A vent’anni dalla Perestrojka

Vent’anni fa, l’11 marzo 1985, Michail Sergeevic Gorbaciov diventa segretario generale del PCUS. Sei anni dopo, il 23 agosto 1991, si dimette da segretario, qualche giorno dopo il Soviet Supremo dell’URSS sospende le attività del partito, disciolto il 6 novembre da un decreto di Boris Eltsin, presidente della RSFSR (si chiamava ancora così: Repubblica socialista federativa sovietica russa); il 25 dicembre 1991 si dimette da presidente dell’URSS; alla mezzanotte del 31 dicembre 1991 l’URSS cessa di esistere. Gorbaciov continua la sua carriera nella “Fondazione Gorbaciov” e, dopo aver prestato la sua immagine per qualche spot commerciale e qualche trasmissione televisiva, si rende di recente protagonista di una provocazione, insieme con Vaclav Havel, ai danni di Cuba.
Sulla statura morale, politica, intellettuale del personaggio non vi sono molte parole da spendere. Non vi è in lui né grandezza, né tragicità, né dignità, che pure avrebbero dovuto albergare in chi – posto alla testa di un partito e di uno stato determinanti per le sorti del mondo – assiste alla loro dissoluzione. Dopo aver accettato senza opposizione la fine del partito di cui era segretario generale e dello stato – il più esteso stato del mondo – di cui era presidente, non gli è riservato in sorte né l’esilio di Sant’Elena dopo una Waterloo più rovinosa di quella subita da Napoleone, né la tragica fine di Ceausescu o la morte in prigione di Honecker. Egli continua bellamente a galleggiare senza dignità nel sottobosco politico e massmediatico che i vincitori dell’URSS, grati per il ruolo che ha svolto nella distruzione del primo paese socialista al mondo, gli hanno graziosamente concesso.
C’è poco da dire anche sulle responsabilità politiche – gravissime – di chi, assuntosi il compito di dirigere uno stato, lo ha condotto in pochi anni allo sfascio, con il conseguente immiserimento di massa che ha provocato centinaia di migliaia di vittime e un arretramento di decenni. Il nome di Gorbaciov è indissolubilmente legato alla fine dell’URSS e del “campo socialista”. Per l’URSS questa fine implica non solo il crollo di un sistema economico- sociale costruito all’indomani della rivoluzione d’Ottobre – il “socialismo reale” – ma anche la disgregazione di uno stato plurinazionale, di un grande spazio culturale e politico comune, in cui si muovevano persone di oltre 140 nazionalità. Si è trattato dunque di una duplice dissoluzione.
La questione che ancora oggi, a vent’anni dall’inizio dell’“era Gorbaciov” e a 14 dalla fine dell’URSS, rimane aperta, non è tanto quella della responsabilità – indiscutibile – di chi con la sua dissennata direzione politica ha condotto al baratro quel primo paese socialista che, invaso nel 1941 dal più forte esercito d’Europa, aveva saputo resistergli e contrattaccare, quanto quella di stabilire se quell’esito fosse inevitabile, “storicamente necessario”, determinato dalle condizioni interne e internazionali in cui l’URSS si era venuta a trovare negli anni 1980. Questione complessa e controversa, perché, come c’insegna un vecchio detto, la storia non si fa con i “se”. Eppure, questione da non eludere, soprattutto da parte di chi, marxista e comunista, concepisce e svolge la sua attività teorica e pratica in funzione della trasformazione socialista della società.
