A dieci anni dalla nascita del Partito della Rifondazione Comunista

Due protagonisti della nascita del Partito della Rifondazione Comunista – il termine fondatori sembra troppo pomposo a entrambi – si incontrano non a una riunione o a una cena come spesso capita, ma per ricordare la vicenda di questo partito comunista e riesaminarla. Sono i due soli superstiti del gruppo di compagni e compagne firmatari dell’atto di nascita davanti al notaio di Rimini, alla stessa ora in cui, a un chilometro di distanza, Occhetto decretava la fine del PCI e – con una presunzione poi smentita dai fatti – la fine del comunismo. Di quel gruppo iniziale, decimato dalla morte e dalle successive scissioni, sono rimasti solo loro, Guido Cappelloni, presidente del collegio nazionale di garanzia che vive e lavora in Sardegna e Bianca Bracci Torsi, presidente della Commissione problemi del partito del CPN, romana di adozione, impegnata nella federazione di Roma. Si incontrano per ripercorrere due loro pezzi di vita che ad un certo punto si sono incrociati nella comune volontà di continuare a essere comunisti, non per una malinconica testimonianza individuale, ma per la costruzione di una forza politica, di uno schieramento di classe, della reale possibilità di “cambiare lo stato di cose esistente”.
Quella che segue è una chiaccherata a ruota libera, sulla traccia di poche domande, sulla scorta di quello che la memoria ha conservato.

Quando avete cominciato ad avere perplessità e dubbi sulle scelte politiche del PCI?

Guido Cappelloni
I miei primi dubbi si possono collocare nel periodo successivo alle elezioni amministrative del ’75 ed a quelle politiche del ’76; e per diversi motivi.
Ti indico quelli che considerai e considero principali:
a) all’interno del patito era diventato sempre più acuto ed aspro lo scontro fra due culture e due linee politiche diverse; la prima che tendeva a privilegiare la presenza nostra nelle istituzioni e subordinava la lotta ed il movimento delle masse alle alleanze politiche e sociali; la seconda che continuava a concepire il conflitto sociale come fondamento essenziale della democrazia, come condizione per la vitalità stessa delle istituzioni e riaffermava decisamente il ruolo centrale ed insostituibile della classe operaia e dei lavoratori.
All’interno del partito si tentò una mediazione fra le due posizioni ma purtroppo essa produsse notevoleiambiguità di proposte ed incertezze nelle iniziative politiche.
La conseguenza fu che il partito subì una profonda trasformazione; in particolare molti dei rappresentanti del PCI nelle istituzioni divennero, in tutto o in parte, “agenti” delle istituzioni verso le masse. C’è da aggiungere che l’azione molto incisiva svolta negli anni precedenti dal PCI nelle istituzioni aveva fatto sì che lo Stato fornisse più aiuti e migliori servizi a tutti i cittadini; ma ciò, proprio in conseguenza della sopravvenuta ambiguità dell’azione del PCI nelle istituzioni, produsse il risultato molto negativo che le masse lavoratrici non individuassero più con sufficiente chiarezza l’avversario fondamentale nei processi di produzione capitalistici.
Ciò, a mio parere, ha provocato conseguenze disastrose perché il PCI ha sempre più perso di vista il suo obiettivo di fondo e cioè la trasformazione socialista della società capitalista.
Infatti (e questo è il secondo motivo di cui voglio parlare) si sosteneva sempre più nel Partito, spesso addirittura con malcelato fastidio, che discutere di superamento del capitalismo fosse fuorviante perché ci faceva perdere di vista i compiti attuali e concreti dell’oggi. Ed io mi domandavo quando mai il Partito nel passato, quando cioè gli obiettivi socialisti erano indiscussi e continuamente ribaditi, aveva trascurato di impegnarsi al massimo sul terreno delle cose concrete e di lottare con grande decisione a vantaggio dei bisogni e delle esigenze di breve e medio periodo delle masse popolari italiane.
Poiché ciò non era mai accaduto mi sorgeva il forte dubbio che fuorvianti fossero proprio le affermazioni che ho sopra ricordato. Non è un caso che in quello stesso periodo si incominciò a parlare sempre più del “patto fra produttori” che, così come veniva prospettato, lo diceva lunga sulla effettiva volontà di lottare per la costruzione di una società di tipo socialista da realizzarsi, naturalmente, nel pieno dispiegarsi della democrazia e sulla base del consapevole consenso della maggioranza del popolo.
Purtroppo queste tendenze prevalsero.
C’è infine un ulteriore importante motivo di cui voglio brevemente parlare: il compromesso storico; devo ammettere che in un primo tempo anch’io fui particolarmente attratto dall’impianto politico e teorico che era alla base di tale scelta (parlo dei tre articoli di Berlinguer su Rinascita dopo il colpo di stato in Cile di Pinochet); scelta che si concretizzò nel 1976 (anno in cui ero stato eletto deputato per la prima volta) con il “governo delle astensioni” (i primi di agosto del ’76) e poi con quelli di “solidarietà nazionale”. A quel punto mi resi rapidamente conto, sia pure in ritardo, che tale scelta avrebbe potuto determinare, come di fatto determinò nel partito, conseguenze disastrose.
Voglio qui ricordare che fu proprio il compagno Longo, oggi spesso sottovalutato se non addirittura ignorato, a vedere più lucidamente di tanti altri dirigenti, nonostante fosse già gravemente malato, i pericoli per il Partito nella politica del “compromesso storico”.
Infine anche sul piano della politica internazionale segnali preoccupanti, dal mio punto di vista , certamente non mancavano.
Pensa, ad esempio, all’intervista di Berlinguer al “Corriere della Sera” sull’opportunità dell’ombrello della Nato o alle sue affermazioni, dopo il colpo di stato di Jaruzelskj in Polonia, sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre (affermazione che solo in un secondo tempo fu così modificata: Bisogna prendere atto che anche questa fase dello sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’Ottobre ha esaurito la sua spinta propulsiva).

