A proposito di marxismo e di femminismo

Ritorniamo sui temi del femminismo e della liberazione della donna facendo parlare, questa volta, un’esponente storica, Lidia Menapace, che nell’arco di un lungo tempo, che va dagli anni ’70 ad oggi, non ha mai smesso di contribuire allo sviluppo teorico e politico del movimento femminista italiano, nel quale è sempre stata attiva.

Ci è sembrato interessante ascoltare la sua opinione anche perché, nel panorama assai vasto del femminismo – al punto che oggi appare più corretto parlare di femminismi – Lidia Menapace esprime un pensiero nel quale le fondamentali categorie marxiste non vengono liquidate, ma piuttosto arricchite da problematiche poste dall’elaborazione femminile, prime fra tutte il patriarcato.
Di notevole interesse è inoltre l’idea di una Convenzione di donne per la pace, da lei stessa promossa, che pone al centro dell’attuale fase politica la lotta contro la follia della guerra e tenta di costruire attorno a tale tema dominante l’aggregazione e la mobilitazione dei molteplici gruppi e associazioni di donne, altrimenti separati.
Riprendendo spunti e sollecitazioni presenti in alcuni articoli già pubblicati dalla nostra rivista, le abbiamo rivolto alcune domande.

Esiste secondo te un rapporto, un filo che lega il concetto di “liberazione della donna” al marxismo? Più precisamente, quando Engels, ad esempio ne L’origine della famiglia usa il termine di liberazione della donna, lo fa nel senso che noi oggi intendiamo, di una liberazione complessiva, che riguarda i diversi aspetti della vita, o si riferisce alla dimensione economica? Non ti sembri una domanda “dottrinaria”; il legame tra liberazione della donna e marxismo ci aiuta – credo – a comprendere il tormentato rapporto che, in varie fasi della storia, si è verificato tra il movimento delle donne ed il movimento operaio ed i suoi partiti… un rapporto dialettico, a volte virtuoso, a volte conflittuale…

Il termine liberazione, almeno in Italia, viene usato per il neofemminismo degli anni settanta e appunto significa una sottolineatura della sessualità e della coscienza, non solo la richiesta di accesso ai diritti politici, civili e nel lavoro. Il rapporto tra movimento delle donne e qualsiasi altra cultura politica è necessariamente conflittuale, dato che il patriarcato è presente anche nelle organizzazioni del movimento operaio e nei partiti di sinistra. Del resto il conflitto è di per sé un motore della storia, senza il quale niente farebbe mai un passo avanti.

Credo che, per sommi capi, si possa affermare che una delle differenze più evidenti del movimento emancipazionista (che vede la sua base sociale nelle donne operaie e contadine) ed il movimento femminista (la cui origine intellettuale e nelle classi medie è certamente prevalente) stia nel fatto che quest’ultimo pone la problematica della sessualità.
Nell’articolo che ho pubblicato proprio in questa rivista, ho sostenuto che il dibattito che si è sviluppato nell’Unione Sovietica degli anni ’20 ha incluso le problematiche dell’eros e del rapporto uomo-donna, riferendomi in particolare al pensiero ed all’opera della Kollontaj di cui nessuno più parla. Che ne pensi?

Giudico l’emancipazione , cioè la lotta per l’accesso ai diritti, una fase importantissima e preliminare. L’emancipazione ebbe sempre una molteplicità di appartenenze sociali: le suffragiste inglesi erano per lo più donne colte e borghesi; in Italia il movimento emancipazionista ebbe una corrente liberale, più interessata alla richiesta del diritto di voto, una socialista che lottava anche per il voto ma soprattutto per il lavoro e contro la prostituzione, e lo stesso movimento cattolico. La base sociale fu, direi, poco contadina, e certo operaia, ma con una non grande autonomia: l’emancipazione femminile fu sempre parte dei programmi dei partiti di sinistra e del movimento sindacale, ma – per così dire – in forma delegata e poco autonoma e in ogni caso sempre in parte subordinata alle direttive altrui. La Kollontaj fu un’eccezione importantissima, ma ben presto messa ai margini. Prevale nel movimento operaio un moralismo diffuso che impedisce, ad esempio nel PCI, di affrontare il tema del divorzio, delle unioni di fatto e più tardi dell’aborto se non trascinato dal femminismo “esterno” con relazione molto forte con l’UDI.