La tesi più in voga – a destra e a “sinistra” – è che la società sovietica che Gorbaciov propone di “ristrutturare” con la perestrojka fosse talmente decotta, economicamente stagnante, sfibrata e malata, da rendere irrealizzabile ogni seria riforma e inevitabile, una volta allentati i freni del controllo e della repressione degli oppositori, la sua implosione. Gorbaciov, insomma, avrebbe soltanto agito da “apprendista stregone”, che, sollevando il coperchio di una società compressa e in sotterranea ebollizione, avrebbe liberato i demoni della dissoluzione, accelerando, al più, con la sua azione, una fine oramai segnata: per l’URSS il tempo era definitivamente scaduto, la società era “irriformabile”. La vulgata corrente vuole un Gorbaciov riformatore arrivato troppo tardi col treno della storia. Le implicazioni storiche e teoriche di questa tesi sono evidenti: una condanna senza appello nei confronti del “socialismo reale” – cioè del modo in cui si sono realizzate le trasformazioni socialiste in URSS e nell’est europeo –, cui consegue la proposta politico-teorica di troncare i legami con la tradizione e il modello del comunismo del ‘900, volgendosi ad altre tradizioni e modelli. Se infatti il sistema del socialismo reale era irriformabile e dunque condannato alla dissoluzione del 1989-91, quella strada è totalmente sbagliata e impercorribile. E impercorribili sono anche i presupposti che hanno condotto alle società del socialismo reale: la conquista del potere politico, la trasformazione in proprietà statale e cooperativa dei mezzi di produzione (fabbriche, terra), la pianificazione. Non è un caso che i sostenitori della tesi dell’ormai irriformabile socialismo reale abbiano prestato scarsa attenzione alle vicende della perestrojka e a quelle del campo socialista. L’estrema rapidità e simultaneità del crollo del sistema politico ed economico su cui le società est-europee erano state edificate sembra mettere autorevolmente la parola fine a qualsiasi possibile indagine sui percorsi compiuti. La questione, così, può essere rapidamente archiviata, senza preoccuparsi troppo delle vicende interne al PCUS, dei movimenti nella società sovietica, delle pressioni e condizionamenti internazionali, che pure hanno avuto un peso determinante nella dissoluzione dell’URSS. Infine, se le “rivoluzioni” del 1989-1991 sono state “storicamente necessarie”, vanno allora considerate un momento di liberazione dell’umanità, che ha aperto la strada ad una nuova era e vanno salutate come una nuova “primavera dei popoli”, senza nessun rimpianto o nostalgia per il “vecchio” mondo scomparso. Il loro segno, secondo questa tesi, è “progressivo”. Su quest’ultimo punto si può almeno ragionevolmente dissentire.
La distruzione di una compagine statale plurinazionale quale era l’URSS, che era riuscita a trovare faticosamente nel travaglio della storia la strada per unificare un immenso spazio tra Europa e Asia con centinaia di lingue e culture diverse, non è mai un progresso per la civiltà. Lo sfascio che ne è seguito ha provocato un arretramento pauroso, basti pensare alla denatalità, alla riduzione della speranza di vita, alla morte per fame e miseria di milioni di anziani, alla prostituzione dilagante, all’emigrazione forzata e a tutti i sommovimenti cui ancor oggi assistiamo nello spazio ex sovietico dall’Ucraina alla Kirghisia, su cui si allunga la lunga mano degli USA. Non si può non vedere come questo sfascio abbia costituito un potente fattore di arretramento generale nel corso della storia mondiale. Ha prodotto una miriade di situazioni incontrollabili, una miseria endemica, “uomini da buttare”, ha creato frontiere lì dove prima c’era uno spazio unificato e una koinè linguistico-culturale che non annullava le specificità dei singoli popoli, ma consentiva comunicazione e scambio tra loro. Nei paesi dell’Est europeo sono oggi nuovamente dominanti le forme economiche capitalistiche, disuguaglianze sociali inimmaginabili, fuga verso i paesi dell’ovest, che oggi chiudono le loro porte a popolazioni, spinte dal bisogno economico ad accettare i lavori più umilianti e sottopagati in condizioni servili. Inoltre, la dissoluzione dell’URSS, che, nonostante alcune scelte di politica estera non lineari, costituiva comunque una retrovia per le lotte anticoloniali e antimperialiste dei popoli, ha favorito l’espansione e lo strapotere degli USA, che, liberi dal contrappeso militare sovietico, si sono lanciati alla conquista del mondo imponendo una guerra dopo l’altra. Il mondo post-sovietico non è né più libero, né più pacificato. Il segno complessivo del rovesciamento dei regimi politici ed economici verificatosi tra il 1989 e il 1991 non è affatto progressivo e va considerato una grande sconfitta per il movimento operaio.