Bianca Bracci Torsi
Segnali preoccupanti erano stati lanciati da molto tempo, dapprima in modo ambiguo e cauto poi sempre più espliciti. Ripensandoli oggi si vede un percorso, non lineare, ma delineato. Li cito non in ordine: le dichiarazione di Berlinguer sulla fine “della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre” e quella, più grave, di accettare come garanzia di sicurezza “l’ombrello della Nato” ed il conseguente abbandono della iniziativa contro l’Alleanza Atlantica. Avevo letto “Il memoriale Yalta” di Togliatti, conoscevo l’URSS, mi rendevo conto che il “disgelo” non aveva mantenuto tutte le sue promesse, ma volevo una critica da sinistra diversa ed opposta a quella dell’Occidente. Negli errori di Stalin e in qualche misura Brezniev leggevo una carenza di socialismo, non “misfatti del comunismo” ma colpi inferti ad esso. Il PCI invece si andava sempre più allineando alla canea anticomunista.
Ci fu poi il viaggio di Berlinguer in Nicaragua dove una rivoluzione vittoriosa aveva portato al governo i compagni del Fronte sandinista che conoscevo ed avevo visto all’opera. Il nostro segretario li attaccò duramente e pubblicamente come “non democratici” per aver arrestato alcuni oppositori. Quelli stessi che, in collegamento con gli USA, sostenevano ed aiutavano i “contras” nella loro sistematica opera di massacro di contadini e distruzione di opere pubbliche civili, in nome, appunto, della democrazia!
Altri “segnali” altrettanto sconcertanti si susseguivano nella politica interna e sono quelli cui si riferisce Guido. Ricordo un Comitato Centrale nel quale fu messa ai voti l’autonomia dei gruppi parlamentari, bocciata di stretta misura, grazie all’intervento di Natta, allora segretario. Avevo diritto di voto come membro della presidenza del Collegio di garanzia e potei votare contro la proposta. Più tardi vennero gli attacchi alla Resistenza, nei quali si distinse Fassino, allineandosi addirittura alla peggiore pubblicistica fascista.
E’ stato l’inizio di quel “revisionismo di sinistra” che ha distrutto la cultura antifascista diffusa, al di là delle appartenenze politiche, vero cemento democratico del nostro paese, quella cultura che aveva bloccato, a furor di popolo, tutti i tentativi della destra di uscire allo scoperto. Si parlava sempre meno di conflitto, di superamento del capitalismo, di classe operai a poco prima della Bolognina arrivò alla presidenza della garanzia una informazione riservata di due righe: “Ingresso nell’Internazio-nale socialista. Preparare il partito”. L’ingresso era possibile solo con la mediazione di Craxi che aveva già stabilito il prezzo del biglietto: rinuncia totale al marxismo e alla lotta di classe, cambiamento radicale del carattere di massa del PCI. Inoltre il disprezzo per i nostri compagni che la seconda parte del frase esprimeva, neanche velatamente, era rivoltante.