Negli anni 70 in Italia vi fu un acceso dibattito tra orientamenti femministi che non abbandonarono le categorie di interpretazione marxista e dialettica della storia ed altri che teorizzarono la necessità di una rottura o, comunque, l’inadeguatezza del marxismo. La tua introduzione ad un testo importante in quegli anni, Per un movimento politico di liberazione della donna, può essere considerato un esempio del primo orientamento. Oggi come ti collochi nel panorama molto variegato del femminismo?

Continuo a pensare che la lettura critica del marxismo sia assolutamente necessaria, ma integrata con le scoperte o riscoperte del femminismo, in particolare appunto quella del patriarcato come istituzione politica e giuridica che ancora esiste e non è assente a sinistra. Perciò penso che bisogna continuare a lottare e ad essere conflittuali con la società capitalistica certamente, ma non dimenticare che nella tradizione del movimento operaio e dei partiti che lo hanno rappresentato le forme di omologazione culturale e gli impoverimenti teorici sono molti. Ad esempio Rosa Luxenburg, una teorica dell’economia e critica del militarismo e teorica della rivoluzione come movimento moltitudinario che parte non dalla conquista militare dei vari palazzi d’inverno, ma radicandosi autonomamente nella società, è stata dimenticata. Sono convinta che il femminismo sia una cultura politica generale e che comporti una innovazione teorica nel marxismo tradizionale: il femminismo insomma fa emergere un soggetto in sè e per sé rivoluzionario, dunque la rivoluzione non ha un solo motore, né un solo soggetto.

Vorrei parlare del il concetto di “differenza”, di cui ci sono diverse interpretazioni e che non appartiene a tutto il movimento femminista.

La differenza sessuale è un fatto visibile a occhio nudo e il genere costituisce una delle forme culturali più significative ed “ingombranti”, non riducibili: non amo il femminismo che ha della differenza un concetto ontologico, ma penso che una impostazione storicistica, cioè costruita intorno alla cultura che i generi hanno elaborato sulla base della loro materialità, sia importante.

Le femministe hanno per lo più i capelli bianchi, appartengono cioè a generazioni precedenti che certamente hanno lasciato una traccia profonda nella storia, ma che difficilmente riescono a suscitare interesse nelle giovani generazioni anche in questa fase in cui la protesta ha risvegliato la coscienza e la voglia di lottare di tante ragazze e ragazzi. Perché? Il femminismo ha forse raggiunto i suoi obiettivi? Oppure è troppo chiuso in sé stesso, troppo elitario, non si lascia “contaminare” dai movimenti di massa?

È in corso una vendetta sociale e politica contro le donne, perché le nostre rivendicazioni, persino quelle emancipatorie, se diventano diritti, e cioè valgono universalmente, producono tali mutamenti sociali economici culturali familiari, che se ne ha paura. Tale vendetta si esprime in un disegno della destra (dare spazio modesto, ma visibile ad alcune donne emancipate, nel senso di imitatrici del modello maschile dominante e rinviare le altre a casa con politiche restrittive della base lavorativa e riduzione dei servizi sociali), disegno molto pesante e accompagnato da una cultura di parità molto superficiale ed imitativa, mentre la sinistra non ha alcun disegno se non quello di accompagnare, spingendo un po’ le cose, il cosiddetto “nuovo welfare”, che non per caso è un mix infernale di servizi a pagamento, estensione delle assicurazioni e un po’ di assistenza, attraverso “bonus” per chi resta indietro. Non c’è da stupirsi che le parole femministe siano fievoli.
È stata erosa la base materiale dell’emancipazione e anche il movimento operaio non gode di gran buona salute: non capisco perché quando è sconfitto il movimento operaio si dice che è sconfitto e si cercano le maniere per farlo tornare in scena, e se viene sconfitto il movimento femminista si cerca subito di dire che è vecchio e ha forse finito la sua storia.
Del resto anche nei movimenti il patriarcato è molto presente e le ragazze stanno accumulando fastidio crescente, dal quale si può ricavare una nuova ondata di lotte, come spero.
Naturalmente fino a quando c’è il patriarcato, il femminismo non può certo dire di aver raggiunto la propria meta, anche se è vero che ha mutato profondamente e diffusamente la coscienza di sé delle donne.