Rimane tuttavia la questione circa l’inevitabilità e necessità storica del crollo di quegli edifici politico-sociali che, ancora nei primi anni ‘80, apparivano alla maggior parte degli studiosi sufficientemente solidi. Pur disponendo oggi, a 15 anni di distanza, di diversi studi, non abbiamo ancora – mi sembra – la ricostruzione analitica del quadro d’insieme che condusse allo sfascio delle società di tipo sovietico. Ciò che comunque emerge ineludibilmente è il ruolo che ebbe in esso il “fattore soggettivo” – la direzione politica, la dis-egemonia culturale e ideologica – e il fattore esterno, la pressione militare ed economica esercitata dagli USA e dalle altre potenze imperialistiche. La stagnazione economica e le più o meno grandi difficoltà in cui le economie socialiste vennero a trovarsi negli anni ‘80 ebbero certamente un peso, ma non possono essere considerate il fattore determinante, decisivo, dello sfascio di un sistema sociale e di uno stato plurinazionale. Una prova a contrario ci è data da Cuba, che, pur trovandosi all’indomani del 1989-91, quando si ridussero al minimo i rapporti commerciali con la Russia, in una situazione economica ben più precaria e difficile di quella che l’URSS stava attraversando, riuscì, adottando una nuova politica economica e mobilitando le masse, a far fronte alla congiuntura e a mantenere le strutture essenziali del potere socialista. In quali condizioni di vita e di sicurezza sociale si troverebbe oggi la popolazione cubana se fosse crollato il potere del partito comunista sull’onda lunga del 1989? Cuba re- Maggio – Giugno 2005 spinse la perestrojka gorbacioviana e cercò una propria via autonoma, che non smantellava e distruggeva il potere politico conquistato con la rivoluzione.
L’impiego del termine “dissoluzione” o “implosione” a proposito degli eventi del 1989-91 è di uso corrente, ma è in qualche modo distorcente. Ci suggerisce l’idea che quanto è accaduto sia dovuto essenzialmente ad una sorta di “suicidio” inconsapevole, di una perdita di legami sociali che si sciolgono perché non sanno e non possono più stare insieme, di un movimento spontaneo di forze interne che, prima aggregate, ora si disgregano. Il modo con cui si realizzano le controrivoluzioni borghesi – di questo si tratta, poiché chiedono democrazia liberale e mercato basato sulla proprietà privata –, rapido e apparentemente quasi senza scontro, senza grossa conflittualità, con la ritirata o il suicidio politico (e in certi casi non solo politico) dei partiti comunisti o con la loro autotrasformazione in partiti filoliberisti, può legittimare l’uso del termine “dissoluzione”: piuttosto che sotto i duri colpi di un nemico di classe, i partiti comunisti al potere sembrano disintegrarsi per incapacità di continuare ad esistere, come se avessero improvvisamente perduto la loro ragion d’essere. È questo l’aspetto più emblematico dei rovesci del 1989-91, quello che trasforma una sconfitta in una catastrofe irrimediabile, in un fallimento generale. Perché un conto è essere sconfitti combattendo contro forze soverchianti, come fu per i comunardi di Parigi nel 1871, ben altro è abbandonare il campo senza affrontare lo scontro, innalzando anzi le insegne del nemico sulle proprie bandiere. Tra il 1989 e il 1991 i partiti comunisti (o con nome socialista o lavorista) al potere nei paesi dell’Est si sciolgono o cambiano ragione sociale, denominazione e programma. Tutto ciò non deve tuttavia far perdere di vista il fatto che gli eventi del 1989-91 furono comunque il prodotto di uno scontro politico e di classe tra forze filocapitaliste e filosocialiste, in cui queste ultime, il più delle volte molto ingloriosamente, soccombettero. Le “casematte” socialiste dell’Europa orientale e dell’URSS furono attaccate simultaneamente da più parti e non furono in grado di opporre una valida resistenza, si arresero e passarono nel campo nemico, anche perché al loro interno erano state infiltrate solide “quinte colonne”. Se non si tiene presente questo dato fondamentale – la contraddizione, la lotta di classe a livello mondiale che interviene nel crollo delle società dell’Est – non se ne comprende il processo generale, e il tutto può apparire soltanto come un movimento di autodissoluzione interna, senza alcun intervento, se non marginale, di potenti forze esterne.
