Zapatero, l’unica via

Solo 24 ore prima il ministro della difesa Martino sprezzante confermava la presenza militare italiana e definiva una «bufala» la notizia di un immediato ritiro del nostro contingente da Nassiriya, smentendo un giornale mediorientale che ha raccontato quel che tutti sanno: che nel devastato ed esplosivo sud dell’Iraq da tempo stanno arrivando truppe americane in funzione anti-sciita e anti-Iran con un nuovo dispiegamento che rende a dir poco inutile la presenza italiana. Ieri il nuovo attentato contro i militari italiani, per fortuna senza vittime, ha reso ancora più evidente che cosa sia diventato il sud-iracheno, finora contrabbandato dal governo Berlusconi come «l’area più tranquilla»: un conflitto americano-iraniano per interposto Iraq.
La bufala vera continua a raccontarla il governo uscente: la nuova «missione Babilonia» sarà di sostegno civile anche se, precisano i generali, con una significativa presenza di soldati. La verità è che non è solo fallita in Iraq l’avventura militare angloamericana supportata dal codazzo degli alleati volenterosi tra cui l’Italia, ma è precipitata in un baratro la cosiddetta ricostruzione civile che, appendice della costosa occupazione militare, non ha trovato investimenti reali, come prova il fallimento del progetto di costruzione di strutture sanitarie e di infrastrutture da parte degli Stati uniti e l’incerto processo politico che, a più di quattro mesi dalle elezioni, non vede sulla scena di Baghdad in carica nessun governo iracheno certo. L’unica «istituzione» davvero salvaguardata è il petrolio.
Con un paese dal grande corpo dilaniato e diviso nelle sue entità etnico-confessionali, sull’orlo della guerra civile, tra autobomba, bombardamenti aerei americani e squadroni della morte. Chi li conta più i corpi ritrovati nelle città irachene dopo tortura e giustizia sommaria? Siamo alla «exit strategy» del presidente Bush: più intelligence, più raid dall’alto dei cieli per avere meno soldati americani sul campo uccisi dalle azioni degli insorti iracheni. Intanto la cifra dei civili uccisi è di 75 al giorno e, raccontano le Ong irachene, le persone rapite sono state 20mila solo negli ultimi quattro mesi. Doveva essere l’applicazione del «modello afghano» ma non va, dice la stessa Camera dei rappresentanti Usa, anche perché ormai siamo all’applicazione del «modello iracheno» al «pacificato» Afghanistan: ieri cinque militari occidentali sono stati uccisi e non passa giorno che in ognuna delle province afghane non ci siano battaglie.
È stato il premier spagnolo Zapatero in questi giorni a ricordare che di fronte al disastro della guerra in Iraq c’è una sola vera strategia, il ritiro delle truppe che la occupano militarmente, e a ribadire che la sua scelta ha accresciuto il peso politico della Spagna nel mondo e il suo possibile ruolo per una pacificazione reale della martoriata terra irachena. Nella controra romana, tra le pieghe della «guerra» delle cariche, la sinistra che in Italia si accinge finalmente a governare, deve avvertire l’agguato ai soldati italiani ieri mattina come il più terribile degli allarmi. Perché non vogliamo «Uno, cento, mille Nassiriya», ne è bastato uno, di attentato: quello sanguinoso del 2004.
Continuare a stare in guerra, spacciandola per «missione di pace» o peggio per «ricostruzione civile», ci espone a fare la guerra, a uccidere e a far vittime, ad essere uccisi e ad essere vittime. Via dunque subito le nostre truppe dall’Iraq, via prima dell’estate. Qualsiasi finanziamento per la missione votato in questa fase deve servire per il ritiro. Non c’è raffineria o pozzo dell’Eni da proteggere che tenga, non è dalla guerra che potrà venire nessuna certezza del nostro fabbisogno energetico. Subito la data del ritiro che, certo va contrattato, ma va annunciato senza chiedere il permesso al governo iracheno che dipende dagli Stati uniti. È l’unica vera «carica» che chi ha votato per il centrosinistra riesce davvero a capire in questo momento. Non siamo anime belle. Le trattative per i ruoli istituzionali e di governo sono certo importanti. Più decisivi sono però i contenuti: la pace lo è più di tutti.