A proposito del “Socialismo realizzato”

La discussione aperta sulle pagine de L’Ernesto a proposito del cosiddetto ‘socialismo realizzato’ sopraggiunge a ridosso di un più ampio dibattito che proprio in questi ultimi mesi ha preso corpo su giornali e riviste della sinistra, in particolare dentro e attorno al Prc. Le esigenze e i tempi della rigorosa ricerca storica vengono ad incrociare – direi, in questo caso, inevitabilmente e salutarmente – l’immediatezza dell’attualità politica, poiché sono toccate corde profonde nella coscienza, nelle convinzioni di tanti militanti e, più in generale, di quanti continuano in più modi a dirsi oggi comunisti.Il consumarsi di una sconfitta storica e la conseguente improrogabile necessità di ridefinire il senso del nostro agire impongono di cogliere quest’occasione, anche a costo di qualche schematicità di giudizio: provo dunque a fornire alcuni rapidi spunti di riflessione che attengono a tre grandi questioni, tra loro interconnesse: il significato dell’Ottobre sovietico, il fenomeno staliniano, il valore problematico della concreta esperienza delle cosiddette ‘società di transizione’.

Eventi e contesti

Con la rivoluzione bolscevica del 1917 fa irruzione nella storia un paese da quel momento “impegnato a costruire una società diversa da quella capitalista e ad essa contrapposta” (E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano 1997, p.437). Sul valore epocale e di rottura di quell’evento, rispetto al quadro di secolare subordinazione delle classi oppresse, gli storici di ispirazione marxista non hanno dubbi: quella dell’ottobre del ‘17 in Russia fu una rivoluzione sovietica (“perché i bolscevichi diedero il potere al II° congresso panrusso dei soviet dei delegati degli operai e dei soldati”), proletaria (“perché nell’industria venne istituito il controllo dei lavoratori”), contadina (“perché abolì la proprietà privata della terra, che fu tolta al latifondo e concessa ai contadini”), nazionale (“perché coinvolse metà della popolazione e promise ai non russi il diritto di autodeterminazione”) (M.Mc Cauley, Stalin e lo stalinismo, Bologna 2000, pp.1-2). La portata del mutamento non si espresse semplicemente nello sconvolgimento dei rapporti di potere tra le classi, ma più in generale investì l’intero tessuto sociale del paese, i suoi modelli di vita: “I primi atti di governo (…) abolirono titoli nobiliari, privilegi di casta, distinzioni di rango e ufficiali suddivisioni in ‘ceti’, per dichiarare tutti semplici ‘cittadini’ della repubblica; riconobbero piena parità di diritti tra uomo e donna, fra figli legittimi e ‘illegittimi’ (questa stessa parola fu abolita); semplificarono le procedure di divorzio e di matrimonio, che diventarono esclusivamente civili; proclamarono la completa separazione della Chiesa dallo Stato, privando del diritto di proprietà le associazioni religiose o ecclesiastiche” (G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, Milano 1979, p.74). Questo strappo inaudito avvenne in Russia, alla fine del secondo decennio del ‘900.
Ma appunto: in Russia, nel contesto storico dei primi anni ‘20. Anche in vista dei nostri successivi ragionamenti, è utile gettare su di esso uno sguardo seppure sommario. Si può ricorrere, in proposito, alle accurate descrizioni di J. Elleinstein (Storia del fenomeno staliniano, Roma 1975). La Russia zarista, quella ad esempio del 1913, era quel che diremmo oggi un ‘paese povero’. La sua produzione industriale era di due volte e mezza inferiore a quella francese (pur avendo un numero di abitanti quattro volte superiore) e di ventidue volte inferiore a quella statunitense; i suoi insediamenti industriali apparivano come dei corpi estranei, dislocati in poche città e circondati dall’immenso universo rurale. L’agricoltura era sostanzialmente arcaica: dominava ancora l’aratro di legno. Abbattendo queste già fragili basi, la prima guerra mondiale e la successiva guerra civile precipitarono il paese in un abisso ancor più fondo. L’industria era praticamente scomparsa (restavano solo le fabbriche di armi), la produzione agricola dimezzata. L’inverno del ‘20-’21 portò carestia ed epidemie, uccidendo milioni di persone (che andavano ad aggiungersi al milione e mezzo di morti in guerra e al milione di vittime della guerra civile). Le città andavano spopolandosi (Pietrogrado era passata dai due milioni e mezzo di abitanti del 1916 ai 740 mila del 1920); “decine di migliaia di mendicanti, vagabondi, bambini abbandonati vagavano per le campagne”; i russi sembravano ripiombati “nei tempi più oscuri della storia, quando gli esseri umani morivano di fame nel senso letterale del termine” (J. Elleinstein, cit.).
