A 40 anni dall’Autunno caldo

Per il caso italiano sono molti gli studiosi che parlano di un “lungo ’68”, includendovi a pieno titolo il 1969, ma anche i processi che avevano preparato le esplosioni di quel biennio e gli eventi che lo seguirono. In questo intrecciarsi di eventi, l’Autunno caldo della classe operaia rappresenta forse il momento più significativo.

LE PREMESSE: IL ’68 OPERAIO

Per Aris Accornero, esso “è stato molto più importante del Maggio 1968 in Francia”, sia per la durata che per le conseguenze, segnando “l’inizio di una nuova era socio-politica”. Ad esempio, per la prima volta la classe operaia rompe la “regola” per cui “o si sciopera o si contratta”, e usa anzi l’arma dello sciopero e della mobilitazione di massa come strumento essenziale per far avanzare la trattativa, trasformando essa stessa in esperienza di massa; d’altro canto, le piattaforme rivendicative si arricchiscono di nuovi contenuti, che riguardano diritti e poteri dei lavoratori in fabbrica e riforme nella società; infine si sperimentano nuove forme di rappresentanza operaia – i delegati di reparto e di linea e i Consigli dei delegati – che saranno poi inglobate nel sindacato[1]. La classe operaia giunge al 1968-69 cresciuta anche numericamente. Siamo attorno ai 4 milioni e mezzo di lavoratori, sempre più compatti e coesi, anche se solo una parte di loro è concentrata nei grandi stabilimenti. La Fiat ha assunto altri 12.000 immigrati meridionali ed è vicina ai 180.000 operai; ha costruito un nuovo impianto a Rivalta Scrivia, che occuperà 20.000 persone ma ne attirerà a Torino 60.000, molti dei quali dovranno adattarsi a “ricoveri di fortuna”. I trasporti pubblici sono del tutto insufficienti, anche nel Triangolo industriale, dove pure moltissimi sono i pendolari. Boom economico e sviluppo capitalistico, dunque, hanno lasciato irrisolti i problemi delle infrastrutture civili e dei servizi sociali; il “pubblico” e lo Stato restano inadeguati o assenti. Intanto i ritmi lavorativi si fanno sempre più intensi.

BASSI SALARI, CARATTERISTICA STRUTTURALE DEL MODELLO CAPITALISTICO ITALIANO

“Alla verniciatura di Mirafiori – scrive G. Berta – per rendere più rapido il ciclo, le scocche uscivano ancora calde dai forni […] gli operai si ustionavano i polpastrelli delle dita e a fine giornata avevano le mani gonfie. Si era andati oltre i livelli di saturazione previsti”. Ne deriva un continuo aumento di infortuni, malattie nervose e psicosomatiche e morti sul lavoro (un’inchiesta della CGIL ne denuncia uno ogni due ore). Ma, soprattutto, è l’equilibrio dei bassi salari, caratteristica strutturale del modello capitalistico italiano su cui si è fondato il “miracolo” economico, che ora viene messo in discussione. I salari non hanno tenuto il passo degli aumenti di produttività e profitti, e questo accresce la rabbia dei lavoratori, che già nel ’66 hanno dato vita a un intenso ciclo di mobilitazioni[2]. Oltre a quello salariale, peraltro, si pongono nuovi obiettivi, a partire dalla costruzione di un vero stato sociale nel Paese. Non a caso la prima lotta del ’68 riguarda la riforma del sistema pensionistico. La CGIL sottopone a referendum la bozza di intesa tra sindacati e governo; lavoratori e pensionati la respingono, cosicché la CGIL proclama da sola lo sciopero generale. Nel Triangolo industriale i metallurgici lo sostengono unitariamente, e vi partecipano anche molti lavoratori degli altri sindacati. A Torino FIM, UIL e SIDA aderiscono ufficialmente, alla Fiat la partecipazione è totale. Lo sciopero sulle pensioni segna quindi “uno spartiacque”, che dà il via al “secondo biennio rosso”[3]. Accanto alle grandi lotte nazionali, intanto, si sviluppano moltissime vertenze aziendali per la contrattazione integrativa e l’ampliamento dei poteri del sindacato in fabbrica. Già all’inizio del 1968, all’Alfa Romeo si ottiene il “Comitato tecnico paritetico” aziendale. Nella sola Milano scendono in lotta 80.000 lavoratori di 125 aziende, chiedendo la revisione dei cottimi e ritmi più umani. Si diffonde lo strumento dell’assemblea, assieme a modalità nuove di lotta, dalla fermata improvvisa al blocco del traffico stradale[4].

