Welfare locale agli sgoccioli

Rapporto Spi Cgil: tagli pesanti per la stretta del governo

Tra l’incudine del taglio dei trasferimenti statali e il martello delle aumentate responsabilità di governo degli enti locali, welfare e sanità rischiano il collasso. Mentre, in assenza di un efficace «sistema di perequazione», che doveva essere garantito dall’attuazione del federalismo fiscale, continua ad allargarsi la forbice tra Nord e Sud. A rilevarlo è il quinto rapporto annuale dello Spi Cgil sul welfare locale. A partire dal 2003, i Comuni hanno ridotto la spesa corrente e in particolare le risorse destinate al welfare. Effetto, del combinato disposto tra i vincoli del patto di stabilità interno sui limiti alla spesa, della contrazione delle entrate (taglio ai trasferimenti erariali e blocco sostanziale della finanza locale) e dell’aumento delle competenze a carico del governo locale. Ma frutto soprattutto della mancata attuazione del federalismo fiscale, strumentalizzato al fine di «scaricare» costi dalle casse disastrate dello stato a quelle dei cittadini.

Presentando il rapporto, Michele Mangano, segretario nazionale dello Spi, ha citato i dati dell’Istat sui bilanci consuntivi dei comuni. Nel 2003 le entrate correnti accertate sono cresciute dell’1,3% rispetto al 2002, colmando in parte il taglio ai trasferimenti dello stato (pari al 13%). La composizione delle voci di entrata presenta notevoli differenze sul piano territoriale: le entrate tributarie prevalgono nei comuni del Centro e del Nord, mentre nel Mezzogiorno sono al di sotto della media nazionale. Le ragioni – spiega Mangano – sono da ricondurre all’evasione fiscale e contributiva ma anche al basso sviluppo del sud. La capacità di spesa dei comuni è diminuita invece dell’1,9% rispetto al 2002.

La «vera Cenerentola» nei bilanci dei comuni è la spesa sociale, che si attesta ad una media del 9,9%. E anche qui, il divario territoriale salta all’occhio: nel Mezzogiorno, il livello di spesa pro-capite per gli interventi sociali risulta quasi dimezzata. Se a Crotone, Reggio Calabria, Taranto e Avellino la spesa sociale non ha raggiunto, nel 2003, i 60 euro pro capite, a Firenze, Udine, Torino, Bologna e Pordenone ha superato i 200 euro. «Il problema cruciale delle politiche sociali – sottolinea il rapporto – è l’assenza dei livelli essenziali delle prestazioni, che dovrebbero essere garantiti dallo stato su tutto il territorio nazionale».

Nel 2005, i fondi provenienti dai bilanci statali e regionali sono diminuiti (sul 2003) di circa il 17%. Non potendo agire sull’addizionale Irpef, a causa del blocco dell’autonomia impositiva in atto dal 2003 (e leggermente modificata dalla Finanziaria 2005), i Comuni hanno agito soprattutto sulla leva Ici (con la lotta all’evasione), ma anche sull’alienazione del patrimonio pubblico tramite le cartolarizzazioni.

Il bilancio è negativo anche per la spesa sanitaria, che dal 2000 è di competenza delle Regioni. A luglio la relazione della Corte dei conti sulla finanza regionale aveva evidenziato una crisi strutturale del sistema sanitario. L’esposizione debitoria delle Regioni, rispetto alle entrate, arriva nel 2005 a 5 miliardi di euro, 5,6 miliardi nel 2006. Insomma, il decreto legislativo del 2000, che doveva sancire il passaggio da un modello basato sui trasferimenti dello stato a un modello centrato sulle autonome capacità fiscali delle regioni, anche se corretto in chiave perequativa (con la creazione del «fondo perequativo») si è rivelato, nella traduzione che ne ha fatto il governo di centrodestra, un fallimento.

Infatti, il tanto sbandierato federalismo non è mai partito (perché il governo voleva tagliare le tasse e dunque limitava l’autonomia impositiva delle Regioni) come anche il fondo perequativo. Mentre, dall’altra parte, aumentavano poteri e competenze, e dunque necessità di spesa.

«Si tratta di un problema culturale – ha commentato Achille Passoni, segretario confederale Cgil – La politica governativa dei tagli è il prodotto di una impostazione per cui la spesa sociale va tagliata perché improduttiva». D’accordo Rosy Bindi, della commissione Affari sociali sociali della Camera, che ha ricordato come così facendo «si legittima la solitudine del bisogno e la privatizzazione delle risposte». Sottolineando anche che un futuro governo di centro sinistra non potrà non porsi il problema di «politiche redistributive». «Il governo deve dire come intende impostare la Finanziaria, perchè siamo già a settembre» ha detto Vasco Errani, lanciando la proposta di un «governo unitario» con Comuni e Regioni. Quanto ai tagli alle spese, il presidente della Conferenza delle regioni, «le regioni sono pronte a fare la loro parte, ma non è tagliando le auto blu che si copre il buco di 5 miliardi del fondo sanitario 2004».