Voto in Grecia: successo dei comunisti

Il risultato elettorale consacra il Kke, unico partito a crescere sia elettoralmente che in termini assoluti. Crollano tutti gli altri, portando la percentuale di astensione ad oltre il 40%.

Il 7 novembre scorso c’è stata in Grecia un’importante tornata elettorale vissuta con particolare interesse dai vari partiti che hanno potuto così misurare il proprio consenso in questa fase tanto difficile della politica greca, risucchiata da una crisi economica vertiginosa. Si è tenuto infatti il primo turno delle elezioni regionali e comunali e l’elettorato greco è stato chiamato alle urne dopo appena un anno dalla scelta del nuovo parlamento e del nuovo governo. È davvero curioso prendere nota di come la grande stampa abbia letto il responso delle urne, sia in Italia che all’estero. In tutti i principali organi di informazione viene celebrata la vittoria del Pasok, i socialisti ellenici. Eppure basterebbe partire dalla lettura dei dati nella loro incontrovertibile oggettività per rendersi conto che il vero grande vincitore di questa consultazione elettorale è il Kke, il Partito Comunista di Grecia. Nella competizione bipolare che vede contrapporsi (sempre più nelle campagne elettorali ma sempre meno nelle politiche economiche) i socialisti del Pasok con i conservatori di Nuova Democrazia, i primi hanno avuto la meglio sui secondi. Tuttavia in una tornata elettorale caratterizzata dal 40% di astensionismo, l’unico partito che non perde voti in termini percentuali e, soprattutto, in voti assoluti è il Kke. Non solo: i comunisti greci sono gli unici che aumentano il proprio consenso elettorale. Tutti gli altri perdono voti, anche quando si registra un aumento percentuale.

E questo la dice lunga sulla forza ed il consenso popolare di questa organizzazione politica su cui spesso si sono concentrati pruriginosi commenti dei media nazionali ed internazionali, inclusi quelli nostrani, tesi a descrivere il Kke come una forza destinata ad un lento ed inesorabile declino, incapace (per il suo profilo politico ed ideologico, per i riferimenti culturali e storici, per la sua identità) di leggere la complessità della società moderna. Ma i fatti, ancora una volta, mandano in frantumi queste analisi disegnando un quadro completamente diverso, quando non decisamente antitetico. Ma andiamo con ordine.

Le elezioni del 7 novembre in parte hanno rappresentato una novità per il contesto ellenico. Per la prima volta infatti si votava oltre che per le amministrazioni comunali, anche per il livello regionale istituito con la legge Kalikratis (buon governo) che ha così diviso la Grecia in 13 macro regioni, suddivisi a loro volta in differenti collegi elettorali. In Grecia si vota con una legge proporzionale (simile al modello tedesco) con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza di 40 deputati per il primo partito. Così basta che una forza politica raccolga il 40,02% dei voti per diventare autosufficiente, ma gli eletti sono individuati per l’87% in modo proporzionale. Fatto questo che permette agevolmente ad una forza radicata ed organizzata come il Kke di presentare propri candidati in contrapposizione a tutti gli altri partiti in tutti i comuni ed in tutti i collegi delle varie regioni. La legge greca però vieta ai partiti nazionali di partecipare alle elezioni locali, così il Kke vi ha partecipato attraverso la lista “Raduno del popolo”, che ha concorso nelle 13 regioni e in 260 municipalità locali. L’omogeneità dei risultati elettorali tra voto nazionale e locale (stesso sistema elettorale) e l’assenza di precedenti consultazioni regionali, ci spinge ad usare come raffronto i dati delle elezioni politiche del 2009.