Come avete reagito di fronte a questi dubbi?

Guido Cappelloni
Nel solo modo in cui era possibile farlo nel PCI, a meno che non si volesse essere espulsi dal Partito. E cioè dichiarando con articoli e con interventi al Comitato Centrale il mio dissenso da vari aspetti della politica del PCI.
Varie volte sia Cossutta che io votammo contro la risoluzione conclusiva. Altri due compagni, Ciofi Degli Atti e D’Onchia, entrambi membri della presidenza della Commissione di Controllo, si astennero. Per amore della verità voglio precisare che il mio dissenso si manifestò in modo esplicito e vivace dopo gli avvenimenti Polacchi dell’81 ed in particolare in occasione del XVI Congresso del PCI che si tenne a Milano all’inizio del 1983. In quell’occasione sia Cossutta che io avevamo presentato vari emendamenti e facemmo interventi pesantemente critici nei confronti della relazione di Berlinguer e votammo contro la risoluzione finale insieme ad altri sette coraggiosi delegati. In conseguenza di ciò, al momento della elezione del nuovo Comitato Centrale (si votava con voto segreto), Cossutta ed io ricevemmo un bel numero di cancellature, circa un centinaio. Voglio qui ricordare un episodio curioso che si verificò in occasione di questo voto: anche un altro compagno Riccardo Terzi, noto per le sue posizione molto moderate (oggi si definirebbe un migliorista), ricevette quasi lo stesso numero di cancellature soprattutto perché aveva difeso apertamente il nostro pieno diritto ad esprimere il dissenso.
In quel periodo ero collegato con i compagni che si occupavano di “Interstampa” dal 1981. E successivamente contribuii alla nascita dell’associazione culturale Marxista.
Insomma facevo quello che Berlinguer in un’intervista a “Panorama” definì: “lavorio”. Naturalmente per tutto ciò pagai un prezzo: infatti nell’83 non fui rieletto alla Camera dei deputati (anzi, per la precisione, non venni nemmeno presentato candidato, cosa che apparve, come effettivamente era, a molti compagni un atto pesantemente discriminatorio e punitivo: infatti fui l’unico membro del CC a non essere ripresentato) ed al XVIII Congresso di Firenze nel 1986 non fui rieletto nel CC.
Ma di quest’ultimo fatto porta una pesante responsabilità anche Cossutta che non fece niente per difendermi (seguendo così il suo tradizionale metodo di gettare via i compagni dopo averli spremuti. Solo che con me non c’è riuscito e, come vedete, dopo molti anni da allora sono ancora sulla breccia e tutt’altro che disposto a ritirarmi a vita privata). Del resto anche Cossutta pagò un bel prezzo; infatti poco dopo fu escluso dalla Direzione del Partito.

