A fianco della Resistenza irachena

L’ASSOCIAZIONE “ITALIA-IRAQ” INVITA IN ITALIA I RAPPRESENTANTI DEL FRONTE DELLA RESISTENZA IRACHENA

Le elezioni in Iraq, svoltesi il 30 gennaio 2005, sono state salutate in Occidente, anche da ampi settori della sinistra, con un ottimismo del tutto ingiustificato. Il fatto che in molti siano andati a votare e che, nonostante le minacce di attentati ai seggi elettorali, si sia raggiunta una partecipazione che, secondo alcune stime, avrebbe raggiunto o superato il 50% dell’elettorato, ha suscitato grida di entusiasmo ed ha creato il convincimento dell’innesco di un irreversibile processo verso la pacificazione e la democratizzazione del paese. Non si sono quindi prese in considerazione le tensioni che rimanevano fra le varie parti politicamente significative. Chi aveva rifiutato la partecipazione al voto non lo aveva fatto per leggerezza, ma perché aveva ritenuto che tutta l’operazione fosse stata pilotata dagli occupanti per confermare e legittimare la loro presenza ed il loro operato, e che pertanto fosse da ritenere illegittima e provocatoria. Hanno quindi proseguito nell’opposizione sia in forma politica sia in forma militare, non sempre identificabile con il terrorismo.

A questo bisogna aggiungere un’altra considerazione, quasi ovvia. Chi è andato a votare, a parte gli indipendentisti curdi, non era certamente in favore dell’occupazione; lo dimostra il fatto che il fronte capeggiato da Allawi è stato sonoramente sconfitto. L’umiliazione del governo favorito dagli occupanti e responsabile di massacri come quello di Fallujia dovrebbe essere presa in considerazione da chi ancora esita sulla posizione da prendere nei confronti della resistenza irachena.
Il motivo, speciosamente sbandierato, per prolungare lo stato di guerra e di occupazione è quello dell’ordine pubblico e della sicurezza. È invece sotto gli occhi di tutti come l’occupazione abbia portato il caos nel paese, e abbia cinicamente, forse intenzionalmente, consentito l’ingresso di elementi estranei alla causa irachena. Abbiamo più volte rilevato il fatto che l’Iraq sia stato scelto pretestuosamente dagli americani come luogo di scontro duro con il terrorismo. Dall’altra parte è evidente che elementi che si rifanno all’estremismo nazionalista o religioso hanno, a loro volta, scelto l’Iraq come terreno di scontro duro contro l’imperialismo americano. Tutto questo sulla testa del popolo iracheno, che paga prezzi altissimi per questo conflitto non suo.
È per questo motivo che, nel fondare una associazione “Italia-Iraq” che sostenesse con l’informazione la resistenza irachena, un gruppo di compagni ha aggiunto, come sottotitolo l’affermazione “L’Iraq agli iracheni”. La cessazione dell’occupazione militare e l’autodeterminazione del popolo iracheno su base nazionale, e non su spartizioni etnico- religiose volute dagli americani, sono i punti cardine di una pacificazione del paese.
Su il manifesto del 10 marzo scorso, Stefano Chiarini dava informazione di un ampio fronte di resistenza, creatosi a Bagdad, che includeva, oltre al National Iraqi Foundation Congress, anche il Consiglio degli Ulema, il movimento sciita radicale di Moqtada al Sadr, i nasseriani, il Fronte patriottico di liberazione (ex baathisti), l’Unione progressista degli studenti e varie organizzazioni femminili, fra cui l’Unione delle donne repubblicane. Nel fronte convergono i più diversi movimenti di opposizione e di resistenza che puntano alla liberazione del paese e alla conservazione della sua integrità territoriale. Diventa imperativo, per chi vuole ancora parlare di impegno per la pace, conoscere direttamente i programmi e le strategie della resistenza irachena, fino ad oggi assai divisa ma ormai sulla strada dello sforzo unitario.
Dopo il drammatico rapimento di Giuliana Sgrena e di altri giornalisti, si è creata una situazione di totale disinformazione. Per motivi di sicurezza tutti i giornali hanno riti-rato i loro corrispondenti. In tal modo finalmente i comandi americani e quelli subalterni degli altri paesi sono riusciti ad avere il silenzio stampa ed a chiudere gli occhi agli osservatori della stampa. Da quel momento si conoscono solo i “bollettini di guerra” degli occupanti.
Alla fine del mese di aprile e nei primi giorni di maggio è previsto l’arrivo di una delegazione del Fronte di resistenza iracheno a Roma e, si spera, sarà ricevuta in audizione dal Comitato diritti umani della Commissione esteri della Camera dei deputati.
Questa Delegazione, composta da religiosi, sciiti e sunniti, e da laici, è stata invitata anche in altre città, come Firenze, Rieti, Bologna, Benevento e Napoli. e creerà dei canali informativi necessari per seguire i fatti e sostenere la lotta di un paese invaso e devastato e di un popolo oppresso.
Problema cruciale da affrontare sarà quello del ritiro degli occupanti, e non solo del loro ritiro in basi militari, come è avvenuto anche in Italia dopo la seconda guerra mondiale, ma del ritiro totale.
Ci sono molti motivi per pensare che gli USA intendano mantenere basi militari in Iraq per il controllo geo-politico della regione. Se nel 1979 gli Occidentali armarono Saddam Hussein per aggredire l’Iran, non è difficile pensare che oggi, fallita la guerra Iraq-Iran che tante vittime ha comportato, oggi gli Usa, liquidato il dittatore iracheno intendano riprendere in proprio l’operazione per controllare tutta l’area.
Gli iracheni ci devono aiutare a scomporre e decodificare il risultato elettorale del 30 gennaio, per comprendere quali dinamiche vi siano sottese. Noi dobbiamo aiutarli a liberarsi dall’occupazione e dalle basi americane che, come nel nostro paese e in tutti i paesi liberati dagli americani, avallano la pretesa imperialista degli USA di garantire la loro sicurezza ed i loro interessi con la maschera della democrazia ed il dominio sul mondo.