Non è così, se solo si vogliono leggere i documenti dell’amministrazione USA dei primi anni ‘80, in cui il Pentagono dichiara a chiare lettere la sua strategia di smembramento dall’interno dell’URSS. La politica americana non è più concepita per stabilizzare la corsa agli armamenti tra URSS e USA o per fronteggiare le avanzate sovietiche nel terzo mondo, ma tende ormai a eliminare l’influenza sovietica nelle zone periferiche e ad accelerare la corsa agli armamenti fino al punto in cui la pressione economica costringerà l’URSS a rinunciare alle sue ambizioni di superpotenza. M. Caspar Weinberger dichiara nel 1982 al National Defense University: “Incoraggiamo cambiamenti politici e militari a lungo termine dell’impero sovietico, e ciò renderà più facile la costruzione di un ordine mondiale più pacifico e sicuro”. La strategia del Pentagono prevede di fomentare movimenti di ribellione contro l’autorità sovietica nell’Europa dell’Est. Tutti gli aspetti della diplomazia americana vengono subordinati a questa offensiva coordinata contro l’URSS [1], paese col quale, dichiara Reagan, “siamo in guerra” [2]. La lotta contro l’“impero del male” è la priorità delle priorità dell’amministrazione USA. I paesi europei devono subordinare le loro politiche commerciali alla lotta economica e tecnologica contro l’URSS. Sono particolarmente indicative al riguardo le strategie messe in atto dal FMI e dalla CE nei confronti dei paesi europei dell’area del COMECON e in particolare di quelli col più alto debito estero, Polonia e Ungheria.
Il fattore esterno – l’assedio economico, la corsa agli armamenti, una politica di accresciuta tensione internazionale col preciso obiettivo di disintegrare il blocco sovietico – gioca indubbiamente un ruolo importante negli eventi che portano al crollo del 1989-1991. È l’onda lunga dell’offensiva neoconservatrice. Alla fine degli anni ‘70 il mondo stava vivendo un’impetuosa fase di trasformazione tecnologica e di pesanti mutamenti sul piano dei rapporti di forza tra le classi; il “neoliberismo” teorizzato e praticato dalla Thatcher e da Reagan, attaccava i pilastri dello “stato sociale”, dell’intervento pubblico in economia, che pure aveva caratterizzato una lunga fase del capitalismo postbellico, con il capitalismo monopolistico di stato: ogni forma di “statalismo”, di presenza dello stato, era visto come ingombrante ostacolo allo sviluppo economico: “meno stato più mercato” era lo slogan in voga, ampiamente ripreso anche a “sinistra”. Pochi erano rimasti a difendere l’intervento statale in economia. Le parole “privatizzazione” e “mercato” divennero à la page. Dopo la sonora sconfitta subita alla metà degli anni ‘70 in Vietnam e altri rovesci nel controllo neocoloniale del mondo – Angola, Mozambico, Salvador, Nicaragua – che facevano parlare allora di un “declino americano”, dopo la perdita del controllo sull’Iran, in cui la rivoluzione komeinista aveva tolto loro la base preziosa di un “subimperialismo” nel Golfo, i dirigenti USA passano ad una controffensiva a tutto campo rivolta a riconquistare le posizioni perdute, a riprendere l’egemonia mondiale. L’URSS è considerata il nemico principale, per la sua forza organizzata, la sua capacità di tenere testa anche sul piano militare agli USA, la sua forza d’attrazione verso i paesi del terzo mondo, il suo sostegno alle lotte di liberazione, ma anche la sua capacità d’intessere relazioni con l’Europa occidentale, coronate dall’Atto di Helsinki (1975), che, favorito dalla Ostpolitik di Willy Brandt, sanciva definitivamente la fine della II Guerra mondiale, l’intangibilità dei confini da essa scaturiti, un’area di pace nel continente. Contro l’URSS parte un’offensiva a tutto campo, volta ad isolarla e a metterla in difficoltà: gli USA aprono alla Cina popolare in funzione antisovietica (è la fase in cui i dirigenti del PC cinese denunciano l’“imperialismo sovietico” come il più pericoloso, attaccano militarmente il Vietnam, sostengono, insieme con gli USA, i mujaheddin islamici afgani); intensificano la propaganda contro l’URSS, moltiplicano i finanziamenti alle “radio libere”, lanciano una campagna sui “diritti umani”, trasformando ogni “dissidente” sovietico in eroe da prima pagina. Offensiva antisovietica enormemente favorita dall’elezione del papa polacco nel 1979, che avvia il suo pontificato condannando il comunismo e sostenendo apertamente il sindacato indipendente e in nuce partito politico Solidarnosc (che già godeva dell’appoggio degli USA), punta di lancia per la disgregazione del sistema di stati socialisti a partire dall’“anello più debole”, la Polonia. E, soprattutto, minacciano un riarmo senza precedenti, col progetto di “scudo spaziale” che toglierebbe a Mosca la deterrenza del nucleare. Nell’arco di pochi anni, tra la metà degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 l’URSS è messa alle corde, isolata diplomaticamente. Nulla le si concede. Si pone l’embargo sul commercio di prodotti strategici, si fomenta la sovversione interna nelle sue periferie.