Anche alla Fiat si svolge una vertenza importante, con forme inedite di partecipazione. Sul pacchetto rivendicativo il sindacato sottopone un questionario ai lavoratori, che rispondono in 20.000. La piattaforma che emerge dalla consultazione prevede una riduzione dell’orario a 44 ore, il sabato festivo alternato, la fine dei turni di notte, la rinegoziazione dei cottimi. Gli scioperi, condotti unitariamente, vedono un’adesione altissima, e di fronte alla sordità dell’azienda il sindacato consulta ancora i lavoratori: si decide di continuare a scioperare di sabato, in modo da strappare nei fatti la rivendicazione avanzata. Nelle loro risposte, gli operai definiscono la Fiat “un campo di concentramento”, dove i lavoratori sono trattati “come bestie” o “come schiavi”, e non sono liberi nemmeno di andare al bagno. A maggio l’accordo è siglato: eccetto che sui turni di notte, la vittoria è completa. È la prima lotta aziendale riuscita alla Fiat dopo 14 anni[5].

IL RUOLO DEGLI IMMIGRATI MERIDIONALI

A che cosa si deve questa nuova combattività dei lavoratori? Molti studiosi sottolineano la presenza egemone di una nuova classe operaia, composta in larghissima parte di immigrati meridionali (ormai 1/4 della popolazione residente a Torino e in maggioranza in vari comuni dell’hinterland) e non abituata né alla disciplina di fabbrica né alla mediazione sindacale e politica, e che cerca nella metropoli del Nord la sua emancipazione, scontrandosi col regime di caserma della Fiat, le dure condizioni di lavoro e di vita, l’ostilità della città. D’altra parte, questi immigrati trovano a Torino una situazione vivace, in campo operaio ma anche per l’influsso del movimento studentesco[6]. Secondo Stefano Musso, però, il ruolo di questa nuova classe operaia non va esagerato. Le prima agitazioni del ’68 in Fiat, ad esempio, partono dalle Officine Ausiliarie, dove si concentrano gli operai più qualificati e sindacalizzati, di solito settentrionali; dopodiché la lotta passa nelle mani della massa dei non qualificati, perlopiù giovani immigrati dal Sud, che la allargano e la radicalizzano. La forza della mobilitazione sta dunque nella “saldatura tra le due componenti”[7]. A Torino si segnala anche un rapporto positivo tra sindacato e movimento studentesco, tanto che gli universitari si riuniscono presso la Camera del lavoro e collaborano alla realizzazione del referendum alla Fiat. È un rapporto che si deve anche alla capacità del gruppo dirigente della FIOM, espressione della sinistra comunista e socialista, da Pugno e Garavini a Gianni Alasia[8]. La loro capacità consente anche di mantenere unitaria con gli altri sindacati la gestione dello sciopero, cosa che sarà essenziale nel successo della vertenza[9]. Intanto le aziende in lotta si moltiplicano. I giovani operai della Magneti Marelli, anche sotto la spinta del movimento studentesco, trascinano il sindacato, organizzando una marcia da Sesto a Milano, dove una parte di loro va a protestare sotto la sede dell’Assolombarda. Anche alla Ercole Marelli sono i neoassunti e i poco qualificati a spingere per la lotta e a far uscire i crumiri. Il clima di repressione degli anni precedenti è ormai apertamente messo in discussione. In altre aziende milanesi, anche sotto l’influenza del movimento studentesco, si fa largo uso dello strumento dell’“assemblea permanente” e si diffondono i “gruppi di studio” con la partecipazione di impiegati e tecnici[10].

CGIL E CUB

In molte realtà a essere messe in discussione sono anche le modalità tradizionali dell’azione rivendicativa e la stessa rappresentatività dei sindacati. Alla Pirelli di Milano, dove già l’adesione agli scioperi per il rinnovo del contratto ha sfiorato il 100%, anche sotto la spinta dei “gruppi extraparlamentari”, i lavoratori istituiscono un Comitato unitario di base (CUB), esterno alle organizzazioni sindacali, anche se ad esso aderiscono vari iscritti e qualche quadro di CGIL e CISL. Gli obiettivi posti dal CUB sono il controllo del cottimo e in generale “l’autogoverno” del lavoro operaio. Solo alla fine dell’anno il sindacato, aprendo un dialogo col CUB, riuscirà a riprendere il suo ruolo, contribuendo alla conquista di un nuovo accordo sul cottimo. Ma anche dopo, alla Pirelli e in altre aziende, i CUB rimarranno attivi sotto l’egida dell’estrema sinistra[11]. Nelle stesse organizzazioni storiche del movimento operaio si apre la discussione sul tema della rappresentanza dei lavoratori. Nel PCI torinese il confronto è tra chi pensa che le vecchie Commissioni Interne siano ancora efficaci, e chi – come i dirigenti della Camera del lavoro – ritiene che siano superate, e occorrano forme di rappresentanza più diretta e unitaria. Quest’ultima posizione prevale, e in effetti sarà proprio su questa strada che andrà il movimento di lì a poco[12].

