A Gaza, per rompere l’assedio

> Il 27 dicembre 2008 l’aviazione militare israeliana attaccava la Striscia di Gaza devastandone il territorio e uccidendo 1.400 civili palestinesi. Ad un anno esatto dall’inizio dell’assalto israeliano migliaia di attivisti, provenienti da più di 40 paesi, si sono messi in marcia verso Gaza per chiedere la fine di un assedio che dura dal 2007 e marciare al fianco della popolazione palestinese.

Mentre ero in volo per il Cairo pensavo esattamente a questa cosa: in poche ore 1400 attivisti da tutto il mondo si sarebbero radunati nei pressi di Al Arish per poter così percorrere gli ultimi 40 km per Gaza. 1400 attivisti, esattamente come il numero di civili ammazzati dall’esercito israeliano nell’operazione “Piombo Fuso”. Ad un anno esatto dalla guerra c’era quindi la necessità di un gesto forte, di rilevanza internazionale, che richiamasse l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla responsabilità di Israele e dei suoi alleati rispetto all’assurdità della guerra inflitta alla popolazione di Gaza. Non solo: lo scopo primario della Marcia era quello di rompere l’assedio che, oramai da due anni, vive il popolo palestinese. Questo assedio è una punizione collettiva contro 1,5 milioni di residenti nella Striscia di Gaza, una punizione per aver votato Hamas. Ma è bene ricordare che queste elezioni sono state una delle poche, in quella regione, ad essere monitorata e corrispondente agli standard di “democrazia” da noi accettati e condivisi. In risposta alla vittoria di Hamas Israele non solo ha bloccato tutti i finanziamenti per i palestinesi della comunità internazionale, ma ha chiuso ermeticamente tutti i passaggi per persone e beni essenziali causando una situazione di crisi umanitaria che sta causando anche molti morti. La guerra contro la popolazione civile continua nei fatti. C’è la necessità e l’obbligo morale di rompere questo assedio e permettere la circolazione di persone, mezzi, rifornimenti ed aiuti umanitari. La Gaza Freedom March è nata per rompere l’assedio che soffoca ogni aspetto della vita della popolazione palestinese da più di due anni e denunciare con forza l’indifferenza e l’inazione di governi ed istituzioni mondiali di fronte alle gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.

> Ma perché proprio una marcia mondiale e non una raccolta di aiuti?

Molti sono convinti che basti raccogliere ed inviare generi di prima necessità per essere solidali con la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Niente di più sbagliato: attorno alla città di Rafah ci sono capannoni egiziani pieni zeppi di aiuti provenienti da tutto il mondo. Non riescono ad arrivare alla popolazione semplicemente perché la Striscia è letteralmente sigillata, non entra né esce nulla. In questo anno hanno bloccato l’ingresso di pannolini per bebè dicendo che contenevano sostanze con le quali si potevano costruire ordigni, hanno impedito l’ingresso di bottigliette d’acqua asserendo che potessero contenere nitrati. È questa la situazione e, purtroppo, la difficoltà sta anche nel fatto che questa terribile quotidianità non fa notizia. Un assedio, nonostante il carico di sofferenza che porta con sé, non fa notizia: ecco perché è nata la Gaza Freedom March, per rompere l’assedio fisico e mediatico.

> Chi sono gli organizzatori e gli aderenti alla Gaza Freedom March? Come nasce l’idea di questa marcia della solidarietà?