Ma sostenere che il crollo dell’ URSS e delle democrazie popolari non fu il prodotto di un processo di dissoluzione spontanea di queste società e dei partiti comunisti che le reggevano, ma il risultato di uno scontro in cui i comunisti soccombettero di fronte ai capitalisti, non può costituire né un alibi né una giustificazione per la sconfitta, che va cercata nei fattori interni, nelle grandi debolezze e nella crisi in cui quelle società si dibattevano. L’URSS, dopo grandi progressi e ritmi di sviluppo accelerato nella ricostruzione postbellica e negli anni ‘60, incontrava crescenti difficoltà nell’organizzazione economica, nella realizzazione effettiva dei piani, e nella mobilitazione politica delle masse, che aveva caratterizzato i primi decenni postrivoluzionari. Il sistema, figlio di una rivoluzione che aveva dovuto confrontarsi quotidianamente con l’emergenza, era rimasto come congelato, l’apparato amministrativo, che in un’economia determinata dalla proprietà pubblica è inevitabilmente più ampio che nelle società private, appariva dominato da esigenze di carriera e quieto vivere. Direttori e maestranze nelle fabbriche avevano poco interesse a realizzare prodotti di qualità, e ciò che guidava il loro agire era prima di tutto ottenere l’approvazione degli apparati superiori, cui si inviavano spesso e volentieri informazioni “ritoccate” e truccate. La disciplina del lavoro era allentata e precaria. La società sovietica aveva perso il suo dinamismo e viveva un periodo piuttosto grigio, in cui il relativo benessere raggiunto, la sicurezza di servizi sociali, di assistenza, di un salario, l’accesso gratuito alle scuole e università, compensava i vuoti degli scaffali dei magazzini. Il sistema si era seduto su se stesso e la classe dirigente sovietica appariva una gerontocrazia autoperpetuantesi. La stessa grande capacità scientifica, frutto della rivoluzione socialista, che aveva lanciato lo sputnik e portato il primo uomo nello spazio, rivelando al mondo incredibili capacità e apparato tecnico industriale, appariva in declino, i brevetti non venivano utilizzati. Il gap economico rispetto alle impetuose trasformazioni negli altri paesi si approfondiva: se Stalin aveva industrializzato la Russia degli anni ‘30 comprando sul mercato estero le nuove tecnologie disponibili, ora l’apparato industriale sovietico era largamente obsoleto. Queste difficoltà interne non consentirono all’URSS di cogliere sul piano internazionale il successo della sconfitta USA in Vietnam e dell’avanzata del movimento anticoloniale e antimperialista.
Il sistema economico e politico degli stati socialisti europei costituitosi all’indomani della grande vittoria sovietica sul nazismo viveva anch’esso notevoli difficoltà. Diversi paesi dell’Est europeo conobbero nei primi decenni della loro costituzione un grande sviluppo economico che li trasformò da prevalentemente agricoli in industriali. Tuttavia, il rapporto tra paesi socialisti era ancora un problema irrisolto. Il “campo socialista”, attraverso il COMECON, riuscì a coordinare in parte lo sviluppo economico, ma le deficienze della pianificazione in URSS e negli altri paesi socialisti si riflettevano inevitabilmente ampliate nel coordinamento tra questi paesi. In queste contraddizioni si inseriva la politica degli USA, facendo leva sul nazionalismo degli anelli più deboli per incentivare spinte centrifughe e rompere il “campo socialista”.
Tuttavia, alla metà degli anni ‘70, con tutti i limiti sommariamente su esposti, il sistema sovietico si presentava ancora solido e stabile, i movimenti dei dissidenti erano marginali e non avevano, salvo che in Polonia, influenza di massa, mentre l’URSS brezneviana, come riconosceva lo stesso Zaslavsky, appariva una società del “consenso organizzato”. Né si manifestavano problemi etnici particolarmente gravi, in un paese che contava oltre 140 diverse nazionalità, unite nella comune patria sovietica. Né i dati economici, né quelli politici interni e internazionali lasciavano trapelare la possibilità di un collasso del sistema.