Bianca Bracci Torsi
Per molto tempo ho rifiutato di credere che il PCI fosse avviato, in modo irrevocabile, a diventare una forza socialdemocratica (una previsione ancora ottimistica vista la successiva svolta “liberl”). Ero convinta (o volevo esserlo) che alla fine la giusta linea avrebbe prevalso. Quando Natta fu eletto segretario ripresi fiato. La grande stima che avevo di lui, e che ho ancora nonostante non abbia condiviso le sue scelte successive, mi dava coraggio. Penso ancora che il compagno Natta abbia provato ad invertire la rotta, ma il gruppo dirigente a grande maggioranza gli era contro e gli fece una guerra, anche pesantemente scorretta.
Non ce la fece.
Naturalmente conoscevo le posizioni di Cossutta e le condividevo in gran parte (soprattutto la sua denuncia della “mutazione genetica” del partito e dell’abbandono della lotta anticapitalistica), ma ero bloccata dal rifiuto delle correnti e di qualsiasi pratica correntizia; cercavo disperatamente di difendere quel centralismo democratico che il PCI aveva già scavalcato a destra. Ero convinta che un comunista dovesse fare muro all’esterno e condurre la battaglia interna negli organismi preposti. Nonostante girassi molto, in tutta Italia, non mi ero resa conto della profondità del guasto anche alla base; di quanto quel partito “laico” unisse alla criminalizzazione del dissenso, un totale disinteresse, venato di disprezzo, per il “popolo comunista” che andava perdendo i suoi punti di riferimento, la sua voglia di lottare, la sua convinzione di poter cambiare il mondo.

Quando ce ome vi siete posti il problema della scissione? Quali sono i vostri ricordi del periodo che va dalla Bolognina al Congresso di Rimini?

Guido Cappelloni
Sono stato incerto se e come rispondere a questa domanda. Infatti la decisione della scissione presa formalmente a Rimini è lo sbocco di un processo durato a lungo, e che probabilmente trova le sue prime tracce nel dibattito in vista del 18° Congresso. Descrivere questo processo, che non ha avuto uno sviluppo lineare, sarebbe troppo complicato. Del resto di esso è stata fatta una ricostruzione accurata dal compagno Valentini nel suo libro “La vecchia talpa e l’araba fenice” (pag. 61 – 97). Pertanto mi limiterò qui a dire quale fu il mio personale convincimento a tale proposito. Fin dal 18° Congresso io ero del tutto consapevole che la mutazione genetica del PCI fosse ormai definitiva e irreversibile. Ciò non mi portava a concludere che dovessimo fare la scissione soprattutto perché non era sicuro che ci fossero le condizioni per farla, anzi io ero sicuro che non ci fossero. E’ nel periodo fra il 19° e 20° Congresso che raggiunsi il convincimento definitivo che la scissione si poteva e doveva fare, considerate le scelte sciagurate di Occhetto. Ero cioè convinco che la proposta della Federazione fosse solo “tattica”.
Tanto è vero che prima del Congresso avevo fatto stampare 50.000 tessere che, insieme alla compagna Sandra Marta, distribuimmo, nel corso del Congresso, ai compagni delegati appartenenti alla nostra corrente. E grazie a questa distribuzione il compagno Libertini potè annunciare, pochi giorni dopo la conclusione del XX a Rimini, che il Movimento per la Rifondazione Comunista aveva già 30.000 iscritti (aveva un po’ esagerato, ma non di molto!).