Parliamo del rapporto complesso delle donne con il lavoro. Il lavoro delle donne o il lavoro per le donne è diverso intanto perché include ancora tanta parte di lavoro domestico, di accudimento, di cura. Tuttavia è certo che in una fase in cui il mercato del lavoro viene reso estremamente flessibile e precario, le donne sono le prime a soffrirne. Non credi che su questo aspetto possa crearsi una forte convergenza tra il movimento operaio e sindacale e la soggettività femminile tesa a scardinare la politica del governo di centro-destra, a mandare a casa Berlusconi? Quali riforme economiche, sociali, del mercato del lavoro, dei servizi sono necessarie per creare le basi materiali di condizioni di vita più emancipate e più libere per le donne?

Credo che sul lavoro bisogni adeguare l’analisi del marxismo classico, troppo industrialista, e indagare le molte forme di lavoro dipendente che sperimentano le donne.
A Pechino nel 1995 venimmo colpite dalle molte forme molto importanti di lavoro e di gestione dell’economia sperimentate in condizioni difficilissime dalle donne africane e latino-americane: ci mancano molte conoscenze in merito, ma segnalo le politiche dell’acqua, quelle agricole, il mediocredito e la difesa dell’artigianato tessile, ceramico ecc. A mia volta ho cercato anni fa di introdurre la categoria economica di lavoro della riproduzione “biologica domestica e sociale”, proposta che ritengo importante. Non amo la locuzione sociologica di “lavoro di cura”, preferisco il linguaggio dell’economia di “lavoro di riproduzione”, e penso che la riproduzione abbia propri modi e forme.
Quanto al lavoro domestico, esso deve essere diviso tra i generi e/o professionalizzato.
La classe è anche donna, e non vedo perché si debba parlare di “convergenza” se non per sottolineare il patriarcato presente nelle organizzazioni della classe: il soggetto donna è interno alla classe e la lotta che le donne hanno condotto con successo nella CGIL (oggi l’unica organizzazione che abbia una segreteria generale composta di sei uomini e sei donne e numerose dirigenti donne) lo documenta.

Tu sei l’artefice, se non erro, di una iniziativa volta a raccogliere i vari gruppi ed associazioni di donne attorno ad una “Convenzione di donne per la pace”. Io credo che la lotta contro la guerra infinita sia oggi centrale. Che cosa proponi in particolare sulle basi USA e NATO per impedire un coinvolgimento dell’Italia in guerra? Si parla della costruzione di un processo di alternativa a Berlusconi che non può non includere una diversa politica internazionale. Quali politiche di pace alternative?

La proposta della Convenzione vuole essere una forma di organizzazione adatta al femminismo che è frazionato e molteplice e a mio parere può essere efficace e visibile se e quando pattuisce (conviene, fa convenzioni) tra le sue varie componenti su varie tematiche. In altri termini, invece di un movimento “generalista”, necessariamente al minimo comun denominatore, lancio l’idea di “convenzioni tematiche” in relazione tra loro, e ho cominciato dalla Convenzione contro le guerre perché io pure ritengo che questo sia il tema dominante.
Noi proponiamo che l’Europa si costituisca almeno come continente che ripudia la guerra, perché intendiamo poi allargare il ripudio fino alla neutralità militare. Per costruire uno stato sociale degno di questo nome e non miserabili forme di assistenzialismo e progressive ineguaglianze, bisogna sottrarre risorse alle spese militari e fare una vera riconversione dell’economia. Noi dunque chiediamo che nella Costituzione europea vi sia un’articolo simile al nostro articolo 11, in modo che si possa in futuro allargare gli spazi di neutralità militare e avere una base di diritto internazionale per avviare un contenzioso volto ad ottenere che le basi NATO se ne vadano: infatti uno stato neutrale ha diritto di rifiutare basi militari, passaggi di truppe e sorvoli dello spazio aereo.
Naturalmente vogliamo il ritiro delle truppe italiane da tutti i fronti di guerra e non dare né un soldo né una persona per follie criminali come sono oggi le guerre, se mai sono state qualcosa di buono. Nell’analisi molto critica che facciamo del passato aggressivo imperialista e colonialista dei vari stati europei, diciamo che in Europa solo due movimenti di grande portata sono da citare con favore: essi, il movimento operaio e quello delle donne, hanno cambiato la faccia della terra e avviato prese di coscienza di milioni e milioni di persone.
Vanno riconosciuti come le vere e nobili “radici” del continente: essi non hanno mai provocato una guerra, mai voluto guerre, hanno sempre lottato contro il militarismo e i nazionalismi e i razzismi.
Le guerre le hanno dolorosamente subite e ora le respingono e rifiutano.
Non si potrebbe essere più in disaccordo di così rispetto al vergognoso governo Berlusconi.