Tali circostanze – di cui certo i bolscevichi non erano responsabili, poiché essi avrebbero fatto volentieri a meno tanto della guerra che della guerra civile – facevano tuttavia da sfondo ai propositi di edificazione del socialismo. In tale congiuntura il partito bolscevico (i cui militanti avevano vissuto in clandestinità fino al 1917 e per lo più avevano già conosciuto il carcere, il confino in Siberia o l’esilio) si trovò a dover contrastare la controrivoluzione, assumendo i primi provvedimenti repressivi e di sospensione della legalità: chiusura dei giornali non bolscevichi, scioglimento della duma, messa al bando del partito cadetto. Ma era già in atto il ‘terrore bianco’ e le truppe di 17 paesi premevano ai confini dell’appena nata repubblica sovietica. Si può ben comprendere che, con l’esercito tedesco in marcia verso Mosca (era il gennaio del 1918), Trockij affermasse: “Non si entra nel regno del socialismo con i guanti bianchi e su un pavimento tirato a lucido”.
Chiunque abbia letto una sola riga di ciò che scrisse Lenin fino alla fine degli anni ‘20 – non parlo dunque solo delle Tesi di Aprile, concepite nel ‘17 di ritorno dall’esilio svizzero – sa che la prospettiva di un’estensione europea dei bagliori rivoluzionari era ritenuta concretamente presente: egli era perfettamente consapevole delle difficoltà cui sarebbe andata incontro la giovane rivoluzione sovietica, qualora avesse dovuto contare solo sulle proprie forze. Avrebbe dovuto fare i conti con un paese enorme, col 70% di analfabeti (nella Francia del 1789 erano il 65% !), dove era quasi scomparso il proletariato e in cui la maggioranza degli intellettuali e dei tecnici (gli “specialisti”) erano emigrati. In tali condizioni il gruppo dirigente bolscevico si trovava a dover andare avanti: “Abbiamo aperto una breccia nel vecchio mondo borghese”; occorre continuare ad allargarla e a dimostrare di saper comunque far fronte all’organizzazione della società e dell’economia: “Voi siete ottima gente, ma il lavoro economico non sapete farlo: ecco qual è la più semplice e micidiale critica (…) Non sappiamo dirigere l’economia: o sapremo dimostrare il contrario o il potere sovietico non potrà durare” (V.I. Lenin, Discorso all’XI° congresso del Pcr del 1922, ‘Opere scelte’, Mosca 1971, pp.248-9).
“Oggi si dimentica troppo facilmente la realtà del 1921” – osserva J. Elleinstein in polemica con C. Bettelheim, colpevole appunto di aver “dimenticato” di esaminare tale contesto, finendo così per sostituire “lo studio storico” con un “discorso sulla storia” discrezionalmente orientato da categorie troppo generiche entro cui costringere la complessità dei fatti: a giudicare da certe visuali semplificate ed onnicomprensive, così come sono proposte nei nostri odierni dibattiti, sembrerebbe che il vizio dello schematismo sia duro a morire. In ogni caso, alla luce di quanto si è detto non può sorprendere che la prima preoccupazione dell’intero gruppo dirigente bolscevico fosse lo sviluppo delle forze produttive. Beninteso, ciò va detto nella consapevolezza che lo sguardo di fine millennio è in grado più di ieri di cogliere l’ambiguità della categoria di ‘sviluppo’, la nuova dimensione della contraddizione uomo/natura: la visibilità planetaria delle devastazioni ambientali segnala oggi con inedita chiarezza il limite dello sviluppo capitalistico (nonché della sua aggressività bellica), quale segno dell’intrinseca irrazionalità del progetto sociale cui esso mette capo. Con tutto ciò, difficilmente potrebbe essere contestata la legittimità del giudizio storico secondo cui, nelle condizioni date, non era concessa alla Russia sovietica una strada diversa da quella che Preobrazenskij avrebbe denominato un’“accumulazione primitiva socialista”: condizione certo non sufficiente, ma non per questo meno necessaria. Giudizio ovviamente ben più problematico è quello che verte sulle modalità con cui quella strada obbligata fu percorsa.

