Affrontare i marosi della modernità con la luce delle antiche speranze

*Senatore, Gruppo “Insieme con l’ Unione” (Verdi-PdCI)

“Io provo il logorarsi dello specchio che non si placa in una sola immagine”: forse queste splendide parole del cieco/ veggente Jorge Luis Borges possono sintetizzare come una metonimia, la situazione attuale e lo stato dell’arte della politica (anche quella che si vuole “alternativa”) in Italia. Il logoramento, infatti, è più che evidente; dobbiamo prendere atto che la controriforma, teorizzata dalla Trilateral nel lontano 1975, si è in gran parte attuata. Come, mi pare, è quasi giunta in porto l’agenda della P2 e di Gelli con annessi e connessi. Il succo è: la democrazia autoritaria con l’appendice della dittatura delle pseudo/maggioranze, la residualità delle organizzazioni dei lavoratori e dei loro referenti politici, la destrutturazione dei diritti collettivi ed individuali, uno stato tecnocrate/teocratico/di classe, l’informazione embedded, il darwinismo sociale con relativo egoismo soggettivo, il pensiero unico, la residualità di ciò che è “altro”dagli angoli che sporgono dalla logica di morte imperiale. In altri termini, il neoliberismo e questa globalizzazione sono state la risposta al femminismo, alle lotte operaie, all’ecopacifismo, ai movimenti di liberazione ed autodeterminazione dei popoli, alle insorgenze studentesche, al rifiuto del neocolonialismo, ai flussi migratori, ai nuovi saperi e relazioni/reti, alle richieste di nuova cittadinanza ed autovalorizzazione, alla difesa ambientale del pianeta, al rifiuto del precariato, alla “nuova potenza planetaria” contro la distribuzione ineguale delle risorse, le produzioni di morte, le guerre. Era ed è la rivoluzione neoconservatrice reaganiana/thacheriana che dagli anni ottanta ha imperversato, continuando con gli epigoni successivi quali Blair e criminali innamoramenti complici anche da parte di non esigui esponenti della nostra sinistra (quasi tutto il finto nuovismo, da Rutelli a Veltroni). Ovviamente è stato Berlusconi ed il berlusconismo a trarne vantaggio: la nostra coalizione purtroppo è piena d’apprendisti stregoni e/o di dilettanti allo sbaraglio. Anche l’attuale ventata antipolitica, demagogica e plebiscitaria è figlia di questa controrivoluzione e delle nostre debolezze: governabilità come a priori assoluto, irrisione delle rappresentanze e del processo democratico, decisionismo d’accatto, arrogante, distruzione della Costituzione e fastidio per la partecipazione ed il controllo popolare. Già la Bassanini aveva ridotto i consigli comunali ad appendici del sindaco con chiusura secca di ogni dialettica politica o possibilità di incidere; già l’odioso vezzo di liste ad personam aveva reso esplicita e potenziata la crisi della politica; già la tendenza a rendere i partiti sussunti in toto dalla figura del leader con nessuna variazione sul tema degna di nota, hanno resa asfittica la vita democratica degli stessi e la loro proiezione esterna: aggiungiamo trasformismo, voto di scambio, eternità degli apparati, tatticismi esasperati, mancanza di progetto, tentazioni di piccolo cabotaggio, spericolata incoerenza ed il quadro della crisi è delineato, in un tracciato che giunge al cuore delle stesse strutture repubblicane. Oltre a tutto questo abbiamo anche facce toste degne di miglior causa: Di Pietro – ad esempio, ma non solo -, prima di ergersi a giudice, controlli chi ha inserito nelle liste elettorali e chi ha fatto eleggere, poi parli, se proprio deve. Un altro aspetto della crisi è inerente al comparto informativo, al sistema integrato delle comunicazioni di massa. E’ il video che detta le priorità, l’agenda, su cosa indignarsi e cosa ignorare, chi ha diritto d’accesso e chi no. I nostri Tg sono stati capaci di comunicare come notizia d’apertura per mesi il fatto che i mercanti del Tempio d’Oltretevere sono contro i Dico: non era una notizia, ma un preciso atto di disinformazione, senza contraddittorio, per modificare il senso comune, il pensare collettivo, delle persone. Strategia che purtroppo in parte ha colto l’obbiettivo (difficile pensare che l’attuale direttore del Tg1 provenga dalla sinistra!). Purtroppo corrisponde al vero (almeno in parte, non in toto) che chi non appare non è: la pervasività formativa/ informativa gestita dagli strumenti del potere è davvero un problema serio, una questione di democrazia sostanziale; non mi riferisco solo ai tg, ma al complesso dei palinsesti, del loro potere occulto, del loro essere capaci di banalizzare o