Voto sulle «riforme» di Mubarak

Referendum per la nuova legge sulle presidenziali. Boicottaggi, proteste e arresti

Trentadue milioni di egiziani sono stati chiamati ieri alle urne per rispondere con un «si» o un «no» ad un quesito che da settimane arroventa i rapporti tra il regime di Hosni Mubarak e le opposizioni laiche, di sinistra e islamiche: siete d’accordo a riformare l’art.76 della Costituzione? E’ un referendum con un forte significato simbolico per un paese che dal 1981 convive (a fatica) con la legge d’emergenza e dove il potere del presidente appare incrollabile. Ma di scarso peso politico. Il nuovo articolo 76 infatti pur prevedendo per la prima volta l’elezione del presidente con la scelta tra diversi candidati, pone così tante restrizioni e difficoltà ai potenziali rivali di Mubarak da vanificare quella che, con molta fretta, è stata definita la «svolta democratica» dell’Egitto. La clausola più controversa prevede che per potersi registrare, un candidato ha bisogno dell’assenso di 250 membri del Parlamento o dei Consigli locali, che sono dominati dal partito Nazional-democratico di Mubarak. Se si considera inoltre che il partito di opposizione più importante in Parlamento ha meno di 20 deputati, emerge l’impossibilità per candidati indipendenti, come la scrittrice Nawal Saadawi o l’attivista dei diritti umani Saadedin Ibrahim, di poter sfidare Mubarak. L’opposizione, che per mesi è scesa in strada invocando riforme, ha perciò invitato al boicottaggio del referendum e ha reagito con stizza alle parole della First Lady Laura Bush che durante il suo recente e rapido passaggio per il Cairo ha trovato il tempo per dichiarare che la democrazia in Egitto si raggiungerà piano piano, un passo alla volta, avallando così l’operato di Mubarak, alleato di ferro di tutte le Amministrazioni Usa che si sono succedute dei 24 anni del suo potere. In Egitto dove le differenze tra il sostegno popolare al Partito democratico nazionale e al presidente si misurano in decimi di punto – tra il 99% e il 99,9% – il termometro del tentativo Mubarak di «cambiare tutto per non cambiare nulla» sarà l’affluenza alle urne. Una percentuale di votanti alta darà al «rais» la forza e la giustificazione per mettere a tacere le opposizioni e proseguire sulla sua strada delle riforme democratiche a passo di lumaca che piacciono a Laura Bush e a George W. I giornali nei giorni scorsi hanno potuto riferire – è questa la vera novità – epidosi divertenti, ma preoccupanti, sui mille sistemi trovati dal regime per portare gli egiziani alle urne. Sono stati offerti pasti caldi, lattine di Coca-Cola, soldi e persino pillole di Viagra. Il ministro dell’informazione Anas Feki ha chiesto (ordinato) ai dipendenti dei canali radio-televisivi statali di manifestare a favore del si. In strada sono scesi ancora una volta gli oppositori e la polizia ieri ha disperso con la forza una manifestazione che invitava al boicottaggio del voto alla quale hanno preso parte 300 militanti del movimento «Kefaya» davanti al mausoleo di Zaghloul, nel centro del Cairo. Una trentina di persone sono state arrestate. In silenzio sono rimasti i Fratelli Musulmani – forza islamica moderata illegale ma ritenuta il vero «partito di maggioranza» in Egitto – presi di mira negli ultimi tempi dai servizi di sicurezza. Intanto il presidente del partito di centrodestra Al-Ghad, Ayman Nur, ha confermato ieri alla televisione satellitare Al Arabiya la decisione di presentare la propria candidatura alle presidenziali di settembre. Nur di recente è stato incarcerato per una vicenda di presunte firme false per la domanda di autorizzazione alla Commissione per i partiti e liberato solo per le pressioni internazionali.