CONTRO LE GABBIE SALARIALI UNA LOTTA UNIFICANTE

La ripresa di iniziativa, peraltro, riguarda tutto il Paese. Sindacati e Partito comunista hanno la capacità di individuare obiettivi unificanti, a partire dall’abolizione delle “zone” salariali. La pressione dei lavoratori del Mezzogiorno per abolirle è forte, cosicché la CGIL disdetta l’accordo, trascinando gli altri sindacati e avviando una lotta che unifica i lavoratori del Nord e del Sud. Vista la resistenza della Confindustria, a novembre si arriva allo sciopero generale, indetto unitariamente da CGIL, CISL e UIL, per la prima volta dal 1948[13]. Nelle settimane seguenti, la lotta contro le zone si allarga, dal Lazio alla Sardegna, da Taranto a Crotone; entrano in agitazione anche i lavoratori della Pirelli, quelli di Napoli ( Italsider, Olivetti, Sofer ecc.), e gli operai di Lanerossi, Alemagna, Motta, e della Rex di Pordenone. A maggio, intanto, le elezioni politiche hanno registrato una crescita del PCI, una tenuta della DC e un tonfo del Partito socialista unificato (nato dalla fusione di PSI e PSDI) che mirava a costruire una forza socialdemocratica di massa. Avanzata della classe operaia, sviluppo dei movimenti di lotta e spostamento del Paese a sinistra sembrano dunque procedere di pari passo. Il governo di centro-sinistra è frastornato e confuso, e forse è anche frutto della sua impotenza l’eccidio di Avola, dove la polizia spara sui braccianti uccidendone due. La protesta, ancora una volta, dilaga in tutta Italia. Alla fine dell’anno si contano più di 3500 accordi aziendali, che interessano 1.600.000 lavoratori: la contrattazione integrativa si va affermando, ma solo pochi accordi riconoscono il diritto di assemblea in fabbrica[14].

2. LA SVOLTA DEL ’69

Il 1969 si apre con un nuovo sciopero generale e la vittoria del movimento operaio sul tema delle pensioni, che si affianca al successo sulle zone salariali. La reazione violenta delle classi dominanti, dello Stato e di suoi apparati “deviati”, ancora una volta, non si fa attendere. Aggressioni fasciste e attentati a sedi del PCI si verificano un po’ ovunque, da Milano a Napoli. In aprile, un altro eccidio proletario al Sud: a Battipaglia, in seguito a uno sciopero delle tabacchine, la polizia spara e uccide due lavoratori. Il 25, mentre in tutto il Paese si ricorda la Liberazione dal nazifascismo, alcune bombe esplodono alla Fiera e alla stazione di Milano, per fortuna provocando solo feriti[15]. Anche la risposta dei lavoratori, però, giunge immediata. Dopo Battipaglia, scioperi di protesta si svolgono in tutta Italia. Alla Fiat l’adesione è massiccia; lo sciopero è squisitamente politico, ma la presenza di tanti immigrati meridionali contribuisce alla riuscita. A Milano i metalmeccanici entrano in sciopero per i diritti sindacali e contro le rappresaglie padronali[16].