censurare qualsiasi insorgergenza, di renderti utente/consumatore/ finto attore (gli applausi a comando e le risate registrate ne sono, a parer mio, gli spunti più indicativi). La vicenda del rinnovo dei contratti dei giornalisti rileva poi un altro tassello della strategia: la fine della responsabilità e libertà della professione ridotta, sotto ricatto occupazionale, a veline/passacarte. E’ un terribile errore da parte nostra averne sottovalutato la valenza. Fortunatamente, per non dare solo un quadro a tinte fosche, ricordiamoci che c’è internet e ci sono persone in carne ed ossa che si relazionano e si confrontano. In realtà dire che vi è un forte scollamento tra la politica ed i movimenti, la politica e la società civile organizzata, la politica e le persone nella loro quotidianità soggettiva, corrisponde al vero ma è solo una parte della realtà. Sono convinto che la controrivoluzione liberista/ reazionaria abbia scavato ben più in profondo. Non solo ha ridisegnato e frantumato classi, organizzazioni, storie solidali, diviso e colpito, ma ha avviato anche una trasformazione antropologica che ha mutato persino i desiderata. In altre parole, se è vero che noi non sappiamo dare risposte efficaci e convincenti è altrettanto vero che il problema si pone anche – e pesantemente – al livello delle domande. E qui è, a parer mio, il nocciolo più duro: prima che politicamente siamo in difficoltà (anche per colpa di molti di noi) culturalmente, abbiamo lasciato campo libero non all’innovazione che è una nostra bandiera, ma ad una restaurazione “ barbara” del senso civico, del senso comune, del patto di convivenza alla base dell’essenza costituzionale, lasciando, tra l’altro, tracimare diritti che si pensavano ormai assodati. E questo, badate bene, con “consenso popolare”, o almeno con la non contrarietà complice. In tutto ciò la legalità è andata in pezzi, in nome di uno sciocco federalismo si sono moltiplicate le sedi di non decisione e di spreco, si è assecondata la guerra tra “poveri” con la stupida illusione che soggetti oppressi per loro natura dovessero essere per forza alleati e solidali (il referendum sulla scala mobile aveva già detto cose chiare su questo cambiamento). E’ il biopotere neoliberista che ha devastato le vite delle persone delocalizzando, privatizzando, precarizzando, licenziando e contemporaneamente, come uno tsunami, ha investito la quotidianità, il senso di vita, le identità, i valori, il sapere e le relazioni, tutto. In sintesi – anche tramite una selvaggia finanziarizzazione – si è resa la politica ancillare all’economia, una economia ammantata di presunta neutralità e d’imperativi categorici oggettivi, naturali ed eterni (chi osa oggi mettere in discussione il rapporto di produzione, l’alienazione del lavoro, il feticcio del Pil, il come e cosa si produce, la mercificazione delle persone, i dictat dei satrapi violenti della nostra storia che guidano le grandi organizzazioni economiche e le mafie internazionali). E’ il canto del cigno della democrazia, così come l’abbiamo conosciuta e praticata sino ad oggi. Quando Romano Prodi, in una intervista, dice che i suoi primi referenti sono il Fmi, la Banca Mondiale, la Banca Europea, le agenzie di rating, conseguono poi con naturale logica le decisioni di politica interna ed internazionale assunte. La guerra di Bush ridiventa (con Onu, Nato o quant’altro – è quasi indifferente-) la forma necessaria del biopotere assoluto con l’inedito avvallo delle religioni monoteiste, che nella triade dio/patria/ famiglia ritrovano un potere politico, d’identità e di controllo sulle persone e sui loro comportamenti che la fede pare (a loro) non garantisce più, sostituendo – immane apostasia – le leggi dello stato all’azione dello spirito. E così la mondializzazione tecnocratica armata e pervasiva si coniuga benissimo con la teocrazia, gli stati etici, l’esasperato localismo e la difesa d’identità forti, coese ed immutabili e perciò sterili e reazionarie. Perché allora la cosiddetta (impropriamente) sinistra radicale non esce dal governo e riprende libertà d’azione e chiarezza di teoria e praxi? Perché non andare tutti a manifestare contro Prodi, ad urlare contro Padoa Schioppa (lo merita davvero) e far cadere quest’esperienza di centrosinistra che pare aver già dimenticato programma ed aspettative? No, dissento ferocemente, proprio per la posta in gioco. Un vero rivoluzionario (anche se di una rivoluzione onesta e gentile come vuole essere quella ecopacifista, verde) deve posporre la propria voglia di