Complessivamente il Pasok conquista il 34,67%, Nd il 32,66%, Syriza/Synaspismos il 4,49%, il Laos (formazione nazionalista di estrema destra) il 4,04% mentre la lista Ecologisti Verdi ha conseguito il 3,15%. Il Kke è la terza forza politica del paese, con il 10,87%. Ma sono i voti assoluti che ci permettono di capire l’andamento effettivo di questo voto. Il Pasok perde oltre 1milione e 100mila voti, Nd perde oltre mezzo milione di voti, Il Synaspismos perde oltre 72mila voti, il Laos perde quasi 170mila voti mentre i Verdi perdono quasi 3mila voti, nonostante l’esposizione mediatica senza precedenti ed ingiustificata, per una forza da poco costituita, ma che ha avuto una presenza televisiva maggiore dello stesso Kke. Questo, a seguito di una precisa campagna di oscuramento, ha avuto un minutaggio ben al di sotto della quota legittima, stabilita dai regolamenti statali. Ciononostante, il Pc greco ha conseguito quasi 72mila voti in più delle scorse consultazioni, marcando un trend di crescita positivo (quasi 110mila voti in più rispetto alle elezioni del 2006, dove raggiunse una media del 7,22%).

In questa tornata elettorale si è assistito ad un fiorire di liste con candidati tra loro in competizione ma provenienti dallo stesso partito. In alcuni casi per contrasti all’interno della formazione politica (come nel caso dello scontro in atto all’interno del Synaspismos, la coalizione della sinistra, dei movimenti e dell’ecologia, aderente alla Sinistra Europea, tra la “vecchia guardia” guidata da Alavanos e la “nuova guardia” del presidente Tsipras, che ha portato alla presentazione di più candidati in concorrenza tra loro) oppure per lucido calcolo elettorale. Infatti, così come alcuni anni fa in Italia i partiti più grossi presentavano alle elezioni le così dette “liste civetta”, il Pasok e ND hanno presentato diversi candidati del loro stesso partito per drenare una probabile perdita di consensi verso altre formazioni. Il Pasok soprattutto, per evitare un travaso di voti verso il Kke ha presentato in diversi casi più candidati, alcuni dei quali si dichiaravano contrari alle misure draconiane del governo per combattere la crisi. Così facendo l’elettorato socialista deluso portava il suo voto al candidato percepito come “più a sinistra”, senza abbandonare il Pasok e convinto di lanciare un segnale forte al proprio partito. Questa differenziazione è durata però l’arco di una campagna elettorale perché, ad urne chiuse, tutti questi “candidati indipendenti” si sono affrettati a dichiarare che i voti raccolti erano da computare a carico del partito di provenienza.

La regione più popolosa è quella di Attika, che comprende la città metropolitana di Atene e dove vive il 40% della popolazione di tutta la Grecia. Proprio in questa regione si è registrato il tasso di astensione più alto. Qui il Pasok ha preso il 24,06% (aveva il 40,26%) passando da 788.660 a 337.831 voti, Nd invece il 20,43% (27,98%) passando da 548.084 a 286.864 voti, Syriza/Synaspismos passa dal 6,82 al 6,23% perdendo 46mila voti e il Laos perde un punto percentuale e 50mila voti (attestandosi al 6,57% con 92.305 voti). In questa regione il Kke ha raccolto il 14,43% dei consensi, contro il 10,22% delle politiche del 2009 e passa da 200.192 voti a 202.612.

Anche a Creta, storica roccaforte del Pasok (regione di provenienza della famiglia Papandreu), dove il partito conserva un suo tradizionale insediamento, si registra un calo nei consensi: 165.726 voti (50,3%) contro i 236.043 (58,77%) di appena un anno fa. Anche in questo caso il Kke cresce, passando da 18.488 voti (4,6%) a 22.843 (6,93%).

Ma questa tendenza non si registra soltanto nelle aree dove è forte il Pasok, partito al governo che quindi paga lo scotto delle misure impopolari degli ultimi mesi e della scelta di aver firmato il memorandum voluto dal Fondo Monetario Internazionale che comporta per la politica greca una perdita di indipendenza e sovranità. In una regione tradizionalmente conservatrice come la Macedonia Centrale, infatti, si osserva come ND passa da 453.883 voti (37,6%) a 421.558 (43,2%), mentre il Kke passa dal 7 al 9%, conquistando 3mila voti in più delle ultime consultazioni. E questo è particolarmente significativo, visto che la Macedonia confina con i Balcani e la regione è quindi fortemente investita dal fenomeno migratorio e dalla instabilità politica dei paesi confinanti, aspetti questi che tradizionalmente favoriscono le politiche demagogiche dei partiti di destra e conservatori.