Forza della storia e degenerazioni della forza

Torniamo a dare un veloce sguardo ai fatti. Nel 1927 era ormai chiaro che non vi sarebbe stata alcuna conflagrazione rivoluzionaria nel resto dell’Europa. La Nuova Politica Economica – il passo indietro effettuato da Lenin con la parziale reintroduzione di “elementi capitalistici” – non aveva dato i frutti sperati, stretta com’era nella morsa della “crisi a forbice”: con un’industria ancora incapace di produrre beni di consumo, i contadini non trovavano nulla da comprare e, conseguentemente, consumavano direttamente la gran parte del loro surplus agricolo, determinando in tal modo la grave carenza alimentare delle città. Da tale congiuntura scaturì la scelta dell’industrializzazione forzata, attuata poi negli anni successivi a partire dal 1° piano quinquennale.
Quest’ultima, poiché richiedeva come conditio sine qua non l’approvvigionamento costante del proletariato, fu accompagnata da un processo accelerato di collettivizzazione delle campagne (conclusosi soltanto nella seconda metà degli anni ‘30). Qui si colloca lo snodo più drammatico, sin dall’inizio paventato da Lenin: il divorzio dal progetto rivoluzionario di gran parte delle masse contadine. Politicamente e culturalmente impreparati a tale repentino passaggio, molti contadini reagirono, attuando forme di resistenza sia attive che passive e pagando il conto più salato, in termini di requisizioni forzose di grano, deportazioni, vite umane: la “liquidazione dei kulaki in quanto classe” non si fermò infatti ai contadini ricchi, ma di fatto investì il grosso delle masse rurali.
Due furono i motivi che indussero il gruppo dirigente bolscevico – dopo le note gravissime lacerazioni interne – ad intraprendere il suddetto percorso, abbandonando l’esperimento della Nep e rigettando le tesi gradualiste e di apertura al mercato sostenute da Bucharin. In primo luogo, non si voleva consentire ai contadini ricchi (che erano anche i produttori più efficienti) di espandere ulteriormente la loro attività, tornando ad impiegare braccianti senza terra: “Un forte gruppo di contadini indipendenti e ricchi come solido fondamento dello zarismo era il sogno di Stolypin; ma era l’incubo dei bolscevichi” (A. Nove, Stalinismo e antistalinismo nell’economia sovietica, Torino 1968, p.24). In secondo luogo, “i bolscevichi avevano fretta”, poiché “ritenevano che entro non molto tempo sarebbe stata scatenata una guerra contro la Russia” (A. Nove, cit., p.25). La crescita rapida dell’industria pesante rappresentava dunque una scommessa di sopravvivenza contro il tempo.
Che non vi fosse altra scelta oltre a quella adottata, per quanto coercitiva e spietata, è tesi condivisa da autori delle più diverse tendenze. Nell’intento di descrivere le necessità di fondo, non si può tuttavia seccamente chiudere la gamma delle possibili modalità: se ha un senso ripercorrere la vicenda storica valorizzandone i ‘se’, è lecito allora ipotizzare, anche in quelle complicate circostanze, la possibilità di un orientamento che non spingesse la collettivizzazione a simili livelli di brutalità e non imprimesse ritmi folli alle dinamiche in corso, sovradimensionando all’inverosimile gli obiettivi. In ogni caso, resta l’incredibile dato di un paese sterminato che, in pochi anni, si è trovato a passare dalla notte medievale al novero dei paesi di moderna industrializzazione: “Nessuna delle grandi nazioni occidentali ha realizzato la sua rivoluzione industriale in un lasso di tempo tanto breve e in condizioni tanto irte di ostacoli” (I. Deutscher, La Russia dopo Stalin, Milano 1954, p.41); “La trasformazione di un paese largamente analfabeta nella moderna Urss fu un risultato grandioso, con qualunque parametro lo si voglia giudicare” (E.J. Hobsbawm, cit., p.447). Occorre aggiungere che un simile risultato non si sarebbe mai potuto realizzare senza una larga (e senz’altro epica) adesione di massa: “Fu un finanziere inglese a osservare, mentre nel mondo imperversava la crisi: ‘La gioventù e gli operai in Russia posseggono una cosa che purtroppo oggi manca nei paesi capitalistici: la speranza’ “ (G. Boffa, cit., p.385).
