campo provocata dalle incursioni militari degli altri contingenti della NATO e da quello USA. L’Italia, prima con Prodi ed oggi con Berlusconi, sposa sostanzialmente la tesi dell’offensiva militarecivile che prevede l’arruolamento delle Ong e delle organizzazioni umanitarie negli obiettivi strategici dell’apparato militare, nell’aumentare i finanziamenti in loco (sia in mazzette che in infrastrutture) e nel rilanciare periodicamente la Conferenza internazionale di pace in cui però manca ancora il convitato di pietra: i talebani. In ogni caso oggi permane un forte blocco politico bipartisan che non intende ritirare le truppe dall’Afghanistan e guarda con terrore ad una messa in discussione dell’alleanza subalterna con la NATO e gli USA. Contro questo blocco atlantico e guerrafondaio, qualsiasi ipotesi politica della sinistra italiana dovrà fare i suoi conti[5].

APPUNTAMENTI E CONTRADDIZIONI PER IL MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA

Se il quadro che ci troveremo davanti nella guerra afgana è quello descritto, il compito del movimento contro la guerra e delle forze politiche che ne condividono responsabilità e obiettivi, è piuttosto chiaro: il ritiro immediato delle truppe italiane dall’Afghanistan, sia come sottrazione dell’Italia dalla guerra, sia come elemento di accentuazione della crisi della NATO e della subalternità del nostro paese alla NATO. La decisione del Patto Contro la Guerra (la rete No War attiva ormai da due anni) di rilanciare la mobilitazione per il ritiro dei soldati e il taglio alle spese militari in occasione del 4 novembre (Giornata delle Forze Armate), mette apertamente in conflitto la cultura militarista e revanscista, di cui il governo di destra vuole impregnare la società, con le ragioni di chi – in modi e con accentuazioni diverse – si oppone alla guerra, ma anche al neocolonialismo italiano. Sulla guerra in Afghanistan ci troviamo nella condizione invidiabile di poter rappresentare l’opinione della maggioranza della popolazione che in questi anni – sistematicamente e ripetutamente – ha detto di essere contraria alla missione e favorevole al ritiro delle truppe. Assistiamo cioè ad una contraddizione evidente tra la maggioranza parlamentare (a favore della guerra afgana) e la maggioranza sociale (contraria). È quantomeno incredibile che non si sia riusciti a rendere esplicita e incisiva questa contraddizione. È per questo che non possiamo però nasconderci come in questa contraddizione e nella funzione che possono svolgervi i partiti comunisti e della sinistra rimanga un pesantissimo convitato di pietra. Il ripetuto voto a favore della missione militare in Afghanistan durante il governo Prodi, è stato e rimane uno strappo tra i partiti della sinistra e il loro popolo che non si è affatto ricucito. Al contrario, la timidezza con cui la nuova segreteria del PRC e il PdCI accennano “all’errore” commesso nel luglio del 2006 e poi nel 2007, manca ancora della severità e della ponderatezza di un’autocritica degna di questo nome e capace di segnare con chiarezza un doveroso “mai più”. Non sarebbero sgradite delle pubbliche scuse ai senatori Rossi e Turigliatto, ma soprattutto non sarebbe sbagliato trovare il coraggio di guardare negli occhi quel popolo antimilitarista (da Gino Strada a padre Zanotelli, dai compagni delle varie reti antimilitariste ai pacifisti) che nel luglio del 2006 gremì il centro congressi “Frentani” per sostenere i senatori che avevano annunciato il loro voto contrario al decreto sulla missione in Afghanistan e che non furono conseguenti. Quella rottura – resa poi clamorosa dalla manifestazione del 9 giugno 2007 contro la visita di Bush a Roma – ha segnato come uno spartiacque la crisi della sinistra nel nostro paese ed ha minato anche la credibilità dei partiti comunisti verso il loro blocco di riferimento, accentuando un disorientamento ed uno scetticismo con cui tuttora si stanno facendo i conti. Infine, ma non per importanza, non possiamo nasconderci che ci sono anche altre responsabilità nella difficoltà del movimento No War in Italia a riconquistare nel suo complesso la credibilità di cui c’è bisogno per intercettare, rappresentare e trasformare in azione politica la maggioranza sociale del paese favorevole al ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Ci riferiamo ad esempio al movimento contro la base militare Dal Molin a Vicenza, un movimento che ha avuto inizialmente e giustamente la capacità di fare del No alla base un elemento di mobilitazione popolare e nazionale, ma che poi ha scelto coscientemente di fare del Dal Molin una vertenza locale, allontanando tutti coloro che non condividevano la conversione in “questione territoriale” di una battaglia che riguardava e riguarda tutto il paese. Una scelta che si è rivelata perdente da tutti i punti di vista e che ha indebolito il movimento No War in uno dei fronti – quello delle basi militari – nei quali invece c’erano tutte le condizioni per un movimento di massa importante, anche in caso di sconfitta. Si tratta quindi si sostituire alla “cultura dell’evento” la logica del radicamento e dell’organizzazione stabile dell’iniziativa No War nel nostro paese, e alla cultura del pacifismo eurocentrista una visione aggiornata dell’antimperialismo. Un cambio di passo e di mentalità di cui c’è urgente bisogno nell’epoca in cui la guerra è tornata ad essere una opzione possibile e incombente dello scenario politico e internazionale in cui agiamo.

NOTE

1 Intervista al generale USA Gorge Joulwan, su La Stampa del 7 ottobre 2009.

2 Brzezinski in La Grande Scacchiera, 1997.

3 “L’Italia in Afghanistan. La Strategia per uscire” su La Repubblica del 18 settembre 2009.

4 Afghanistan. Geografia del contropotere talebano” in Equilibri.net, 13 aprile 2007.

5 Indicativo su questo è il lungo editoriale di Scalfari su La Repubblica del 20 settembre 2009 “Come e perché restare a Kabul”.