Tra le altre regioni dove il Kke ha conseguito tra i risultati più consistenti ricordiamo il Nord Egeo col 15,74% (era il 12,58%), le Isole del Mar Ionio col 15,3% (era l’11,67% : qui il Kke ha una tradizionale forza e consenso, a causa del radicamento tra i lavoratori portuali; oggi queste isole vivono una crisi molto forte dovuta al calo del turismo nazionale ed internazionale ed il problema dei porti che rischiano di essere privatizzati), la Tessaglia col 13,1% e un aumento di 4,4 punti percentuali e 11.700 voti. A queste è interessante aggiungere anche la regione della Grecia Ovest dove si sono quasi raddoppiati i voti, passando dal 5,91 all’11,14% (da 29,462 a 43.322 voti). Questi dati acquistano un valore ancora più significativo se si tiene presente che l’aumento dei voti al Kke avviene in un conteste generale di aumento dell’astensionismo: pur a fronte ad una riduzione di votanti, si registra un aumento dei consensi.

Ma questa tornata elettorale è importante anche per il livello amministrativo. È nella città di Atene che si registra un segnale di controtendenza per i risultati del Pc greco, non perché negativi (in città il Kke passa dal 9,55% del 2009 al 13,73%) ma perché si registra una piccola flessione in termini di voti assoluti (-3000 voti), ben poca cosa in confronto ai 56mila voti persi del Pasok (quasi il 50% rispetto all’anno scorso) ed alla flessione (attorno al 60%) di Syriza/Synaspismos che ottiene il 5,79% (era il 7,96%) con 10.667 voti (erano 24.173) proprio nella città che, assieme a Patrasso, è una delle sue maggiori e storiche roccaforti. Nd cala in voti ma aumenta in percentuale (34,97%) ma qui riceve l’appoggio e i voti del Laos.

Nel Pireo (la zona del porto di Atene) si registra una forte avanzata della destra nazionalista del Laos (al 18,84%) ed una crescita importante del Kke sia in voti che percentualmente (è al 14,79%), Syriza/Synaspismos cala in voti ma aumenta percentualmente (fermandosi al 7,57%) mentre sia il Pasok che Nd dimezzano i loro voti calando notevolmente dal punto di vista percentuale. E questi dati ci portano a fare un’importante considerazione. Il Pireo infatti è il più grande porto della Grecia, il maggiore d’Europa per numero di passeggeri e il terzo del mondo. È inoltre uno dei più grandi porti commerciali d’Europa nonché il maggiore dell’est del Mediterraneo per traffico di container. Qui la crisi è molto forte e il governo greco sta seriamente pensando di vendere il porto alla Cina o ad altri acquirenti, svendendo così uno dei punti di forza dell’economia e delle infrastrutture elleniche. Il voto dimostra che l’elettorato, confuso e disorientato è stato abbagliato dai proclami nazionalisti e populisti della destra e che l’unico freno a questa tendenza è stato messo dal lavoro di massa fatto dal Pc greco nei mesi scorsi, capace in questo modo di diventare un punto di riferimento per la rabbia dei lavoratori e ponendo un argine ad una deriva reazionaria, qualunquista o plebiscitaria.

Altri risultati importanti si sono conseguiti a Kallitea (18,40%), Corfù (26,9%), Nikaia (18,38%), Keratsini (19,36%) e Ilion-Kamatero (20,16%).