PCI, SINDACATI E “GRUPPI EXTRAPARLAMENTARI”

A maggio è ancora la Fiat protagonista. Nell’azienda stanno entrando altri 14.000 immigrati, una massa sino ad allora esclusa da una reale rappresentanza[17]. Le lotte esplodono, reparto dopo reparto, per protestare contro un licenziamento politico, poi per la revisione delle qualifiche, aumenti e perequazione delle paghe. Le forme di mobilitazione non sono più quelle tradizionali. La lotta parte anche da piccoli gruppi, si diffonde in fabbrica con cortei interni, interruzioni del lavoro e assemblee, mentre nascono i “delegati di reparto e di linea”. Quest’ultimo è un obiettivo posto esplicitamente dai sindacati, che però sono spiazzati dalle modalità della lotta: l’azione è diretta e spesso “selvaggia”, ingovernabile dal sindacato e imprevedibile per l’azienda, che ne rimane paralizzata, e cerca di uscirne proponendo un aumento forfetario per tutti; proposta rilanciata da Lotta continua ( LC) sulla linea dell’egualitarismo salariale. Sindacati e “gruppi” dunque differiscono anche per i contenuti: laddove il sindacato è rappresentanza e organizzazione dei lavoratori, momento di sintesi “politica” e valorizzazione delle professionalità, i “gruppi” invece propongono la rappresentanza diretta (con lo slogan “siamo tutti delegati”), l’“autogestione delle lotte”, e aumenti uguali per tutti (espressione, osserva Tr e ntin, di “una ideologia interclassista e risarcitoria, rispetto a una subalternità ineluttabile del lavoro salariato”); c’è in qualche modo – scrive l’edizione italiana della “Monthly Review” – un “rifiuto politico del sindacato” in quanto tale. L’azienda, intanto, reagisce con licenziamenti di rappresaglia, ottenendo solo di accrescere la rabbia degli operai. Il sindacato riesce comunque a far sfociare la lotta in un accordo che prevede il riconoscimento di delegati di linea e reparto (che LC svaluterà parlando di “delegati bidone”) e “comitati di linea”, aumenti salariali e passaggi di categoria[18]. Il contrasto tra le organizzazioni storiche del movimento operaio e “gruppi” come LC, egemoni nell’“ assemblea operai-studenti” che si riunisce in contrapposizione al sindacato, giunge al limite dello scontro fisico[19]. Esso si rinnova a luglio, allorché i sindacati torinesi indicono uno sciopero sul problema casa, già oggetto di varie mobilitazioni popolari. Lo sciopero riesce, ma contemporaneamente c’è anche una manifestazione del comitato operai-studenti davanti ai cancelli della fabbrica, in cui confluiscono molti giovani e abitanti del quartiere. Scoppiano quindi scontri con la polizia: è la “battaglia di corso Traiano”, che per i “gruppi” è la prosecuzione di piazza Statuto 1962.

ALLA FIAT RINASCONO NELLE LOTTE I DELEGATI DI REPARTO

Intanto la struttura dei delegati si afferma, circa 80 accordi aziendali la riconoscono e in varie aziende si istituiscono i “Consigli dei delegati”. In particolare alla Fiat, dove le Commissioni Interne erano deboli, il sindacato appoggia la creazione dei nuovi organismi, che sono una buona sintesi della volontà operaia di una rappresentanza diretta e della necessità di superare un andamento anarchico delle lotte e di giungere alla costruzione di vertenze unitarie[20]. A settembre la Fiat reagisce duramente: migliaia di operai sono sospesi dal lavoro e un centinaio licenziati. LC lancia la proposta di occupazione della fabbrica, assolutamente velleitaria; qualche centinaio di operai e militanti esterni occupano gli impianti per qualche ora, ma la cosa fallisce subito. I sindacati, dal canto loro, tentano di legare la battaglia alla vertenza nazionale sul nuovo contratto dei metalmeccanici. La Fiat, intanto, revoca le sospensioni. Per il contratto la FIOM ha consultato 300.000 lavoratori, e alla Fiat la piattaforma è discussa dall’assemblea dei delegati, il “Consiglione”, che si riunisce ogni sabato alla Camera del lavoro. Nel primo incontro con la Confindustria è subito chiaro che essa intende mettere la sordina alla contrattazione aziendale; la trattativa, dunque, si interrompe. I sindacati rispondono con uno sciopero nazionale articolato per tempi e modi. Intanto a Torino chiedono agli enti locali di dilazionare il pagamento delle bollette degli operai in sciopero; molte amministrazioni locali accettano la proposta. In città si svolge una manifestazione nazionale di solidarietà coi lavoratori Fiat e a sostegno del nuovo contratto, conclusa dai tre segretari confederali, cui ne seguiranno altre in varie città[21]. A Milano Pirelli attua la serrata, e gli operai scendono nelle strade per coinvolgere la cittadinanza nella protesta. A loro si affiancano edili, chimici e studenti, e una manifestazione davanti alla sede RAI chiede un’informazione corretta[22].

