«Voto sul programma»

Seicentotrentamila voti per Fausto Bertinotti candidato premier del centrosinistra sono tanti o pochi? Su questa domanda farà perno, venerdì prossimo, la direzione del Prc convocata per una classica analisi del voto, applicata stavolta a quanto di meno classico il panorama politico nazionale abbia offerto da tempo immemorabile. Perché di altri punti davvero all’odg non ce ne sono. L’ipotesi di un ingresso del Prc nel listone che Prodi si prepara a imporre ai partiti ulivisti il segretario la ha già esclusa innumerevoli volte, e su questo punto nessuna area di minoranza dissente. Ma sulla valutazione delle primarie, lì invece critiche e distinguo fioccano. Molti o pochi che siano, i voti raccolto dal secondo arrivato nella competizione non sono bastati a convincere nessuna delle minoranze. «La grande partecipazione – esordisce cauto Claudio Grassi, leader dell’Ernesto – è un dato positivo, un segnale chiaro contro Berlusconi». Subito dopo arriva però la mazzata: «L’aspetto negativo è che chi pensava che le primarie potessero rivelarsi utili per spostare a sinistra l’asse dell’Unione, deve riconoscere di aver sbagliato. Casomai è vero il contrario». Più pessimista il trotzkista Marco Ferrando. Riconosce che a penalizzare, in percentuale, Bertinotti è stata «la corsa plebiscitaria attorno a Prodi, sospinta dalla contrapposizione a Berlusconi». E’ convinto però che l’incoronazione popolare verrà usata dal Professore «per rafforzare il suo futuro premierato contro i lavoratori, con le già annunciate politiche di risanamento e sacrifici».

Infine Salvatore Cannavò, di Erre: «Direi che la grande mobilitazione si spiega soprattutto con l’esigenza di opporsi a Berlusconi: Senza il blitz sulla legge elettorale l’affluenza sarebbe stata certamente minore. Prodi ha ottenuto quel plebiscito che cercava. Credo che lo abbiano votato anche alcuni nostri elettori, proprio in funzione antiberlusconiana. Di certo, l’obiettivo di spostare a sinistra l’Unione è fallito». E’ evidente, dunque, che venerdì Bertinotti dovrà fronteggiare un offensiva concentrica, articolata su critiche quasi identiche delle tre minoranze, anche se le diverse aree si dividono al momento di trarre le conclusioni. L’Ernesto insiste per l’avvicinamento fra tutte le aree di sinistra dell’Unione, Ferrando chiede la rottura con Prodi, Cannavò punta sul «recupero di iniziativa politica ricostruendo in primo luogo il rapporto con i movimenti antiliberisti».

Gli attacchi non scalfiscono neppure minimamente Bertinotti, che appare al contrario soddisfattissimo del risultato, pur non negando una aspettativa superiore in termini percentuali. «Prima di tutto – spiega – sono contento perché sono state falciate tutte le chiacchiere sulle primarie come strumento `passivizzante’. Al contrario, hanno dimostrato l’esistenza di una fortissima spinta alla partecipazione, di una carica di domanda partecipativa che appena vede una possibilità di esprimersi lo fa. E’ vero che, di fronte a tutte le resistenze che ci sono state, anche un estremista delle primarie come me aveva pensato che alle urne si sarebbe presentati tutt’alpiù un milione di elettori. Di conseguenza avevamo previsto una percentuale maggiore, che non poteva realizzarsi su una platea tanto più vasta. Però, diciamolo: che 630mila persone abbiano votato per Bertinotti premier, non è mica uno scherzo. Tanto più che in competizione c’era un candidato come Prodi, che si presentava non come espressione di una parte ma come voto unitario».

Quanto alle critiche delle minoranze, il segretario è caustico e definitivo: «Se avessimo seguito il loro consiglio e non avessimo partecipato, oggi saremmo cancellati. Ridotti più o meno come Diliberto». Anche l’accusa di non essere riuscito a spostare a sinistra l’asse dell’Unione, appare al leader di Rifondazione miope: «E’ tutto da vedersi. Una volta avviata la partecipazione, bloccarla, trasformarla in una tantum, sarà difficile. E la base di qualsiasi spostamento a sinistra dell’Unione cosa è se non, appunto, un aumento della partecipazione?».

La distanza tra la maggioranza del Prc e le aree di opposizione, a conti fatti, non riguarda dunque tanto il «peso» da attribuire ai voti raccolti dal segretario-candidato, quanto invece l’interpretazione dell’incredibile e imprevisto afflusso alle urne. «La spinta – conclude infatti Bertinotti – non è stata solo la contrapposizione nei confronti della destra. Questa è un’interpretazione solo politicista, che non vede e non vuole vedere il vero dato nuovo: la richiesta di partecipazione dal basso». Una carta sulla quale il segretario del Prc pare sempre più determinato a scommettere tutto. Tanto che già ieri sera, dagli studi de La7, Bertinotti ha rilanciato la sua sfida: «Bisognerebbe sottoporre al voto anche alcuni punti del programma – dice – Bisogna garantire la democrazia nelle decisioni. Se la proposta fosse di assemblee regionali per discutere i punti programmatici dell’Unione a me andrebbe bene».