Bianca Bracci Torsi
Io la scissione l’ho decisa il giorno della Bolognina e mi sono subito data da fare per realizzarla. Occhetto ha avuto il merito di farmi superare, di colpo, tutte le remore. Non avevo idea di come si lavorasse per creare una corrente, e per di più scissionista, ma imparai in fretta. Ricordo che una compagna mi chiese cosa pensassi di fare. Risposi: “ O si vince o si cambia linea e gruppo dirigente o me ne vado”. “Dove?” “Con chi?” “Con chiunque voglia fare un partito comunista”. “Sarete quattro gatti!” “E io cinque”.
In realtà non avevo illusioni di vincere il Congresso ma mantenevo una grande fiducia nella base del partito. Avevo aderito, appena finito il Comitato Centrale, alla mozione 2 (Natta, Ingrao); oltre a raccogliere adesioni bisognava discutere con tutti quei compagni, giustamente infuriati, che volevano restituire subito la tessera e convincerli a pazientare per uscire in forze dalla “cosa” ed essere in grado di fondare un nuovo partito. Fui una dei primi a essere definita “scissionista”, ma ormai la parola non mi pesava più, anzi mi dava un senso di orgoglio.
Fu un periodo difficile e duro quello tra il 19° e 20° Congresso, ma anche esaltante, come tutte le fasi di costruzione. Io almeno lo vissi così senza sofferenze e traumi di distacco, forse perché avevo sofferto la mia parte prima.
Fra la 2° e la 3° mozione (Cossutta) c’erano dissensi e incomprensioni, sia politiche che personali, ma anche all’interno della 2° cominciava ad aprirsi una contraddizione. Meritai l’appellativo di “mozione 2 e mezzo” per l’impegno a ricucire le due parti del “no” e a tessere una rete di compagni decisi a rifondare il partito comunista. Questo mi mise in urto con una parte della mia mozione, quella, purtroppo ampia e qualificata, che al 20° Congresso decise di restare nel PDS dichiarandolo “luogo della rifondazione comunista”: Per fortuna non mi riconoscevo in nessun capo carismatico, un atteggiamento che mi ha aiutata a decidere anche in seguito. La cosa peggiore invece era l’atteggiamento di tanti bravi compagni e compagne , naturalmente vicini a noi, ma bloccati da un profondo senso di disciplina che li faceva schierare, con sofferenza profonda, per una, ormai inesistente, “unità del partito”. Era lo stesso atteggiamento che avevo avuto io, per anni: giurai a me stessa che non sarei mai più venuta a patti con la mia coscienza di comunista.
In quel periodo morì Giancarlo Pajetta. Aveva votato “no” al 19° Congresso, al 20° si astenne con una dichiarazione amara (“Ho detto no e ora dico no e no…) anche lui, come tanti compagni semplici, non rassegnato alla rottura del partito. Poco prima della fine aveva dichiarato alla stampa: “E’ questo il periodo peggiore della mia vita. Non ho sofferto così nemmeno nel carcere fascista”. Al funerale c’era tanta gente, tanti giovani che scandivano: “Compagno Nullo, non ti preoccupare, non è finita la voglia di lottare” ed anche “Oggi, domani, sempre, comunisti”, una parola che Occhetto non pronunciò nemmeno una volta nella sua orazione funebre.
Fu un periodo molto bello: due compagne mi regalarono la prima segreteria telefonica della mia vita, vi incisi un brano della “Internazionale“ e spesso trovavo messaggi di vari parti d’Italia che dicevano: “Non voglio niente, ho telefonato per sentire la musica nostra”. A Roma c’era un grande fermento: sezioni che si autoconvocavano, altre che votavano un ordine del giorno che finiva “questa vuole restare una sezione comunista”, si intrecciavano i primi rapporti coi compagni di DP e con vecchi e giovani militanti che da anni avevano lasciato la tessera. C’era un clima un po’ carbonaro, per la necessità di tenere uniti gli incerti fino alla scadenza del 20° Congresso, ma era una clandestinità da ridere; sempre più spesso compagni e compagne chiedevano non “se”, ma “come e quando” si sarebbe fatta la scissione. Ricordo un operaio di Valle Aurelia che, giustamente seccato, mi chiese la “parola d’onore” a garanzia che la scissione si sarebbe fatta “Al massimo al Congresso”. Gliela detti incrociando le dita perché in realtà avevo molta paura, non della proposta di Federazione che anch’io, come Guido, giudicavo “tattica”, ma dei ripensamenti dell’ultima ora. Paura fondata. Il gruppo del “Manifesto” decise di restare nel PDS al Congresso dove molti di loro erano stati delegati con un mandato preciso. Per questo forse alla conferenza stampa della scissione, in uno squallido hangar del palazzo dei congressi riminese, frettolosamente addobbato con bandiere legate con lo spago e vecchi manifesti, non mi unii al mare di lacrime che salutavano la separazione fra militanti che avevano diviso anni di lavoro comune. Il sollievo di avercela fatta era così grande che non lasciava spazio ai rimpianti ed alle nostalgie, inoltre la mia preoccupazione essenziale era quella di trovare un telefono funzionante per avvertire i compagni di Roma che dovevano occupare le sedi ed esporre le bandiere.

Come spiegate e giudicate gli abbandoni del PRC di compagni così diversi fra loro?