coerenza e purezza ad una fredda analisi delle conseguenze delle proprie azioni. I Ponzi Pilato non hanno mai salvato un Cristo! Se questa esperienza – ammetto non esaltante, per ora – cade, sarà un grave arretramento per tutti, avremo una saldatura non effimera tra pezzi importanti della rappresentanza politica, Confindustria, Usa e Vaticano e i grandi interessi delle corporazioni internazionali. Sarà certamente un terreno arretrato in cui saranno a rischio la rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori, i diritti collettivi ed individuali, la coesione sociale, lo stesso processo democratico, le libertà. Cercheranno di zittire i movimenti e le istanze di liberazione, di annullarli e renderli residuali (certo, in parte è già così). Abbiamo l’obbligo (non in assoluto, ma qui ed ora), di governare, di non far tornare le destre, di non far saldare le istanze tecnocratiche, plebiscitarie, guerrafondaie e taleban/religiose, con spezzoni importanti delle ex casematte della sinistra ormai evidentemente attratte ed innamorate dalle presunte leggi oggettive del mercato e dalla eternità delle nostre alleanze estere. Dobbiamo essere, in altre parole, unitari ed alternativi, custodi del programma, riferimento credibile per le istanze che ci hanno storicamente caratterizzato e per i loro protagonisti. Chiaramente è far passare il cammello dalla cruna dell’ago. Ma a costo di allargare la cruna e imporre al cammello una ferrea dieta dimagrante ci dobbiamo riuscire. E ci riusciremo a patto che……. Siamo ora, dopo il logorarsi dello specchio, al fatto che “non si placa in una sola immagine”. Fuor di metafora, l’assoluta inadeguatezza di tutti i nostri partiti (e dell’attuale forma della politica) a costruire un alfabeto comune che abbia lettere d’eguaglianza, libertà, solidarietà, che sappia coniugare l’irriducibilità individuale con scommesse collettive, che ridia senso e dignità all’esistenza, che abbia progetto. Come già accennato, prima ancora che politico, lo scontro è culturale: la solitudine, l’analfabetismo di ritorno, l’incattivirsi della società, la paura, il profondo senso di insicurezza, la volgarità gratuita ed il darwinismo sociale sono sintomi che la malattia è grave. Non risparmia nessuno: d’altronde è una baggianata sostenere l’esistenza di una società civile migliore dei suoi rappresentanti, vuol dire essere ciechi. E’ proprio però dalla coscienza della inadeguatezza di tutti gli attori che possiamo ripartire. Nulla è perso ed il femminismo, l’ecologia, i movimenti per la pace, le lotte dei lavoratori, l’urlo dei precari e dei senza reddito, le mille sacche di saperi, fantasia, azioni concrete che hanno disseminato – ed ancora germogliano – il pianeta, ci rendono evidente che la storia non finisce e le grandi opzioni d’emancipazione e libertà non possono essere oscurate e/o compresse a lungo. Certo io non ho la sicurezza d’Antonio Negri sull’ineluttabile “presa” di potere (o suo sbriciolamento) delle moltitudini: mi pare troppo marcata da messianesimo. Sono convinto però che lo stesso biopotere del capitale ha in sé grandi opportunità per tutti; opportunità in gran parte non ancora esplorate e, generalmente, difficilmente catalogabili con gli attuali nostri strumenti teorici e pratici. Questo anche perché l’ambiguità è un dato essenziale del presente (a parer mio ineliminabile e positivo). Si ma qui ed ora che fare? Ok ripensare ogni cosa, costruire alfabeti ecopacifisti, tradurre il femminismo, il senso del limite e l’immaterialità, lottare contro il precariato, sostenere le lotte operaie ecc… ma noi, rappresentanti di partiti al governo pur se critici sulla sua conduzione, che dobbiamo fare? Minimalista ma propedeutica la risposta che prende atto dell’impossibilità di costruire a priori, a tavolino, qui ed ora, un progetto compiuto che sia alto e praticabile, che crei una sintonia tra libertà e responsabilità, eguaglianza e differenze, individualità e comunità, benessere e altra vita, altri consumi, altro tempo (una delle cose più gravi che mai si citano è, per l’appunto, il furto del tempo, la sua serialità, come se fosse un bene eternamente disponibile). Quindi, per non ripetere la litania delle nostre pur legittime ragioni, propongo ora solo “utensili”, strumenti da utilizzare all’abbisogna. Se le nostre organizzazioni oggi non sono in grado di “placare” l’immagine, occorre almeno – è la semplicità che è difficile a farsi, di brechtiana memoria – allestire uno specchio d’acqua pulita in cui l’arcipelago delle nostre organizzazioni