Il “Consiglione” Fiat, intanto, vara una serie di scioperi articolati, e a ottobre si tiene un comizio interno con vari dirigenti sindacali. Agnelli reagisce chiamando la polizia e sospendendo 150 militanti e quadri sindacali. I sindacati rispondono con un pubblico “processo alla Fiat”, al Palasport, dove devono reggere anche la contestazione dei “gruppi extraparlamentari”; e anche il PCI tiene una manifestazione con Berlinguer. Sul piano nazionale, il sindacato abbandona la trattativa che intanto era ripresa per la mediazione del ministro Donat Cattin, e intensifica gli scioperi[23]. Alla Pirelli, intanto, i lavoratori conquistano un accordo che prevede aumenti salariali, parità uomo-donna e dieci ore annue di assemblee sindacali. È un precedente importante[24].

LO SCIOPERO GENERALE PER LA CASA E PIAZZA FONTANA

La situazione precipita nelle settimane seguenti. Il 19 novembre c’è lo sciopero generale per la casa, che riesce ottimamente, coinvolgendo anche settori di ceto medio. La manifestazione nazionale si svolge a Milano. Qui, nel corso di violenti scontri tra “gruppi extraparlamentari” e forze di polizia, muore l’agente Annarumma. Dopo i funerali si apre la “caccia al comunista”. Le classi dirigenti, la grande stampa e lo stesso Presidente della Repubblica traggono spunto dall’evento per attaccare le lotte di questi mesi[25]. Intanto quella grande ondata sta giungendo ai primi risultati politici, a partire dall’approvazione in Senato dello Statuto dei lavoratori, per cui si lotta da anni. Il 12 dicembre, mentre sulla stampa il leader neofascista Almirante invoca una “soluzione greca”, la strage di piazza Fontana segna il tremendo salto di qualità della strategia della tensione, messa in atto da apparati dello Stato, forze atlantiche e gruppi neofascisti per far degenerare lo scontro a giungere a una soluzione autoritaria. Polizia e stampa (memorabile il servizio di Bruno Vespa sull’arresto di Valpreda) incolpano subito “gli anarchici”. Giuseppe Pinelli viene arrestato e muore, “precipitando” dalle finestre della Questura. È l’inizio della controffensiva avversaria[26].

IL PROBLEMA DELLO SBOCCO POLITICO DELLE LOTTE DI OPERAI E STUDENTI

L’Autunno caldo però si chiude con le grandi conquiste del nuovo contratto dei metalmeccanici: orario di 40 ore, aumenti salariali uguali per tutti, equiparazione operai-impiegati per malattie e infortuni, diritto di assemblea in fabbrica e riconoscimento dei delegati. Accornero lo definisce “il miglior contratto del dopoguerra”, a conclusione di un anno che ha visto il record di ore di sciopero. Nel maggio 1970, lo Statuto dei lavoratori è legge. Per Trentin, il sindacato si ritrova rafforzato grazie a una certa capacità di cogliere le spinte nuove, pur agendo con accortezza in una situazione in cui il rischio di involuzione autoritaria era ben reale[27]. Negli anni successivi, l’atteggiamento di apertura e internità alle lotte di PCI e sindacato “paga”, sul piano politico ed elettorale, ma soprattutto su quello dell’avanzamento sociale, civile e culturale del Paese. D’altra parte, in modo sempre più stringente, si pone il problema dello “sbocco politico” da dare a quella grande stagione di lotte. Il sindacato stesso, con la “strategia delle riforme”, sembra affidare alla politica – e in particolare al cambiamento del quadro politico e di governo – le istanze di rinnovamento. Ma la persistenza di un sistema politico bloccato, l’esclusione della maggiore forza del movimento operaio dall’esercizio del potere anche nel momento di massima forza, gli stessi errori fatti dal PCI nella gestione di quel grande patrimonio, rendono impossibile questo esito. A quel punto, dopo anni di mobilitazione di massa, in mancanza di sbocchi validi, una fase di riflusso sarà quasi inevitabile. Resta tuttavia un enorme patrimonio di lotte e di esperienze, che non può non parlare anche all’oggi, dinanzi alle nuove contraddizioni che si riaprono nei punti alti dello sviluppo capitalistico come nelle periferie del sistema.

NOTE

Note

1 A. Accornero, Vent’anni dopo l’Autunno caldo: come gli attori e i movimenti sociali hanno cambiato la società italiana, “Prospettiva sindacale”, 1989, n. 73-74.