Contestualmente alla straordinarietà di questi risultati, va rilevato che la temperie storica sin qui evocata non poté non avere effetti precisi sull’organizzazione sociale e istituzionale, sulle rappresentazioni ideologiche e il senso comune, sul clima politico interno. L’Urss era dalla sua nascita una “fortezza assediata” (guerra, controrivoluzione, carestie e arretratezza, ancora guerra) e come tale si percepiva: significativo è, ad esempio, il fatto che gli Usa non ne avessero riconosciuto ufficialmente l’esistenza fino al 1933, quasi fosse una specie di ‘stato fuorilegge’. D’altra parte, la ‘rivoluzione dall’alto’ aveva comportato sul fronte interno l’imposizione di una disciplina ferrea, la militarizzazione del lavoro, l’estrema centralizzazione delle decisioni, il costante appello alla mobilitazione delle masse. Tutto ciò si concretizzava tra l’altro nel prevalere di una torsione volontaristica e soggettivistica che possiamo compendiare in quest’affermazione di Strumilin del 1927: “Il nostro compito non è di aiutare la scienza economica ma di trasformarla. Non siamo legati da alcuna legge. Non vi è fortezza che i bolscevichi non possano prendere d’assalto. La questione dei ritmi di sviluppo dipende dalla volontà degli esseri umani”.
E’ in questo brodo di coltura che sono nati i germi delle degenerazioni staliniane. Palmiro Togliatti, nella famosa intervista a ‘Nuovi argomenti’, rilasciata nel 1956 a ridosso del XX° congresso del Pcus, traccia un rapido quadro di tali “orientamenti sbagliati”: si passò dalla “tendenza all’esagerazione, a considerare risolti tutti i problemi” al non poter parlare – in una scuola di partito, davanti ad uditori stranieri – di ‘sacrifici’ della classe operaia sovietica. Progressivamente, si era perso il “senso del limite”: i ritardi non erano altro che sabotaggi ed era sufficiente essersi pronunciati a favore di uno sviluppo più graduale per essere candidati all’accusa di alto tradimento e intelligenza col nemico. Attraverso la tesi dell’ ‘inasprimento della lotta di classe’ si era dato di fatto libero corso alle più “inaudite violazioni della legalità socialista”. Per chi oggi guarda a quelle vicende, non avendole direttamente vissute, è francamente difficile persino concepire come si possa essere arrivati, tra il ‘36 e il ‘38, ad eliminare fisicamente 1108 dei 1966 delegati al XVII° congresso del Pcus (celebratosi nel 1934), 98 dei 139 membri del Comitato Centrale uscito da quello stesso congresso, 46 dei 61 superstiti della ‘vecchia guardia’ bolscevica (quella che con Lenin aveva dato vita all’Ottobre), gran parte dello stato maggiore dell’Armata Rossa, migliaia di quadri territoriali periferici e membri della gioventù comunista. Tutti dichiarati “nemici del popolo” e giustiziati. Se – al di là di considerazioni etiche (comunque legittime) – ci si attiene alla misura del giudizio storico, si deve riconoscere che non vi è commensurabilità tra questo meccanismo autodistruttivo e vicende, pure altrettanto drammatiche, quali la guerra civile e la fase della collettivizzazione. Una ripulsa radicale e indiscriminata avrebbe un senso solo per chi ritenesse condannabile senza distinzioni ogni violenza nella storia degli uomini: viceversa, un approccio storico-materialistico presuppone la tesi secondo cui quest’ultima sia teatro non semplicemente di un pacifico confronto di opinioni, bensì – più in profondità – di scontri di interessi (della ‘lotta di classe’), la cui materialità resta irriducibile al solvente della discussione razionale e ragionevole. C’è differenza tra avvenimenti per così dire trascinati dalla forza della storia e un quadro in cui divenga dominante la degenerazione della forza.
