A chi serve la teoria dell’impero?

Uno spettro si aggira non solo per l’Europa ma per il mondo intero. È lo spettro dell’Impero. Non dell’imperialismo americano, si badi, e nemmeno dell’Impero americano, ma dell’Impero tout court, senza desinenze o aggettivi.
Le sue origini sono note: rimandano ad un libro ponderoso scritto a quattro mani da Toni Negri e Michael Hardt, la cui tesi centrale è che il capitalismo ha vinto in tutto il mondo e dispiega ormai la propria sovranità secondo logiche che trascendono lo Stato-nazione.
Non vuol essere un testo apologetico, anzi. La messa a fuoco della sovranità imperiale serve, nell’ottica degli autori, a dare un volto al nuovo antagonista nella lotta che non da ora le moltitudini conducono per riappropriarsi delle condizioni della propria esistenza e, al contempo, per ridefinire tecniche e obiettivi di questa lotta: che non passa più per la competizione politica con i classici strumenti del partito e del sindacato allo scopo di conquistare il palazzo d’Inverno e di lì procedere a una riorganizzazione generale delle condizioni della riproduzione sociale, ma postula la consapevole disobbedienza del lavoro vivo al progetto di colonizzazione della sua intellettualità generale che il capitale persegue senza soste, forte di un mutamento tecnologico che gli permette di asservire agli scopi della valorizzazione l’esistenza stessa degli individui. Il lavoro vivo – è questa la tesi di fondo di Negri e Hardt – è ormai capace di produrre la propria vita senza più il tramite di mediazioni esteriori come il capitale o lo Stato; deve solo volerlo.
Non sta bene scambiare il materialismo storico con la filosofia del cui prodest e leggere la storia con l’occhio al portafogli, cioè chiedendosi a quali tasche giova questo o quell’evento politico, economico o culturale. Ma di fronte all’immediata e inattesa diffusione in tutto il globo della teoria imperiale e all’insistito corteggiamento dei suoi dioscuri da parte dell’industria culturale, la domanda che fa da titolo a queste note non può essere elusa, pena il fraintendimento della posta realmente in gioco.
Come tutte le concezioni del mon-do, anche l’Impero di Negri e Hardt ambisce ad avere pas d’ennemis à gauche e non ci vuol molto a capire chi sia qui il nemico: sono quanti nella storia data vedono all’opera non già l’Impero generaliter, ma l’impero con desinenza e aggettivo, ossia l’imperialismo americano, e magari sostengono che di fronte alla sua belluina volontà di potenza ci vorrebbe un argine di sovranità statale di forza eguale e segno contrario, cioè antimperialista. Nei confronti di costoro la critica è spietata e, brandendo a mo’ di clava la storia di un Novecento che si vede popolato solo di Leviatani totalitari – partiti, nazioni, Stati – in guerra permanente l’uno contro l’altro, rimarca con forza che l’indebolimento delle sovranità nazionali e il loro assoggettamento alla potenza deterritorializzata del capitale è senz’altro cosa buona e giusta.
Se questa caricatura fosse realmente la storia del Novecento si potrebbe consentire. Non lo è, e dissentire è d’obbligo. Sebbene si stia cominciando solo ora ad averne consapevolezza, a conferma che aveva ragione Flaiano a dire che quando si organizza un convegno sull’importanza del bovino è perché i buoi sono scappati dalla stalla, lo Stato novecentesco non è stato solo lo Stato Imperialista delle Multina-zionali, secondo una fortunata quanto idiota definizione corrente trent’anni fa, ma è stato anche lo Stato sociale del welfare, del diritto al lavoro, della cittadinanza sociale. Cioè la prima (benché rozza) alternativa al modo di produzione capitalistico emersa nel cuore delle formazioni sociali dell’Occidente industrializzato e, di conseguenza, il primo bersaglio critico dei pugilatori a pagamento al servizio della borghesia, che giustamente vi ha sempre visto la negazione della propria forma di vita e dunque del proprio dominio.
Messa così la questione, ci vuol poco, allora, a comprendere il successo editoriale, culturale e in ultima analisi politico che ha arriso alla teoria dell’Impero. Se è vero – e lo ammettono pure Negri e Hardt – che le voci dominanti dell’ordine globale hanno decretato la fine dello Stato proprio quando lo Stato è entrato in scena come strumento rivoluzionario dei subordinati e dei dannati della terra, cosa di meglio di un requiescat pronunciato da chi si proclama antagonista del capitale globale? E se è vero che l’oggettività non è altro che una forma estesa d’intersoggettività (Gramsci docet), cosa rafforza il preteso carattere strutturale e irreversibile del declino della sovranità statale meglio di un punto di vista altro dal Wall Street Journal che dice esattamente la stessa cosa?
Nulla è gratis dominante il capitalismo, così anche le teorie hanno un prezzo. Si tratta, in specie, dello smantellamento dei servizi sociali del welfare, in cambio dei quali pare che dovremmo batterci perché ci venga dato un salario sociale. Se si pensa che una misura del genere, prima ancora che dai teorici dell’Impero come viatico all’esodo della moltitudine, è stata proposta da Milton Friedman per restituire anche ai bisognosi la libertà di scegliere, le affinità elettive fra destra monetarista e sinistra antagonista risultano ancora più chiare e si colgono nella cifra essenzialmente anarchica del pensiero che ne ispira pratiche e progetti.
Presentandosi gli accadimenti storici sempre due volte, sovvengono le convergenze parallele d’inizio Novecento fra il sindacalismo rivoluzionario di Sorel e il marginalismo teorico di Pareto e Pantaleoni, che marciarono divisi per colpire uniti il riformismo turatiano, salvo spianare la strada al fascismo. Quella era la tragedia, ma credo che anche la farsa abbia trovato i suoi interpreti.