2 L. Gianotti, Gli operai della Fiat hanno cento anni, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 165; G. Berta, Mirafiori, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 65-66; M.L. Righi, Gli anni dell’azione diretta (1963-1972), in L. Bertucelli, A. Pepe, M.L. Righi, Il sindacato nella società industriale, Roma, Ediesse, 2008, pp. 75 s., 91-93, 111 s.

3 Ivi, pp. 113 s.; Gianotti, op. cit., p. 167; A. Accornero, Le lotte operaie degli anni ’60, “Quaderni di Rassegna sindacale”, 1971, n. 31- 32, p. 134; B. Trentin, Autunno caldo. Il secondo biennio rosso 1968-1969, intervista di G. Liguori, Roma, Editori Riuniti, 1999, pp. 79 s.

4 G. Ferrante, Cronologia del movimento sindacale (1943-1976), in Annali Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 426-428; L. Luppi, E. Reyneri, Autobianchi e Innocenti, Bologna, Il Mulino, 1974, pp. 48-50; Lotta di classe a Milano: operai, studenti, impiegati, “Quaderni piacentini”, 1969, n. 38, pp. 87, 114.

5 Gianotti, op. cit., pp. 167 s.; A. Sangiovanni, Tute blu. La parabola operaia nell’Italia repubblicana, Roma, Donzelli, 2006, p. 131.

6 S. Musso, Biennio rosso e autunno caldo a Torino: i conflitti sociali nella città fabbrica, in I due bienni rossi del Novecento 1919-20 e 1968-69. Studi e interpretazioni a confronto, Roma, Ediesse, 2006, pp. 277; V. Rieser, Cronache delle lotte alla Fiat, “Quaderni piacentini”, 1969, n. 38, p. 3; L. Lanzardo, Lotte spontanee e organizzazione. Note sulle lotte alla Fiat 1968-73, ivi, 1974, n. 53-54, p. 5.

7 Musso, Biennio rosso e autunno caldo…, cit., p. 288.

8 M. Scavino, Il motore e la cinghia di trasmissione. Partito e sindacato negli anni Sessanta e Settanta, in Alla ricerca della simmetria. Il PCI a Torino, 1945-1991, a cura di B. Maida, Torino, Rosenberg & Sellier, 2004, pp. 356 s.

9 E. Pugno, S. Garavini, Gli anni duri alla FIAT. La resistenza sindacale e la ripresa, Torino , Einaudi, 1974, pp. 47-54.

10 Sangiovanni, Tute blu…, cit., pp. 128-130; Lotta di classe a Milano…, p. 87; G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Roma, Donzelli, 2003, p. 254; Righi, Gli anni…, cit., p. 141.

11 Trentin, Autunno caldo…, cit., pp. 82 s.

12 Gianotti, op. cit., pp. 170 s.

13 Righi, Gli anni…, cit., pp. 118-120; Trentin, op. cit., p. 80.

14 Righi, Gli anni…, cit., pp. 121 s.

15 Crainz, Il paese…, cit., p. 283; Righi, Gli anni…, cit., p. 125; Ferrante, Cronologia…, cit., pp. 434 s.

16 Rieser, Cronache…, cit., p. 4; L. Lanzardo, Lotte spontanee…, cit., p. 6; Ferrante, Cronologia…, cit., pp. 434 s.

17 Crainz, Il paese…, cit., p. 322, 348 s.

18 Gianotti, op. cit., pp. 172-178; Trentin, op. cit., pp. 65, 95-97.

19 Scavino, cit., p. 359. LC si costituirà come gruppo organizzato solo in autunno, ma già ora Lotta continua è la sigla con cui sono firmati i volantini dell’assemblea operai-studenti.

20 Crainz, op. cit., pp. 350 s.; Lanzardo, art. cit., pp. 8, 18 s.; Gianotti, op. cit., pp. 177-179.

21 Ivi, pp. 181 s., 185; Trentin, op. cit., pp. 99-101; Righi, Gli anni…, cit., p. 136.

22 Crainz, op. cit., pp. 354 s.

23 Gianotti, op. cit., pp. 182 s., 186; Trentin, op. cit., pp. 102 s.

24 Righi, Gli anni…, cit., p. 138.

25 Ivi, pp. 139 s.; Trentin, op. cit., pp. 104 s.; Crainz, op. cit., pp. 357-361.

26 Ivi, pp. 362-368.

2 7 Ferrante, Cronologia…, cit., p. 439; Accornero, Le lotte…, cit., p. 138; Trentin, op. cit., pp. 102, 107 s.