ZASTAVA: Disoccupati di guerra

Zastava addio? A 4 anni dalla guerra dimenticata e a due dalla svolta liberista la più grande fabbrica di automobili dei Balcani è allo stremo.

Chi si ricorda più del Kosovo, due o tre guerre fa? Allora la guerra si chiamava intervento umanitario e quando le bombe intelligenti ammazzavano la popolazione serba, nonché quella albanese che si diceva di voler difendere, si trattava soltanto di effetti collaterali. A sostenere le ragioni delle bombe, il 24 marzo del `99, in Italia era il governo di centrosinistra. Soffrendo, naturalmente, ma il nostro paese doveva essere riconosciuto atlanticamente fedele e promosso nel club delle nazioni che contano, spiegava il presidente Massimo D’Alema. Ancora più sofferenza si registrava in casa della Cgil, dove contro la guerra non furono schierate le armate pacifiche dei lavoratori, in nome della contingente necessità. Oggi l’Ulivo sta pagando cara quella guerra e deve rispondere a ogni piè sospinto alle accuse delle destre al governo. La maggior parte dei dirigenti di centrosinistra tenta goffamente di ribaltare la frittata per dire: «Noi non siamo contro tutte le guerre, siamo contro questa guerra». Solo da Sergio Cofferati, allora segretario generale della Cgil, è venuto un ripensamento: «Forse non è stato fatto il possibile per evitarla». Non sto a chiedere a Rajka, a Ruzica e a Radoslav come valutino tale ripensamento, che riguarda non solo un dirigente ma l’insieme della più importante organizzazione di massa italiana, di fronte al rischio di una nuova, terribile avventura bellica. I tre sindacalisti della Zastava portano ancora sulla pelle i segni della guerra umanitaria e sabato 15 febbraio, alla più grande manifestazione pacifista, dal palco di piazza San Giovanni Rajka ha ricordato a tutti cosa è stata quella guerra e quali macerie si è lasciata alle spalle, senza risolvere alcuno degli obiettivi che i gendarmi del mondo e i loro sherpa avevano annunciato. Rajka Veljovic parla bene l’italiano e per questo, oltre che per passione civile, dal `99 si occupa delle adozioni a distanza dei figli dei lavoratori della fabbrica di auto distrutta dalle bombe, attivate in Italia da associazioni, gruppi, da strutture della Fiom e dalla Cgil, cioè da chi 4 anni fa non si era fatto abbindolare dalla «contingente necessità». L’iniziativa era stata lanciata dal manifesto con l’associazione Abc solidarietà e pace. Ruzica Milosavljevic è membro della presidenza del sindacato metalmeccanico serbo e Radoslav Delic è il segretario generale del Sindacato Autonomo Zastava. Ci siamo fatti raccontare dai tre amici che cosa resta di quella che fu la prima fabbrica di automobili dei Balcani, parte di un gruppo metalmeccanico diversificato in moltissime attività. Una di queste è la Zastava Kamiona, la cui proprietà vede tutt’ora la presenza – con una quota vicina al 50% – della Fiat-Iveco. Ma è dall’inizio delle guerre che hanno sventrato la ex-Jugoslavia che la multinazionale torinese si è chiamata fuori, disinteressandosi della sorte della sua partecipata.

Qualche lettore ricorderà i nostri reportages dalla Zastava di Kragujevac, le decine di operai che presidiavano la loro fabbrica feriti dalle bombe, i reparti rasi al suolo, la centrale elettrica colpita con millimetrica precisione così come le lapidi che ricordavano i lavoratori uccisi dai nazisti nella 2° guerra mondiale. Quasi nulla rimase in piedi delle officine e delle linee di montaggio, dell’infermeria, del centro di calcolo. La distruzione del reparto di verniciatura provocò un terribile danno ambientale per la fuoriuscita di liquidi chimici cancerogeni (Pbc o pirolene) che sono penetrati nel terreno della zona circostante lo stabilimento. Per non parlare di uranio impoverito di cui, infatti, in Serbia non si parla. Dati scientifici è impensabile averne, la caduta di Slobo Milosevic non ha portato né trasparenza né sicurezza. Si sa, e ce lo conferma Rajka, che i casi di tumori – in particolare al seno – sono aumentati a dismisura nell’area di Kragujevac, tra le più inquinate della Serbia insieme a Pancevo dove venne ripetutamente bombardato il petrolchimico. Donne, anziani e soprattutto bambini sono le fasce più esposte della popolazione. La situazione sanitaria è allarmante: «Nel reparto di radiologia di Kragujevac gli apparecchi non funzionano da mesi. Alla gente colpita dal cancro – dice Rajka – non resta che aspettare la morte, senza quei farmaci introvabili o troppo cari che potrebbero alleviare la sofferenza e allungare la vita. A Kragujevac non c’è uno strumento per la mammografia e così le donne sono costrette ad andare a loro spese all’ospedale di Belgrado, dove ci sono soltanto due apparecchi. Nel presidio sanitario della Zastava, ricostruito con la solidarietà internazionale, ce n’è uno ma non funziona perché manca un pezzo, costosissimo. Degli operai che hanno lavorato al risanamento del reparto fucine, sette sono già morti di tumore al fegato e molti hanno gravi problemi alla pelle e al fegato. Nel campo profughi di Kragujevac, dove vivono anche ex lavoratori della Zastava, si stanno registrando svariati casi di tubercolosi».