La Gaza Freedom March s’ispira alla resistenza non violenta palestinese degli abitanti dei villaggi della Cisgiordania contro il furto di terre attuato con la costruzione del muro dell’apartheid voluto da Israele per annettere terra palestinese ed alla sollevazione popolare di massa durante la prima Intifada. Trae ispirazione dalla gente di Gaza che ha formato una catena umana da Rafah ad Erez ed ha demolito la barriera di confine che separa Gaza dall’Egitto. Il 31 dicembre avremmo dovuto marciare al fianco dei palestinesi lungo il confine israeliano per chiedere la fine dell’assedio e cercare di ricongiungerci con le migliaia di palestinesi che dalla West Bank erano giunti al valico di Erez per cercare di oltrepassarlo. Questa Marcia è nata anche perché gli stessi palestinesi ci hanno invitato a Gaza, così come hanno invitato la società civile internazionale a boicottare i prodotti e le istituzioni dei propri oppressori. Associazioni, sindacati e movimenti palestinesi nel 2005 hanno lanciato un appello che invita tutte le persone di coscienza a sostenere una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni fino a quando Israele non rispetterà pienamente i suoi obblighi di diritto internazionale. La stessa politica messa in campo contro il regime sudafricano di apartheid che ha ricevuto così il biasimo internazionale.
A promuovere la Marcia è stata l’associazione statunitense di donne contro la guerra CodePink, a cui hanno poi aderito migliaia di personalità ed associazioni. Dall’Italia, le partenze degli oltre 140 delegati sono state organizzate dal Forum Palestina ed Action For Peace.

> Una marcia nata come azione pacifica, ma che le autorità del Cairo hanno però proibito all’ultimo minuto…

Si, e forse paradossalmente non è stata questa la cosa peggiore, pensando all’atteggiamento dell’Egitto. A noi non solo hanno vietato l’accesso a Gaza, ma ci hanno impedito di lasciare il Cairo, non ci lasciavano uscire dall’albergo se non erano sicuri sui nostri spostamenti, spesso ci seguivano…un vero e proprio stato di polizia permanente! Ed il peggio è che impediscono ai tanti palestinesi oramai residenti in Egitto di ricongiungersi con i propri familiari. Ed anche durante la manifestazione del 31, si è subito capito che non avevano alcuna intenzione di farci fare una manifestazione che potesse interagire con la popolazione locale. Dopo averci malamente chiuso in un pezzetto di piazza, malmenavano gli egiziani che osavano avvicinarsi e parlare con noi. Il messaggio era chiaro: gli stranieri erano (mal) tollerati, ma agli egiziani è vietato manifestare ed esprimere la propria solidarietà alla causa palestinese. Bastava invece camminare tra i quartieri più poveri o periferici con le sciarpe palestinesi o la kefia al collo, per vedere subito bambini ed adulti salutarti con il braccio alto ed il simbolo di vittoria, saluto tipico dei palestinesi nato durante la prima intifada.
E così abbiamo dato vita a diverse manifestazioni in luoghi simbolicamente importanti come la piazza del museo egizio, l’area antistante le ambasciate dei vari paesi dei partecipanti, la sede del sindacato dei giornalisti egiziani, l’ambasciata israeliana…abbiamo cercato, quanto più possibile, di porre l’attenzione sull’assedio a Gaza e la necessità di una sua apertura.

> Dopo una lunga trattativa con il Governo egiziano, quasi al termine della Gaza Freedom March, è stato permesso l’ingresso a Gaza solo ad una ristretta delegazione di 100 persone. Cosa ne pensi di questa concessione in extremis?

