A proposito di comunisti “buoni” e “cattivi”: l’esempio italiano

Senza grande clamore sui media internazionali, il più grande partito sorto dalla liquidazione del Partito Comunista Italiano – i Democratici di Sinistra (DS) – ha concluso il suo ultimo Congresso. I dirigenti dei DS, in buona parte gli stessi che nel 1989 sciolsero il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, hanno deciso ora di fare lo stesso con il più consistente partito italiano dell’Internazionale Socialista (IS), per procedere alla fusione con il maggiore dei partiti eredi della vecchia Democrazia Cristiana, la Margherita. I commentatori italiani più caustici hanno già definito questa nuova operazione trasformista come il “compromesso storico bonsai”. A scanso d’equivoci, il nuovo partito non si chiamerà più di “sinistra”, ma solo Partito Democratico. I dirigenti della Margherita hanno garantito che esso non aderirà né all’IS, né al Partito Socialista Europeo. E nel suo documento programmatico scompare qualsiasi pretesa di essere una forza politica rappresentativa del mondo del lavoro. Chi abbia l’età sufficiente, ricorderà certamente come una delle direttrici di attacco contro il Partito comunista portoghese (PCP) – dopo il 25 Aprile della Rivoluzione dei Garofani – consistette nel contrapporre il PCP al PCI. Quest’ultimo, che a metà degli anni ’70 era giunto a superare la soglia del 30% dei voti, veniva rappresentato come una forza comunista “moderna”, “democratica” e “flessibile”, che – “diversamente dal PCP” – era destinata a breve a crescere ancora. Se si considera, in verità, che buona parte dei dirigenti che ora hanno liquidato i DS (Fassino, D’Alema, Veltroni…) erano a quel tempo già dirigenti del PCI, difficilmente oggi si potrebbe negare che questi “buoni comunisti” non erano in realtà neppure socialdemocratici… Per decenni si è cercato in vari modi di convincerci a seguire “l’esempio italiano”. Si insisteva sulla necessità per il PCP di “attualizzarsi” e “rinnovarsi” per potere, così si diceva, “garantire il futuro della sinistra e del comunismo”. Era necessario “riflettere” e “ripensare”. Più di trent’anni di “riflessioni”, di “ripensamenti” e “modernizzazioni” hanno condotto infine i principali dirigenti dell’ex PCI alla conclusione che essi non volevano più essere né comunisti, né socialisti, né laburisti o socialdemocratici, e neppure genericamente di “sinistra”. Essi intendevano solo, e lo sono diventati, essere i rappresentanti politici del grande capitale italiano, alleati sicuri dell’imperialismo nordamericano ed europeo. E non si pensi che questa affermazione sia il frutto di settarismo o di malanimo. E’ stato lo stesso Massimo D’Alema, attuale Ministro degli Esteri italiano, dopo essere stato Primo Ministro dal 1998 al 2000, a chiarire le condizioni per cui giunse a tale incarico: dopo la caduta del primo governo di centro-sinistra guidato da Prodi – che ora è di nuovo Primo Ministro – nel 1998, “era assolutamente impossibile andare a nuove elezioni” perché “esisteva uno stato di necessità più generale”. L’ultimo atto di Romano Prodi, il 12 ottobre, era stato infatti quello di firmare gli activation orders della Nato: l’intervento militare nel Kosovo avrebbe avuto inizio da lì a pochi giorni. Non era concepibile – sono parole dello stesso D’Alema, divenuto in quel frangente Primo Ministro – che l’Italia, un paese ormai praticamente in guerra, andasse ad elezioni anticipate”. E’ triste vedere un grande Partito, che ha scritto pagine di storia di innegabile eroismo e che tanto ha contribuito all’emancipazione sociale dei lavoratori italiani, essere demolito da piccola gente, la cui maggiore ambizione si è infine rivelata quella di diventare i paladini dei signori della guerra e del capitale. Ci sono molte lezioni da trarre da questa storia. Ma sarà difficile non concludere quanto sia stato un bene per i lavoratori e il popolo portoghesi che il PCP non si sia fatto sedurre dal canto delle sirene dell’ “esempio italiano”.

In Avante, 10 maggio 2007. Nostra traduzione.