Né mi pare convincente un’interpretazione che, in coerenza con le caratteristiche della ‘personalità’ autocratica di Stalin, indichi quale punto essenziale la carenza di “strutture democratiche” (così si è espresso Livio Maitan sul numero scorso di questa rivista). ‘Democrazia’ è infatti nozione relativa (“storicamente determinata”), non dunque punto di riferimento assoluto, come ben sa la parte più consapevole della cultura liberale: la si può legittimamente invocare, ma ciò non esime dal compito di una più complessa analisi storico-strutturale. Il nodo vero, ancor oggi problematico, è a mio parere quello sollevato anche di recente da Rossana Rossanda: fino a che punto possono e devono essere spinti i “mezzi eccezionali” e il temporaneo differimento delle garanzie istituzionali, eventualmente indotti dalla risposta degli apparati repressivi dominanti ad un processo rivoluzionario di trasformazione dell’assetto sociale esistente? Tale interrogativo si colloca sulla medesima linea argomentativa prospettata da Togliatti in merito al significato sostanziale del fenomeno staliniano: “Vi sono stati lunghi periodi di tempo in cui la classe operaia, che aveva preso il potere con la rivoluzione, e il partito che la dirigeva, si trovarono di fronte a situazioni così gravi (…) che l’unità della direzione politica e dell’azione dovette essere mantenuta e fu mantenuta con mezzi eccezionali. Il grave errore commesso da Stalin fu di avere illecitamente esteso questo sistema (peggiorandolo, anzi, perché il rispetto della legalità rivoluzionaria era sempre stato richiesto nei primi tempi da Lenin) alle situazioni successive, quando non era più necessario e diventava quindi solo la base di un potere personale” (‘Nuovi Argomenti’, n° 50, maggio/giugno 1956, p.122).
Ancora oggi, in un mondo capitalistico ancor più socialmente diseguale e devastato da guerre e scempi ambientali – e per noi italiani, a pochi anni dalla fase buia della ‘strategia della tensione’ – resta dirimente il problema dell’intreccio tra dinamica dei ‘rapporti di forza’ e pratica dell’obiettivo di una società ‘liberata’: una soluzione credibile non potrà essere trovata rimuovendo uno dei due termini della questione.
Ciò vale, a meno che non si rinunci di fatto al compito del superamento della società capitalistica e del suo modo di produzione o non si intenda ridurre tale formula ad un mero flatus vocis.

Tentativi ed errori

Prima di chiudere, aggiungo alcuni rapidissimi cenni su un paio di questioni concernenti i sistemi socio-economici cui diedero vita i paesi del cosiddetto ‘socialismo realizzato’. Prescindendo dal giudizio complessivo che di essi può essere dato, a un decennio dalla secca sentenza offerta dalla storia, sarebbe in ogni caso sbagliato liquidare sommariamente l’esperienza delle ‘società di transizione’ come un cumulo di macerie irrimediabilmente consegnate al passato, senza minimamente guardare ad esse come ad un laboratorio in cui sono stati concretamente affrontati problemi che hanno ancora a che fare con il futuro.
“Finché l’economia si propose solo di gettare le fondamenta di un’industria moderna, il sistema grossolano sviluppato soprattutto negli anni ‘30 (…) funzionò in modo impressionante”(E.J. Hobsbawm, cit., p.447). Ma anche dopo, “le economie del ‘campo socialista’ crebbero molto più velocemente di quelle dell’Occidente, al punto che il leader sovietico Nikita Chruscev credeva sinceramente che (…) il socialismo in un futuro prevedibile avrebbe superato la produzione del capitalismo. Questa era anche la convinzione del capo del governo inglese Harold Mac Millan” (ibid., p.441). “Ciò avveniva senza crediti né capitali stranieri e senza la molla del profitto privato, in nome di interessi collettivi sia pure formulati e interpretati da una volontà di vertice. L’economia era interamente nelle mani dello stato; statale era (…) la totalità dell’industria, grande e piccola; come pure il commercio all’ingrosso estero e interno” (G. Boffa, cit., p.554). Si trattava di sistemi sociali in cui restava operante la ‘legge del valore’, nel senso che il valore di una merce continuava ad essere determinato dal “tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione”, e in cui continuavano a sussistere elementi di mercato: moneta, prezzi, salari, investimenti, capitali. Era tuttavia cambiato il sistema di proprietà: alla proprietà privata era in larga parte subentrata la proprietà sociale dei mezzi di produzione, seppure in forme altamente centralizzate nelle mani dello stato.
Ciò consentiva l’attivazione di una rete di protezione sociale estesa tendenzialmente a tutti, contenute differenziazioni di reddito (essendo i privilegi della nomenklatura comunque non paragonabili all’entità dei redditi da capitale o alle differenziazioni retributive sussistenti in Occidente tra un salariato e un manager o un amministratore delegato di un’azienda privata), una dinamica salariale non completamente sottratta all’offerta e alla domanda di lavoro (al ‘mercato’) e tuttavia diretta in modo che, ad esempio, un’eccedenza di lavoro in un settore non comportasse la caduta delle retribuzioni dei lavoratori o la disoccupazione.