Quando Michail Sergeevic assume la carica di segretario generale del più grande partito comunista del mondo (circa 21 milioni di iscritti) l’URSS è in una situazione internazionale difficile, ma non disperata. Gli USA l’attaccano e l’incalzano con la corsa agli armamenti, ma non tutti i paesi europei seguono gli USA su questa strada. Dopo la morte di Breznev, nel 1982, l’ascesa a primo segretario di Juri Andropov dà una forte scossa all’apparato amministrativo e politico, propone alcune riforme del sistema economico, vara la legge sui collettivi di lavoro dell’impresa, che rilancia la partecipazione dei lavoratori alla realizzazione del piano e alla gestione dell’impresa socialista. L’esigenza di una riforma della direzione economica e politica è profondamente sentita da molti dirigenti del partito. L’arrivo di Gorbaciov, dopo la prematura fine di Andropov e il breve intermezzo di Cernenko, viene dunque salutato come segno di volontà di rinnovamento, confermata dall’età stessa, 30 anni di meno della media dei “gerontocrati”.
E nei suoi primi discorsi da segretario generale è questo che Gorbaciov dichiara di voler fare, riproponendo un termine già familiare nei rapporti di partito, “perestrojka”, quale ristrutturazione, rinnovamento della società socialista, i cui capisaldi storicamente definiti – proprietà statale e cooperativa, pianificazione, ruolo dirigente del PCUS – non vengono assolutamente messi in discussione, al pari dell’atto fondativo dello stato sovietico, la rivoluzione d’Ottobre, ancora commemorata con rispetto nel discorso del 70° anniversario.
Ma, al di là dei primi discorsi, vi è una pratica reale nella politica estera – condotta da Edvard Shevardnadze – che capovolge totalmente l’impostazione che lo stato sovietico si era data da decenni e che si poteva ancora leggere in uno scritto del precedente ministro degli esteri licenziato da Gorbaciov, Andrej Gromyko, secondo cui i principi cardine della politica estera erano dati dalla base di classe e dall’internazionalismo proletario, che si esplica nella “difesa conseguente degli interessi del socialismo mondiale, delle forze del movimento comunista e operaio internazionale, dei movimenti di liberazione nazionale […]. Quanto alla coesistenza pacifica, essa è una forma specifica della lotta di classe, una competizione tra i due sistemi socio-economici opposti, socialismo e capitalismo, che esclude il ricorso alla forza militare”[3]. Gorbaciov rifugge invece da una lettura di classe delle relazioni internazionali e parte dal presupposto dell’unità del mondo “interdipendente”, che postula l’accordo a qualsiasi prezzo, fino al disarmo unilaterale e alla resa senza condizioni. È una rottura di continuità con tutto il passato sovietico: non vi sono contraddizioni antagonistiche tra capitale e lavoro; non vi è contrapposizione tra il sistema capitalistico e quello socialista, ma si può pensare ad una convergenza. Nel suo libro, La perestrojka e il nuovo modo di pensare per l’URSS e il mondo intero [4] scompare la categoria di classe e si pone al centro un uomo generico, destoricizzato, al di fuori di una visione dialettica. Il socialismo non viene più posto come prospettiva dell’umanità, si tratta invece di trovare una via di mezzo tra capitalismo e socialismo. Nel complesso, una paccottiglia di buone intenzioni, una sequela di luoghi comuni, l’abbandono dell’arma della critica marxiana. Un generico umanitarismo condito con buoni sentimenti, incapace di fare analisi di classe, di individuare i termini del conflitto, i rapporti di forza. Un disarmo ideologico stupefacente, se solo si confrontano i discorsi gorbacioviani con i classici del marxismo. Scompare anche la categoria di imperialismo, sostituita da quella di impero. La teoria gorbacioviana rifiuta lo scontro, predica il disarmo unilaterale, e preferisce la resa. Si trattò di un vero e proprio passaggio di campo teorico che disorienta ideologicamente il paese. Questo approccio alle questioni internazionali fu deleterio per l’URSS: la “non violenza” di Gorbaciov lasciò campo libero alla violenza unilaterale degli USA (le prove generali furono fatte nella prima guerra del Golfo, agli inizi del 1991) e a quella del mercato capitalistico, che distrusse il sistema di protezione sociale, lasciando sul terreno milioni di immiseriti e morti per fame.
