A Sud-est soffiano venti di crisi

*Segretario del Circolo PRC “Roberto Orsi”, Lecce

Il nostro sistema produttivo aveva nel TAC il suo zoccolo duro e nel metalmeccanico il suo fiore all’occhiello. Badate bene: “aveva”. La crisi del TAC è ormai decennale, ci dicono a causa della concorrenza cinese. Non ci dicono che per anni abbiamo avuto a che fare non con capitani d’industria ma con “patruni”. Gente che assumeva un solo membro per famiglia a patto che gli altri membri cucissero scarpe a casa. Ovviamente in nero. La Fiat Hitachi è stata per anni una “best practices” all’interno del Gruppo FIAT, mentre adesso nei suoi grandi capannoni lavorano solo 90 persone invece delle 545 a pieno organico. Diamo due numeri sulla cassa integrazione in questi due settori: 1080 nel metalmeccanico, 1490 nel TAC. Chissà se sono ottimiste come il premier queste 2500 famiglie. Però non sono sole: il settore commercio non attraversa tempi migliori. Uno dei due ipermercati di Lecce, Carrefour, ha chiuso cedendo l’attività al gruppo Conad che come prima cosa ha deciso di porre tutti e 220 i dipendenti ex Carrefour in cassa integrazione a rotazione a gruppi di 70. Facciamo una carrellata degli altri settori per dare un quadro più chiaro della situazione: 130 cassaintegrati nel settore edilizia, oltre 500 precari tra docenti e ATA rimasti a spasso grazie all’operato della Gelmini; emblematico il caso Coopersalento per quel che riguarda l’agricoltura: quand’era aperta produceva diossina, ora che è sotto inchiesta, ovviamente chi ne paga le conseguenze sono i 35 lavoratori che sono in cassa integrazione straordinaria.

Ovviamente in questi dati resi noti dalla CGIL Lecce non sono registrate le “sparizioni” delle piccole e piccolissime imprese che costituivano l’indotto dei vari settori. Ci sono poi situazioni paradossali come il triangolo CNH – MPS – Transcom. In trecento metri ci sono le sedi di queste tre aziende, i loro lavoratori si incrociano ma non si riconoscono: non si possono mischiare operai (CNH) con consulenti a partita IVA (MPS) con lavoratori a progetto (Transcom). Fanno una fatica tremenda a sentirsi classe perché non si riconoscono come simili, diversi solo nel loro grado di precarietà. Non ci sono contributi su giornali come questo in cui non ci si ponga la solita domanda “Che Fare?”. Un partito che si dica comunista non può che avere come riferimento il mondo del lavoro: ieri era “facile” perché c’erano zone molto grandi ed omogenee a cui fare riferimento (operai, cultura, scuola…) mentre oggi si tratta di tessere relazioni con una serie di frammenti sparsi a cui bisogna rivolgere lo stesso messaggio di sempre ma con parole chiave e approcci nuovi. Un esempio su tutti è costituito dal cosiddetto popolo delle partite IVA: ieri erano professionisti, oggi sono per lo più giovani a cui viene proposta questa forma contrattuale dove la tariffa è stabilita dal datore di lavoro. Siamo tornati al rapporto “caporale – lavoratore giornaliero” solo che oggi si chiama “Azienda – Consulente”. Servirebbe un nuovo protagonismo sindacale: nuovo nei linguaggi, nel target, al passo coi tempi. Un sindacato di classe, un sindacato “generazioneMilleEuro” dovrebbe porsi come primo obiettivo la ricostruzione dei succitati rapporti tra identità lavorative diverse. Dovrebbe porsi un obiettivo ambizioso: non “rilanciare il conflitto” bensì “rovesciare le posizioni”. Ha colpito molti la protesta disperata degli operai della INNSE, costretti a rimanere giorni su una gru per tutelare il loro posto di lavoro. Mi piacerebbe che le nostre lotte non fossero di resistenza, di inseguimento; mi piacerebbe non dover aspettare un “padrone buono”. Vorrei che i lavoratori tornassero protagonisti, che riscoprissero il valore originale del loro lavoro. Forme organizzative come le cooperative, potrebbero aiutare a ricreare un clima di sussidiarietà e contribuire a realizzare un avanzamento sociale: meglio essere socio di una cooperativa che lavorare a partiva iva a tariffe stabilite dal committente. “Se tu fossi una banca ti avrebbero già salvato”. Vero. È logico quindi immaginare forme di credito a tassi non da usura a favore di queste cooperative mi sembrerebbe dovuto. Vorrei che si tirasse una linea su quanto fatto finora a livello politico sindacale per scatenare una battaglia delle idee tesa al superamento di una empasse che ormai dura da quasi vent’anni. Bisogna essere consapevoli del fatto che purtroppo non si esce dalle crisi senza misure straordinarie e visioni strategiche. Forse “vorrei” troppe cose, sono anche convinto però che qualcuno la pensi già come me, che molti abbiano le mie stesse esigenze, che troppi abbiamo già perso lavoro e dignità per non provare a cambiare marcia a partire da qui e subito.