Afghanistan. Altro militare italiano ucciso dalla guerra.

Basta lutti!
Basta guerre!
Basta lacrime di coccodrillo!
Ritirare immediatamente le truppe italiane dall’Afghanistan.

Dichiarazione alla stampa di Leonardo Masella (Capogruppo Prc Emilia-Romagna ed Esecutivo nazionale area dell’Ernesto):

“Un altro militare italiano è stato ucciso dalla guerra imperialista americana in Afghanistan. Come al solito e come avviene per i morti uccisi dal lavoro, ora tutte le forze politiche si accalcheranno per esprimere in campagna elettorale le solite ipocrite parole di cordoglio e di solidarietà ai parenti del militare ucciso. Anche noi esprimiamo cordoglio e solidarietà, ma l’unico modo vero, sincero e serio per esprimere la solidarietà ai militari italiani è quello di ritirarli dalla guerra e di farli ritornare nelle loro case, con i loro cari. Chi oggi versa lacrime di coccodrillo è il responsabile politico della morte del militare italiano, in una guerra che non ha nessun senso, tranne quello di fare gli interessi geopolitici ed economici degli Usa, in aperta violazione della Costituzione del nostro Paese.
Per questo sarebbe gravissimo continuare a finanziare la missione italiana in Afghanistan, spendere i soldi degli italiani per la guerra e per la morte. Ciò che bisogna fare, immediatamente, è ritirare le truppe italiane dall’Afghanistan. Basta con l’inganno farsesco della conferenza di pace, con cui la sinistra e il Prc si sono fatti prendere in giro in questi due anni di presenza nel governo Prodi”.

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Un altro militare italiano ucciso in Afghanistan
Il prezzo quotidiano di una guerra bipartisan

Alle 15 locali (le 11.30 in Italia) del 13 febbraio un militare italiano è stato ucciso a 60 chilometri da Kabul, in Afghanistan, e un altro è rimasto ferito. I due, entrambi dell’Esercito, sono rimasti coinvolti in un attacco con armi da fuoco portatili mentre stavano svolgendo una missione nel distretto di Uzeebin, a circa 60 chilometri dalla capitale.

Per qualche giorno i media nazionali torneranno a parlare di quello sfortunato paese, dove quotidianamente gli aerei, gli elicotteri e gli uomini della N.A.T.O. versano tonnellate di esplosivi, bombe e pallottole, producendo in 7 anni migliaia di vittime civili innocenti.

L’impressionante volume di fuoco non ha però risolto i gravi problemi militari delle forze occupanti.

Secondo un recente rapporto del Senlis Council intitolato ‘Afghanistan sull’orlo del precipizio ‘ i talebani controllano il 54 percento del territorio afgano, sono attivi in un altro 38 percento (compresa la provincia ‘italiana’ di Herat) e minacciano ormai la stessa capitale Kabul (la cui difesa è ora responsabilità dei soldati italiani) .

Sta fallendo una strategia bellica incurante della storia di un popolo capace di sconfiggere, nei secoli, grandi potenze cimentatesi nel vano tentativo di controllare quelle terre impervie ed inospitali, agognate per collocazione geografica, per il passaggio di oleodotti, gasdotti e per produzione di oppio.

I governi succedutisi recentemente in Italia hanno cambiato le parole con le quali giustificare e cogestire in ambito N.A.T.O. il massacro afgano.

Alla retorica bellicista di Berlusconi e Martino è stata sostituita la linea del “peacekeeping” e della “riduzione del danno” di D’Alema, Parisi e Menapace.

La realtà sul campo ci dice che negli ultimi due anni di governo di centro sinistra il coinvolgimento diretto dell’esercito italiano nei combattimenti è aumentato, quantitativamente e qualitativamente.

Dall’estate 2006, infatti, è operativa nell’ovest dell’Afghanistan, la Task Force 45 (“la più grande unità di forze speciali mai messa in campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in Somalia” secondo l’esperto militare Gianandrea Gaiani) comprendente i Ranger del 4° Alpini, gli incursori del Comsubin, il 9° Col Moschin e il 185° Rao della Folgore. In tutto circa duecento uomini, impegnati fin dal settembre 2006 nell’operazione segreta ‘Sarissa’ (la lancia delle falangi oplitiche macedoni) volta a combattere i talebani a fianco delle Delta Force statunitensi e delle Sas britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah. (vedere Enrico Piovesana su www.peacereporter.it ).

Non sappiamo se, come sembra, dal prossimo dibattito parlamentare sul decreto di rifinanziamento delle missioni di guerra all’estero, previsto per il 20 febbraio, la missione afgana verrà stralciata dalle altre, in modo da dare una chance alla “sinistra” di distinguersi nel voto.

Sappiamo invece su chi ricade la responsabilità politica della morte dei militari italiani e delle migliaia di civili di questi ultimi due anni di guerra: sui partiti, sui singoli senatori e deputati che nel 2006 e nel 2007 hanno votato a favore del rifinanziamento di tutte le cosiddette “missioni di pace”.

Non sarà certo un’ennesima capriola pre elettorale, tanto meno un tardivo distinguo sulla sola missione afgana a salvare un ceto politico direttamente compromesso con la politica militarista e neo colonialista del decaduto governo Prodi.

La Rete nazionale Disarmiamoli!

www.disarmiamoli.org – [email protected] 3381028120 3384014989