Se si guarda anche molto sommariamente alla politica estera sovietica condotta da Gorbaciov e Shevardnadze, molti sono gli interrogativi che si pongono, primo fra tutti quello relativo alla perdita del “campo socialista” in Europa: essa infatti non solo non fu ostacolata, ma fu favorita e organizzata dal gruppo dirigente gorbacioviano, che accettò praticamente senza contropartite persino la modifica dei risultati della Seconda guerra mondiale, faticosamente riconosciuti nel trattato di Helsinki (1975), e aprì la strada – come se si fosse combattuta e persa una terza guerra mondiale – alla formazione spesso violenta di nuovi stati in Europa (le guerre jugoslave degli anni 1990). Gorbaciov operò attivamente per delegittimare e scalzare tutti i dirigenti politici dei paesi dell’Europa orientale che, da Praga a Berlino a Bucarest, non accettavano la sua svolta politica. In questo modo fu creato il terreno per le “rivoluzioni” del 1989. Il loro segno di classe è chiaro, si rovesciarono i regimi politici dell’Est in nome del mercato e della proprietà privata capitalistici. Queste “rivoluzioni” condurranno questi paesi in ruolo subalterno nelle braccia della NATO e della UE.
Il fattore soggettivo, la direzione politica, l’orientamento ideologico e culturale, hanno giocato qui un ruolo di primo piano. Non era assolutamente scontato, né tantomeno determinato dai rapporti di forza internazionali, che questi paesi dovessero passare armi e bagagli nel campo occidentale. Se ciò accadde in modo straordinariamente rapido e inusitato, lo si deve al combinarsi di due fattori che agirono prepotentemente sulla coscienza di massa: da un lato, un’azione culturale promossa dall’alto, di delegittimazione non solo delle deformazioni del socialismo ma del socialismo in quanto tale, dall’altro l’azione consapevole e organizzata di gruppi ben sostenuti dalle centrali esterne, impegnate – come attestano i discorsi di Weinberger – a promuovere la sovversione nei paesi dell’Est: mentre gli aggressori demolivano, i difensori si auto-demolivano. Nessun potere può reggere in queste condizioni.
L’impatto della perdita del “campo socialista” in Europa orientale segna un punto di non ritorno per la situazione in URSS, dove l’agonia dura ancora due anni. A partire dal 1988, la politica del segretario del PCUS non si muove più in direzione di una riforma del socialismo, contro le sue degenerazioni, evidenti sempre più nel rapporto dirigenti diretti e nella gestione dell’economia, ma agisce come una clava contro tutto ciò che si era faticosamente realizzato nel corso di 70 anni di sacrifici e lotte. Il risultato è la paralisi e la disgregazione dell’economia, che non ha più un piano centrale, e un disorientamento di massa rispetto alla propria storia e ai valori socialisti, il radicalizzarsi delle spinte nazionalistiche separatistiche, alimentate, in particolare nelle repubbliche baltiche, dagli USA e dal Vaticano.
La storia degli ultimi convulsi anni di vita dell’URSS è tutta ancora da scrivere. Evidenti sono risultate negli sviluppi storici successivi le connivenze con alcune centrali occidentali di Boris Eltsin, il demagogo che, favorito dalle aperture della politica gorbacioviana e dai suoi mutamenti istituzionali presidenzialistici, conquista il controllo della più grande e importante repubblica sovietica, la Russia, usata come grimaldello per smantellare l’URSS, il PCUS e quanto di sovietico e socialista ancora rimaneva.
La crisi dell’URSS e del campo socialista è stata soprattutto culturale e politica. Il fattore soggettivo, la capacità di direzione politica e culturale giocano nelle società di transizione dal capitalismo al socialismo un ruolo determinante. Poiché i paesi in cui si è affermato un potere politico che si propone di operare per trasformazioni socialiste non sono che “casematte”, “avamposti” nello scontro mondiale tra capitalismo e socialismo, essi hanno bisogno di una costante direzione politico- culturale e mobilitazione consapevole delle masse per combattere l’avversario di classe nel mondo capitalista che li circonda e che punta a prendere queste “fortezze” dall’esterno e dall’interno.
L’esito dei tentativi di transizione al socialismo non è predeterminato, molto dipende dai fattori soggettivi, dall’ideologia, dal grado di civiltà, di cultura politica e capacità critica dei gruppi dirigenti e delle masse, il che richiede un sistema politico che favorisca quello che Gramsci chiamava “progresso intellettuale di massa”, e che nell’URSS degli ultimi decenni si era invece grandemente appannato.