Guido Cappelloni
Le fratture verificatesi all’interno del PRC hanno avuto motivazioni diverse e questo, almeno in parte, spiega come mai le pattuglie degli scissionisti siano risultate così eterogenee e composte da compagni che in passato erano stati su posizioni molto distanti fra loro sia rispetto alle opzioni ideali che all’idea di “partito”. Inoltre, a proposito in particolare della scissione capeggiata da Cossutta, ad un osservatore esterno verrebbe da dire che il principale cemento che ha reso possibile questa operazione sia stato lo strabiliante rapporto voti/ministri e sottosegretari che la neonata formazione politica ha ottenuto sia con il governo D’Alema che con quello attuale. Allo stesso osservatore, poi, potrebbe sorgere il dubbio che la speranza che ha unito questi compagni fosse la voglia di penalizzare il PRC per la sua scelta di non entrare a far parte o comunque dare il suo sostegno ai governi centro-sinistra. Io, che gran parte di quei compagni li conosco bene, posso solo manifestare il mio profondo stupore nel vedere la cara Katia Belillo ministro per conto del partito di Diliberto o Severino Galante organizzatore del partito di Cossutta. A causa di tutti questi scissionisti il PRC certamente ha perso dei voti ma non sarà questo a far perdere a chi è comunista davvero il senso della sua identità.

Bianca Bracci Torsi
Due scissioni, diverse per composizione e ampiezza ma con alcuni elementi comuni. Due gruppi omogenei, due leader (Garavini e Cossutta) dotati di notevole carisma e notevolmente convinti di essere insostituibili, una uguale motivazione: l’appoggio ad un governo di centro sinistra.
Io individuo però un’altra motivazione di fondo, comune alle due vicende ed anche all’abbandono, individuale e silenzioso, di altri compagni e compagne, ed è la caduta della convinzione di poter costruire, qui ed ora, una autonoma forza comunista. La stessa sfiducia che spinse tanti a restare nel PDS a Rimini, la paura dell’emarginazione, dell’isolamento a mio parere indotta dall’aver introiettato la politica dell’ultimo PCI con la sopravalutazione del ruolo istituzionale rispetto al conflitto, riducendo il “partito di lotta e di governo” di togliattiana memoria a un “partito di lotta per il governo”.
Fra le due scissioni ci sono però differenze. L’uscita Garavini-Magri riguardò un gruppo abbastanza ristretto ed omogeneo con una esigua base di massa. La denominazione “comunisti unitari” faceva chiaro riferimento alla scelta di entrare nel PDS o comunque affiancarlo, cosa che avvenne a tempi brevi. La scissione del PdCI, nella quale alla questione centrale (l’entrata nel governo) furono abilmente e spregiudicatamente intrecciate motivazioni di ordine ideologico-sentimentale, fino a coinvolgere la memoria di Luigi Longo, cancellando la sua opposizione al compromesso storico a favore di una sua antica e marginale proposta di legge di supporto ai produttori di vino, faceva leva su una “cultura del PCI” genericamente intesa, senza le opportune distinzioni fra i diversi periodi ed i diversi gruppi dirigenti e senza tener conto di quella “mutazione genetica” del PCI che aveva portato al 20° Congresso e che proprio Cossutta aveva denunciato con tanto vigore. Si sono trovati così a seguire Cossutta onesti militanti trascinati ad appoggiare un governo che fino a pochi giorni prima avevano giustamente vituperato seguendolo nei suoi successivi spostamenti verso il centro, fino all’appoggio infame alla guerra del Kosovo. Non valutando nemmeno il fatto che la scelta di appoggiare un governo della borghesia ha da sempre riguardato la tattica e non la strategia dei comunisti. Questa scissione ha costituito una lacerazione seria per il PRC in un momento di crescita di adesioni e di consensi ed una riduzione della sua forza organizzata, non solo per la perdita di voti ed iscritti direttamente legata alla scissione, ma anche per un riflesso di sconforto e delusione che ha riguardato un’area più vasta di iscritti e votanti. L’aver saputo affrontare e superare questa prova è il segno più evidente della nostra vitalità e della nostra “necessità di esistere”.

Come pensate si debba lavorare alla costruzione del partito di massa per il secondo millennio?

