A molti hanno fatto le scarpe…

Il miraggio dell’industrializzazione permanente del Salento, tra la Scilla siderurgica dell’Italsider di Taranto e la Cariddi petrolchimica della Montedison di Brindisi. Questo il contesto della breve storia qui narrata. Alla provincia più sud-orientale d’Italia toccò la Fiat Iveco, che però negli anni ‘80 era già passata al sistema delle multinazionali. L’illusione di un lavoro salariato “giusto”, certo e duraturo svaniva nello stesso volgere temporale in cui i figli degli operai in via di precarizzazione diventavano finalmente, e in massa, “dottori”, a loro volta a breve destinati a infoltire le fila del precariato intellettuale. La “Contessa” di Pietrangeli aveva già preso le contromisure, mentre altre pratiche del capitale industriale oramai incombevano.

Il calzaturiero in provincia di Lecce si sviluppava nell’età d’oro del craxismo più sfrenato. Le piccole botteghe, anzi più spesso gli spazi domestici, in cui lavoravano migliaia di artigiani uomini e donne, adulti e bambini, diedero l’impulso all’avvento delle fabbriche di scarpe. Gli inizi degli anni ‘90 segnarono le punte di massima occupazione con oltre 10.000 operai impiegati. Il calzaturiero salentino copriva una buona fetta della produzione nazionale. Unitamente al tessile, contava su circa 1.500 aziende operanti con un export complessivo di circa 1.000 miliardi di lire e la Germania come principale mercato. Certo qualche scompenso si vedeva, magari all’inizio solo di tipo ambientale a causa delle discariche abusive di pellame conciato che, in un territorio carsico come quello salentino, certo non sono indenni per le acque delle falde sotterranee. Era il prezzo del locale, benché tardivo, “miracolo economico”, si diceva, con l’asse Casarano-Tricase a fare da traino, in virtù di una imprenditoria locale considerata un “prodotto positivo” dell’esperienza di acculturazione del grande flusso migratorio degli anni ’60. Emigrati quindi che una volta compiuta la loro esperienza nel nord Italia o all’estero, erano tornati nei loro paesi d’origine con il know-how e i capitali per impiantare le prime industrie.

Se lo sviluppo è stato rapido, il declino non è avvenuto da un giorno all’altro, seppur con dinamiche differenziate. Le organizzazioni sindacali non hanno mai assunto un ruolo significativamente positivo in questa vicenda, entrando nelle fabbriche giusto in coincidenza delle prime richieste di cassa integrazione. Una serie di crisi strane e paradossali si susseguivano. Chiudevano vecchie aziende, se ne aprivano di nuove in modo da riassorbire i lavoratori in esubero. Ma rapidamente anche queste nuove aziende andavano in crisi e gli operai restavano ancora una volta senza lavoro. In questo modo, a Tricase circa “2.300 persone sono state fatte oggetto di passaggi fra aziende” (dall’intervento di M. Fracasso al Lavoratorio Adelchi, http://lavoratorioadelchi.files.wordpress.com).

Poi è iniziata la delocalizzazione; il calzaturiero salentino smobilitava e trasferiva la produzione all’estero, nei paesi cosiddetti del terzo mondo o in via di sviluppo e comunque, a scanso d’equivoci, sempre senza garanzie per i lavoratori. In Albania oggi un operaio calzaturiero è pagato 4-5 volte meno che in Italia, la differenza l’ha fatta quindi il costo del lavoro alle imprese. In quel che resta del calzaturiero salentino, Tricase ne rappresenta ancora il secondo polo produttivo, dopo quello principale di Casarano. Ed è a Tricase che si sta consumando l’ultima vertenza degli operai.

Dopo un decennio di lotte, con momenti di mobilitazione unitaria con gli studenti che difendevano il diritto all’istruzione, ma per lo più costellato da sconfitte, il 2009 ha segnato il livello più alto della vertenza tra salariati e padroni: a marzo la sospensione dei contratti di solidarietà degli oltre 500 operai ancora impiegati dal gruppo Adelchi; a settembre l’intensificarsi della lotta e a ottobre la scelta di salire sul tetto del municipio, manifestando il conflitto nella forma oggi adottata quasi dappertutto, in Italia. Lassù, soli più che mai, “costretti a salire in alto per arrivare all’altezza delle istituzioni”, dicevano gli operai, patendo allora anche fisicamente per due settimane per essere, infine, vulnerati nel corpo, sopraffatti da un attacco collettivo di gastroenterite. Poi un cosiddetto “reintegro” di qualche unità, ossia un’offesa anche al buon senso dopo che la dignità era già stata dolorosamente calpestata. A gennaio 2010, un nuovo presidio organizzato e gestito autonomamente dagli operai presso uno stabilimento, e a febbraio un ennesimo tentativo di occupare la sede municipale. La lotta continua, ma le professionalità acquisite e sviluppate “sul campo” nel frattempo si dissolvono. Sono uguali e diversi questi operai da quelli di altri luoghi ed epoche. Uguali per la tenacia, diversi per condizioni materiali e storiche, ma anche per capacità e potenzialità di organizzare le lotte. Una percezione (in parte distorta, senza dubbio) dei caratteri medi del proletariato locale può essere questa: possesso di una casa, ma con debiti da pagare; attività lavorative in proprio di almeno un genitore; esercizio saltuario di due, se non più differenti attività lavorative, in genere sottopagate; pratica di piccole attività agricole, ma fondamentali per i bilanci familiari. Chi rimane, chi è sottratto al bisogno di emigrare o comunque resiste alla tentazione di cercare altrove migliori condizioni di vita, trasferendo comunque questo esito sui figli, non partecipa all’elaborazione di progetti non tanto di liberazione dai bisogni, troppo utopistico in questo luogo, in questo tempo, ma nemmeno di salvaguardia di quel che ancora resta delle “casematte” dello stato sociale. Il proletario salentino manca completamente di un’aspettativa di emancipazione collettiva, seppur intesa a concretizzarsi in un torno di tempo compatibile con un avvicendamento generazionale.

D’altra parte, l’intellettualità, ammesso che possa ancora manifestarsi in qualche forma, è incapace di riprendere “un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini […] rarefatti e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, [quasi] senza legami di solidarietà con gli altri che si trovano nelle stesse condizioni” (A. Gramsci, “Socialismo e cultura”, Il grido del po – polo, 29 gennaio 1916). Un tentativo è stato il “Lavoratorio Adelchi” organizzato da varie associazioni e da Rifondazione Comunista. Tre giorni di incontri, dibattiti e un interessante “sistema a spazio aperto” (c.d. open space technology). Una discreta partecipazione e qualche proposta potenzialmente interessante su come “salvare il lavoro”, dall’autogestione diretta delle vertenze, al blocco dello smantellamento degli impianti attraverso le istituzioni, dalla creazione di forme cooperativistiche alla diffusione dei prodotti attraverso reti di solidarietà. Poi di nuovo la solitudine, la frammentazione sociale, null’altro che il quotidiano arrangiarsi e la sempre presente percezione dell’impossibilità della narrazione collettiva del conflitto. Qui sembra che la vertenza continui a non interessare i cittadini non direttamente coinvolti. Occhi determinati e capaci di perscrutare non più le miserevoli condizioni materiali del proletariato dell’Inghilterra della prima metà dell’800 o le primordiali forme solidaristiche della Torino metalmeccanica di inizio ‘900, ma l’attuale desolazione culturale della periferia infinita del sud-est italiano: anche questo manca per ricominciare.

*Circolo PRC “R. Orsi”, Lecce