Yawar lascia, nuovo governo anti-sunnita

L’attuale presidente rifiuta la carica onorifica di presidente del parlamento. E l’accordo tra sciiti e kurdi, vincitori delle elezioni, mostra tutti i suoi limiti

A poche ore dalla riunione della nuova assemblea irachena che dovrebbe designare il nuovo governo curdo-sciita, l’esclusione della comunità sunnita dalla vita politico-istituzionale dell’Iraq e sancire la divisione dell’Iraq in tre ministati etnico-confessionali, gli Usa hanno perso uno degli ultimi loro alleati sunniti, l’attuale presidente Ghazi al Yawar. Gli occupanti avevano chiesto al sunnita Ghazi Yawar, per bocca del listone sciita filo-Usa e filo-Iran e della lista curda separatista, vincitori delle elezioni del 30 gennaio (dopo che era stato impedito ai sunniti e a tutti coloro che erano contrari all’occupazione di prendervi parte) di «coprire» a livello internazionale l’esclusione della propria comunità accettando la carica onorifica di presidente del parlamento. Il noto capo tribale sunnita della zona di Mosul, pur sostenitore dell’occupazione, ha ritenuto però l’offerta una vera offesa e non sembra se la sia sentita di sfidare a questo punto l’ira della sua comunità. La totale esclusione dei sunniti, perseguita dagli Usa sin dal loro arrivo in Iraq, in quanto identificati con il nazionalismo arabo e iracheno e quindi ostacolo alla creazione di uno staterello curdo-americano nel nord dell’Iraq, sembra così giunta, grazie alle elezioni farsa del 30 gennaio, al suo compimento. Una decisione che non potrà che spingere tutta la comunità sunnita e non solo i suoi settori più radicali a prendere le armi contro l’occupazione, ma che allo stesso tempo rischia di spostare il fulcro dello scontro da quello tra occupati e occupanti a quello tra le varie comunità etniche confessionali. In realtà sarebbe questo il vero obiettivo dell’occupazione perseguito sin dall’aprile del 2003 con l’introduzione alla base della vita politica e istituzionale irachena del criterio etnico-confessionale con la divisione delle cariche e degli incarichi non su base politica ma piuttosto etnico-confessionale con l’introduzione di quote destinate alle varie comunità decise, mancando qualsiasi referendum e la presenza di centinaia di migliaia di famiglie miste, su basi del tutto teoriche. I due blocchi, quello sciita e quello curdo, sarebbero in queste ore sul punto di raggiungere un accordo per la creazione di un governo di coalizione e questo nelle prossime ore potrebbe portare ad un annuncio ufficiale sulla designazione di un presidente e di due vice-presidenti che a loro volta designeranno il nuovo premier nella figura del leader dell’ala filo-Usa del partito filo-Iran «al Dawa», Ibrahim al Jafaari. L’intesa, ancora da finalizzare, e contro la quale si à già pronunciato il leader sciita radicale Moqtada al Sadr, avrebbe accolto tutte le richieste dei movimenti separatisti curdi filo-americani concedendo loro non solo la carica di presidente ma soprattutto la città petrolifera di Kirkuk, con tutte le sue risorse petrolifere, che dovrebbe diventare la capitale di un nuovo staterello etnico a stelle e strisce, una sorta di nuova Israele nel cuore del mondo arabo, fonte anch’essa di nuove innumerevoli guerre e pulizie etniche. I curdi manterrebbero inoltre il diritto di non sciogliere le loro milizie forti di oltre 80.000 uomini. Il listone sciita ha accettato il ricatto degli Usa pensando a sua volta di creare una repubblica islamica nel sud del paese che potrà gestire in proprio la seconda cassaforte petrolifera dell’Iraq nella zona di Bassora. In tal modo lo stato iracheno scomparirà, come voluto da Ariel Sharon e da Wolfowitz, dalla faccia della terra dal momento che le uniche sue risorse sulle quali potrà contare saranno le carpe del Tigri e le arance di Baqouba. I sentimenti patriottici e nazionali sono però ancora assai forti in Iraq, anche tra gli sciiti, e gli Usa hanno pensato bene di optare per il momento per una divisione di fatto e non ancora ufficiale dell’Iraq. L’accordo di governo prevede a tal fine: che il futuro di Kirkuk sarà deciso da un referendum che si terrà tra un anno ma che sin da oggi sarà avviata quella pulizia etnica che dovrà portare alla cacciata dalla città di almeno 100.000 arabi e turcomanni e alla loro sostituzione con altrettanti curdi. In tal modo la democrazia sarà salva. Ma forse il vero capolavoro degli Usa sta nel fatto che a capo della commissione incaricata di cacciare gli arabi e in parte i turcomanni (in gran parte sciiti) da Kirkuk, vi sarà il leader del Partito comunista iracheno collaborazionista Hamid Majid Moussa.