Due anni fa, dopo la caduta del regime di Milosevic, sull’onda dell’ubriacatura neoliberista il Gruppo Zastava è stato scomposto in decine di aziende per favorirne la privatizzazione. Da allora, soltanto un reparto è stato privatizzato (produzione di solventi, appena 13 addetti). Nel frattempo, la mannaia del nuovo corso economico e i dicktat del Fondo mentario hanno desertificato le fabbriche, alla paralisi per effetto delle bombe e della crisi: dei 36 mila dipendenti del gruppo ne restano meno di 16 mila. Nel settore automobilistico gli occupati sono scesi da 13.500 a 4.300. E chi resta, di lavoro da fare ne ha ben poco. Prima dell’inizio delle guerre jugoslave, la Zastava produceva 220 mila automobili, nel 2002 sono uscite dalle linee di montaggio di Kragujevac – parzialmente ricostruite dal lavoro degli operai, organizzati dal sindacato di Rajka – appena 10 mila vetture dei vari modelli Yugo. Il che significa che ogni operaio costruisce poco più di due automobili l’anno. Per non parlare dell’Iveco: 430 camion lo scorso anno, contro una produzione di 5 mila in tempi normali. La drastica riduzione dell’occupazione è stata realizzata attraverso l’incentivo alle dimissioni (200 marchi per anno di anzianità), gli altri esuberi sono stati collocati chi nel collocamento pubblico, chi in quello della Zastava. Ma il mercato del lavoro è inesistente nell’area di Kragujevac, dove vivono 200-250 mila abitanti, da sempre esclusivamenti legati alla filiera della Zastava.

Gli investimenti stranieri non arrivano, il sistema bancario della Serbia è al collasso (10 mila licenziati in pochi mesi). I disoccupati nel paese sono 905 mila, il 50% della forza di lavoro. Il 65% della popolazione spende meno di 2 dollari al giorno, il 20% meno di 1 dollaro. Solo il 3% dei disoccupati usufruisce di un sussidio pubblico, pari al 60% del salario, garantito solo per il primo anno di disoccupazione. Chi ancora lavora (si fa per dire) alla Zastava percepisce un salario di 150 euro, a cui va sottratto il costo del pasto. «Ma solo quando la fabbrica è aperta: a gennaio, lo stabilimento è rimasto chiuso per tutto il mese e il salario è stato sostituito da una sorta di cassa integrazione, quindi decurtato. Chi è iscritto al collocamento della Zastava percepisce appena 50 euro e dev’essere disposto a qualsiasi lavoro, anche ad andare a cogliere la frutta «in un’altra parte della Serbia. Chi rinuncia viene cancellato dal collocamento. Inoltre è in corso una riforma del mercato del lavoro per cui, chi verrà scoperto a fare qualche lavoretto per integrare il sussidio con cui non si campa, perderà tutto». Eppure, nonostante la pesante crisi economica e sociale, un piccolo mercato dell’auto esiste. Ma è un mercato particolare: «Invece di sostenere la produzione dell’industria nazionale si favorisce l’importazione». Racconta Rajka: «Due anni fa, uno dei primi decreti del governo presieduto da Djndjc autorizzò l’importazione di vetture usate, e in questo modo è stata affossata la nostra produzione. Pensa che già nel primo anno sono state immatricolate 280 mila automobili straniere, il che spiega il crollo della produzione Zastava» (prezzo delle Yugo, da 3,5 mila euro per il modello base a 6 mila per la versione Florida).

Il sindacato maggioritario (85% dei dipendenti sono iscritti al Sindacato autonomo, quello che più si è impegnato nella ricostruzione post-bellica e nelle adozioni a distanza) della Zastava, di quel che resta dei vari pezzi del gruppo collassato, continua a battersi per la ripresa della produzione e per modifiche legislative che ne sostengano la domanda. In questo quadro, il ruolo dei sindacalisti è poco più che assistenziale: «Ci battiamo per costringere la direzione a consegnare regolarmente i salari ai dipendenti, e non è un’impresa da poco. Organizzare scioperi è sempre più difficile, dopo lo spezzatino del gruppo e i licenziamenti di massa». Ultimamente c’è stato un proliferare di sindacatini. Prospettive di interventi di capitali stranieri, per ora non se ne vedono. La Fiat-Iveco continua a disinteressarsi della Zastava Kamiona, mentre la voce diffusa mesi fa sull’arrivo di un mercante statunitense, Malcolm Briklin, in passato importatore negli Usa di vetture Yugo, si è rivelata infondata. Si può dire che l’unica iniziativa concreta a favore della Zastava negli ultimi 4 anni, sia stata l’adozione a distanza dei figli dei lavoratori. Oggi, in Italia, molti pensano che la Jugoslavia sia tornata alla normalità. «Purtroppo non è così – chiariscono Rajka, Ruzica e Radoslav – e la situazione sociale, occupazionale, sanitaria è peggiore di quando ci cadevano le bombe sulla testa».

Non possiamo che far nostro l’appello a rilanciare la solidarietà con questi lavoratori d’oltre Adriatico. Per aderire all’iniziativa, contattare l’associazione «Abc solidarietà e pace»: via Umberto Calosso 50, 00155 Roma; email: [email protected] posta elettronica; http://abcsolidarieta.freeweb.org; telefono e fax: 06-4063334