Se nel sistema produttivo vi erano inefficienze nella produttività del lavoro (e certamente vi erano), ciò accadeva perché, rispetto alla frazione generalmente usata per calcolare la produttività (prodotto lordo su forza-lavoro), si tendeva a gonfiare quantitativamente il numeratore, non a comprimere il denominatore come avviene in regime capitalistico. Società non ancora comuniste ma non più capitaliste, dunque.
L’esperienza ha rivelato almeno due decisivi punti di fragilità ‘interna’ di questi sistemi.

Recentemente Franco Russo notava su Liberazione (3 marzo 2001) che una delle radici del collasso del ‘socialismo realizzato’ va individuata nell’assenza di “cultura costituzionale soviettista” del gruppo dirigente bolscevico, nel suo “prometeismo”, nel dominio “militare” sul lavoro. Dei problemi connessi ai rigori del ‘comunismo di guerra’ abbiamo già fatto menzione. La notazione suddetta sollecita tuttavia un’ulteriore considerazione, che attiene non semplicemente alle difficoltà create, ai primordi rivoluzionari, dalla totale disorganizzazione dell’apparato produttivo, dall’impreparazione e dall’approssimazione dei metodi di lavoro, ma più in generale al rapporto problematico tra pianificazione centralizzata e partecipazione dei produttori. “Gli sviluppi ‘sindacalisti’ dei primi giorni della rivoluzione russa suggeriscono che la democrazia diretta è severamente limitata dalle esigenze della moderna produzione sociale e della tecnica moderna” (M. Dobb, Economia del benessere ed economia socialista, Roma 1975, p.144). E’ evidente che un eccesso di centralizzazione delle decisioni comporta un serio ridimensionamento delle possibilità di controllo operaio sugli assetti e le finalità dell’attività produttiva; così come è chiaro che la socializzazione della produzione deve per definizione saper superare visioni aziendaliste parziali o corporative.

Un problema di fondo che il ‘socialismo realizzato’ è lungi dall’aver risolto e che riguarderà certamente qualunque ipotesi e prospettiva di società socialista deve trovare le forme e i modi per coniugare la razionalità sistemica del piano con il dinamismo delle esigenze, dei bisogni, delle conoscenze dei produttori. “Partecipazione dei produttori alla direzione della società”: se non si vuole che ciò resti un generoso quanto spontaneistico auspicio, occorre che tale istanza interagisca con la complessità dell’odierna organizzazione sociale e produttiva.
In secondo luogo e in stretta connessione con quanto si è appena detto, i sistemi in questione hanno pagato la loro eccessiva rigidità: sono mancati dispositivi per variare la quantità, migliorare la qualità, promuovere l’innovazione produttiva.
Ciò è connesso, per un verso, all’incapacità di passare da un’economia ‘estensiva’ ad una ‘intensiva’ e, per altro verso, alle difficoltà incontrate nei tentativi di decentralizzazione del sistema. Nelle fasi iniziali di sviluppo di un’economia (quelle appunto caratterizzate dallo sviluppo dell’industria pesante), tale questione è meno pressante: ma quando ci si avvicina alla piena occupazione, quando la produttività, l’innovazione e la razionalizzazione produttiva divengono fattori preminenti, quando le esigenze del consumo e del tenore di vita richiedono una maggiore capacità di variare – in definitiva, quando il sistema si fa più complesso, tanto più si presenta la necessità di decentralizzare. Non vi è stato tanto un problema di eccessiva complicazione del piano generale (ed oggi a questo potrebbe pensare l’informatica); piuttosto hanno pesato negativamente la macchinosità dell’applicazione del piano, la mancata sincronizzazione delle sue parti, le modifiche in corso d’opera determinate dalle carenze di informazione tra centro e periferia. I pianificatori erano consapevoli dei limiti degli indici globali di quantità: “Il punto non è superare l’America nel volume del taglio del legname, ma utilizzare il legname meglio di lei”. Di tutto ciò discussero, a metà degli anni ‘60, Liberman e Nemcinov. Non credo sarebbe utile lasciare questo patrimonio di riflessioni ed esperienze concrete alla critica roditrice dei topi.