Guido Cappelloni
L’epoca in cui stiamo vivendo è caratterizzata dalla velocità con cui i fenomeni nascono e si evolvono; di fronte ad essi le vecchie strutture politiche fanno sempre più fatica a reagire con tempestività. D’altro canto molte categorie politiche sono state investite, se non addirittura travolte, dai burrascosi cambiamenti degli ultimi anni, compresi i concetti di “massa” e “partito”. Ritengo pertanto indispensabile che dedichiamo più tempo per approfondire una riflessione teorica su questi grandi temi per ridefinire ed aggiornare le categorie del pensiero dei comunisti. Certo è che dopo la fine del PCI nel nostro Paese si sente sempre più forte la mancanza di un “nostro” partito di massa. Né la soluzione si può trovare pensando di riportare in vita un’organizzazione che è così cara ai nostri ricordi ma non sarebbe più adeguata alle nuove esigenze. Sarebbe infatti un gravissimo errore pensare che nulla sia mutato rispetto ai bisogni ed ai soggetti di cui vogliamo essere interpreti e portatori di esigenze.
Dunque, innanzitutto, riappropriarci delle nostre categorie di pensiero aggiornandole ai tempi mutati. Non è compito facile ma necessario se vogliamo tornare ad essere adeguatamente “attraenti” ed egemonici. In un mondo sempre più “Internet” dobbiamo aggiornare linguaggi, modi di comunicazione, pur senza svendere un patrimonio culturale e storico che è la nostra vera forza. Dobbiamo però anche sapere che l’espressione “i lavoratori” non ha più lo stesso significato e la stessa esclusività di 20 o anche solo di 10 anni fa.
Dobbiamo riflettere sul come configurare oggi “la classe” e come è cambiato il “capitalismo”, per non incorrere nel rischio di essere considerati e di essere di fatto dei nostalgici dei bei tempi andati.
Forse nel secondo millennio sarà più difficile riempire le sedi di partito o le Feste di Liberazione, ma – come abbiamo già sperimentato – non è così per le piazze o per le sedi di dibattito in cui si discute veramente di politica.
La “massa” è forse più fluida di ieri, ma non è scomparsa. Una parte sempre più ampia di essa parla prevalentemente col computer e non partecipa alle riunioni del comitato politico federale, ma non per questo non si interessa di politica. E’ anzi una “massa” più colta (anche grazie al lavoro fatto per tanti anni da noi comunisti), più dinamica, che interagisce e vuole partecipare al processo di costruzione delle idee.
Il partito deve allora saper comprendere tutto questo ed organizzarlo, perché abbia forza questa massa, perché “conti”. Organizzazione non è né deve essere burocrazia, è coordinamento, è diversità di contributi ed azione di tutti i giorni, ma deve essere anche pensiero, riflessione comune, perché il partito di massa deve vivere del lavoro e delle idee di tutti.

Bianca Bracci Torsi
Vorrei aggiungere solo poche cose relative soprattutto ai circoli, queste strutture di base del nostro partito nelle quali emergono, insieme a ritardi, chiusure, inadeguatezze, i germi di un nuovo partito di massa.
Riuscire a generalizzare, allargare, sviluppare tante esperienze positive è il compito principale che ci dobbiamo porre oggi, un compito reso più difficile dalla carenza di uomini e mezzi, da una fase politica confusa e pericolosa ed anche dal permanere di diffidenze reciproche fra militanti provenienti da culture diversi fra le quali non si è ancora del tutto stabilito quel senso di comune appartenenza senza il quale le diversità non possono diventare ricchezza.
Sono d’accordo con Guido sulla necessità di studiare e sperimentare un nuovo modello di partito di massa in grado di affrontare i mutamenti della classe operaia e la natura della crisi in atto.
Oltretutto l’esperienza ci ha insegnati che le crisi del capitalismo, anche epocali, non portano di per sé ad esiti rivoluzionari, ma è necessario l’intervento attivo di una forza comunista organizzata e radicata. Un partito comunista di massa appunto, in grado di diventare riferimento dei lavoratori e delle masse oggettivamente antagoniste al capitalismo. Sono ragionevolmente ottimista a questo riguardo: il nostro partito ha le potenzialità e le possibilità di diventarlo.