e tutto ciò che di vivo le circonda, coesistano e si relazionino. Non credo ad operazioni puramente organizzativistiche ma è indubbio che non abbiamo molto tempo. Si illude chi ancora pensa di “giocare in proprio”: lo spirito unitario questa volta non è solo una pia illusione ma un dover essere – e presto – dettato dall’analisi del reale. Già sarebbe un segnale simbolicamente forte se, dichiarando i nostri limiti soggettivi, assumessimo l’impegno di liste comuni elettorali d’ora in avanti. Se si aspetta la riforma elettorale, questo potrebbe apparire come una semplice autoperpetuazione della classe dirigente. La scommessa unitaria, sempre per restare nel simbolico, abbisogna anche di un segno tangibile: propongo che per ottobre si assuma un simbolo (la mia preferenza è per l’arcobaleno cerchiato di rossoverde, ma non ne faccio questione ideologica) da affiancare a quello dei nostri partiti in ogni iniziativa e che possa essere usato da chi si riconosce nel nostro cammino. Non irridete a questa idea: sappiamo quanto è difficile veicolare, far conoscere un nuovo simbolo, specie di fronte ad operazioni censorie! E’ poi necessario che da subito intervengano anche delle modifiche nella rappresentanza e nel modo di porsi: auspico per tutti una doppia presidenza (o segretariato), con un uomo ed una donna; anche per i capigruppo deve esserci per il presidente ed il vicepresidente, la rappresentanza di entrambi i generi. Da subito poi un coordinamento tra i gruppi parlamentari da esportare a cascata in tutte le sedi amministrative. Iniziative programmatiche nazionali e locali apertissime che elaborino ciò che ci unisce (che è tantissimo), lasciando quello che divide al patrimonio delle singole organizzazioni ed alla ricchezza dello scambio, la sintesi poi non sarà difficile. Un patto di consultazione (almeno mensile) tra le rispettive segreterie od esecutivi. L’impegno dei nostri attuali dirigenti che, una volta portato a termine questo progetto, faranno undici passi indietro (politica nuova abbisogna anche di visi e voci nuove) senza per questo calmierare nessuno. Una forte ripresa del dibattito culturale autonomo e rigoroso. Ma, soprattutto, credere nella contaminazione: l’esperienza del gruppo al Senato “Insieme con l’Unione” è stata illuminante. Messi insieme Verdi e PdCI per non disperdere un voto e battere Berlusconi, alla fine ne è uscito un gruppo con tante cose in comune e poche differenze che, tra l’altro, sono trasversali e non d’appartenenza. Uscendo dai propri gusci il mondo è grande e bello. Sia chiaro: non chiedo lo scioglimento di nessuno o forzate unificazioni, anche se alcune mi paiono ormai mature. Certo, mi rendo conto che queste sono piccole e pragmatiche cose di fronte allo scenario prospettato. Piccole ma necessarie. Come è importante non considerare il nascente Partito Democratico un nemico: è con loro che dovremo governare, è con loro che dobbiamo interloquire e rapportarci, è con loro che costruiremo una mediazione/ sintesi all’altezza delle sfide che ci aspettano. Io sono tra i pochi tra noi – credo – che da sempre hanno visto con favore il tentativo di Margherita e Ds di unificarsi: credevo, e credo, che in realtà tale unificazione fosse già nei fatti perché su politica economica, politica estera ed idee di rappresentanza, non vi erano sostanziali differenze. A noi tocca prospettare a chi non condivide quella ipotesi politica una casa comune in cui proseguire – innovando – la propria azione. Unione, unione, unione! Ed ancora: l’interlocuzione con le grandi organizzazioni di massa (sindacato ed Arci in primis), con i movimenti, con la società organizzata, con la scienza e la cultura, con i protagonisti dell’immaginario collettivo. E smettiamola di credere che vi debbano essere cinghie di trasmissione: la loro autonomia teorico/organizzativa è un bene prezioso per le nostre battaglie, anche quando non si riconoscono nella politica da noi messa in campo. E’ un lavoro entusiasmante, un affrontare i marosi della modernità con la luce delle antiche speranze ed i paradigmi dell’innovazione e dell’oggi. E’, in sintesi, pensare ed ottenere un pianeta vivo dove per tutti valga la pena vivere (animali e piante comprese). Non è un peana, sia chiaro, alla classica militanza ed impegno: su questo aveva pienamente ragione Oscar Wilde quando lamentava che “il socialismo occupava troppi sabati“. E’ altro, adeguato al biopotere ed alla nostra irriducibile esistenza individuale umana. E’ parola d’amore. Abbiamo molte ragioni, a noi il coltivarle.