Questo è un punto molto delicato e per capirlo bene cercherò di spiegarlo, seppur sommariamente. Giunti al Cairo, vista l’impossibilità di raggiungere Rafah (i pullman venivano bloccati e rispediti indietro, non ci lasciavano muovere in grossi gruppi, la polizia piantonava tutti gli alberghi dei manifestanti…) si è cercato di contrattare l’ingresso a Gaza, sia presso le autorità egiziane, sia chiedendo un impegno da parte delle ambasciate dei nostri rispettivi paesi. Contemporaneamente però, l’organizzazione CodePink ha avuto un incontro con la moglie del presidente egiziano Mubarak (che è presidentessa della Croce Rossa) dal quale è venuta fuori la proposta. Ossia: l’Egitto permetteva l’ingresso a cento persone, al seguito di un convoglio di aiuti umanitari. A questo punto CodePink ha chiesto alle varie delegazioni internazionali di fornire un nome per paese ad integrazione del convoglio che si stava formando. Questo ha creato un gran dibattito tra le varie delegazioni e l’Italia ha deciso di non inviare nessuno. Ho fortemente condiviso questa scelta, perché snaturava l’essenza stessa della Gaza Freedom March. Quest’ultima infatti, non era una mera –seppur importante- iniziativa umanitaria, quanto una marcia politica che aveva come obiettivo la rottura dell’assedio alla Striscia di Gaza. Trasformare tutto questo in una delegazione ristretta (manovra che serviva per spaccare il movimento in “buoni”, accettati dal regime, ed in “cattivi”) che entrava per portare solo gli aiuti umanitari, ne avrebbe sminuito il senso. Nei fatti quindi il convoglio partito ha visto la partecipazione di tanti palestinesi che hanno colto l’occasione per poter andare a trovare i propri familiari, ma non ha rappresentato la Gaza Freedom March. In questo, effettivamente, il modo di lavorare degli statunitensi non ha molto aiutato. Diverso infatti sarebbe stato se tutta la trattativa e la scelta dei partecipanti avesse visto il coinvolgimento e la partecipazione di tutte le associazione aderenti alla marcia. Forse sarebbe bene, per una prossima occasione, ragionare a fondo su questi problemi, per evitare che si ripropongano.

> Il valico di Rafah è stato difficile da attraversare anche per il convoglio “Viva Palestina”, la carovana umanitaria inglese composta da 580 volontari e 198 veicoli che ha incontrato un’accoglienza altrettanto dura da parte delle autorità egiziane.

L’Egitto in questi giorni è attraversato da forti momenti di violenza: la strage al natale copto, la repressione della Gaza Freedom March, l’accoglienza manu militari del convoglio Viva Palestina animato dal deputato inglese George Galloway. È la conferma, come dicevo prima, dell’ipocrisia del governo del Cairo sulla vicenda palestinese. Purtroppo nel nostro paese, siamo abituati a credere che l’Egitto sia un paese “arabo moderato”, l’unico in grado di aiutare i palestinesi ad uscire dallo stato di crisi in cui si trovano. Dovremmo rivedere quest’immagine e considerare che, per motivi interni (crescita di consenso della Fratellanza Musulmana, legata ad Hamas) e per motivi internazionali (legami con gli Stati Uniti dai quali ricevono ingenti aiuti economici, ma non solo), l’Egitto, insieme ad altri paesi arabi, immola spesso la causa palestinese, in nome di ragioni di realpolitik ed interessi nazionali. Ed anche i convogli umanitari, se assumono quindi un taglio troppo severo nei confronti dell’alleato Israele, non sono ben accetti. Un aspetto su cui è bene, a mio avviso, riflettere a lungo.

> Che fare quindi al ritorno dalla Marcia?

Innanzitutto parlarne. E parlare dell’assedio. Dicevamo prima che parlare dell’assedio è difficile perché non fa notizia. Bene, noi dobbiamo cercare di rompere questo meccanismo ed il silenzio non solo dei media, ma soprattutto quello complice della Comunità Internazionale. E poi raccogliere l’invito dei palestinesi che ci chiedono, di continuare la battaglia contro l’assedio a Gaza (senza dimenticare ovviamente il problema degli insediamenti in Cisgiordania, l’ebraicizzazione e la colonizzazione di Gerusalemme, il problema dei profughi,…) e lanciare una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni per costringere Israele a rispettare il diritto internazionale. Come dice Ilan Pappe noi dobbiamo «sfidare con mezzi non violenti uno stato ideologico che si autogiustifica moralmente, che si permette, con l’aiuto di un mondo silenzioso, di espropriare e distruggere la popolazione nativa di Palestina (…). E’ anche un modo efficace di stimolare l’opinione pubblica non soltanto contro le attuali politiche di genocidio a Gaza, ma, si spera, anche a prevenire future atrocità».