È interessante anche osservare cosa è successo nell’isola di Ikaria, nel nord Egeo. Chiamata così perché, secondo la mitologia, questo è il luogo in cui Icaro è caduto ed è stato sepolto dopo essere volato troppo vicino al sole, è diventata tristemente nota durante la Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Civile, perché qui vennero creati i campi di prigionia per i combattenti comunisti. L’attività di questi militanti, nonostante le restrizioni imposte dalla prigionia, creò le condizioni per un radicamento molto importante dei comunisti tra la popolazione, al punto che ancora ora sono in voga forme di autogestione operaia, iniziate in quegli anni. Qui quindi il Kke è molto forte e da questa isola provengono anche tanti dirigenti del partito. Al primo turno il candidato del Kke ha raccolto il 43,92%, contro lo sfidante che ha raggiunto il 45,17%. La particolarità però sta nel fatto che, in quest’isola simbolo della persecuzione contro i comunisti, si sia creata una “santa alleanza” contro il Kke che vede addirittura convergere il Synaspismos coi nazionalisti di destra del Laos, coalizzati tutti assieme con Pasok e Nd contro il candidato comunista. Il secondo turno chiarirà chi esprimerà il sindaco (anche se la competizione è molto difficile) sia in quest’isola, sia a Petroupolis, dove pure la lista del Kke andrà al ballottaggio.

Il bilancio di questo primo turno per i comunisti è l’elezione di 40 consiglieri regionali e 500 consiglieri nella amministrazioni locali.

Il fatto che il Pasok sia ancora il partito più votato non attenua la forza del risultato di questo voto che lo penalizza pesantemente. Anche in Italia è accaduto qualcosa di simile quando Berslusconi ottenne un discreto risultato alle elezioni regionali, molto al di sopra del normale senso comune che lo dava in rovinosa caduta. Questo si spiega (oltre che con le peculiarità proprie di ciascun paese e di ciascun contesto) al fatto che un elettore che ha votato una lista pochi mesi prima e a cui è stato presentato un piano di uscita dalla crisi, tende a votare nuovamente o ad astenersi (non votando quindi neanche altri partiti) in attesa di poter giudicare l’operato del partito scelto. In questo contesto la tecnica della presentazione di più candidati o della costruzione di coalizioni attorno ad un candidato unico è stata molto importante nella determinazione dei risultati finali. E questa pratica delle alleanze a geometria variabile (a destra e a sinistra) è stata molto diffusa, non solo nella già citata Ikaria. Basti pensare al fatto che il Synaspismos ha appoggiato tantissimi candidati del Pasok e che il Laos il tre regioni ha sostenuto Nd, mentre in una il Pasok. Operazioni queste fatte con una spregiudicatezza unica, mettono in luce come il sistema bipolare (dato dall’alternanza storica tra socialisti e conservatori) sia in crisi oppure come questo sia vissuto dalla popolazione come l’espressione di una sorta di consociativismo, al punto che i risultati di Nd ci dicono esplicitamente che questa forza non è stata percepita dall’elettorato greco come una valida alternativa al governo a Papandreu. Un po’ per la sua debolezza, un po’ per la condivisione sostanziale delle scelte di austerity fatte dal governo.

«Siamo ben consapevoli – ha dichiarato la segretaria Aleka Papariga ad urne chiuse – che questo risultato non è sufficiente ad appagarci e per sentirsi soddisfatti. Occorre ancora lottare contro i nostri limiti per adempiere al compito più importante: contribuire all’unità popolare, alla mobilitazione e condurre la lotta quotidiana per evitare il peggio e per creare le condizioni perché questo risultato elettorale sia acceleratore di dinamismo popolare». E rivolge un appello a chi si è astenuto: «ci rivolgiamo a chi si è astenuto, convinto di condannare le politiche di Nd e del Pasok, e li esortiamo a ripensarci: avete l’opportunità di manifestare la condanna in modo attivo e positivo all’interno del movimento e nelle urne in tutte le future tornate elettorali, così come al ballottaggio». L’analisi fatta dal Comitato Centrale, poi, ha messo in evidenza come i voti al Kke provengono prevalentemente dai grandi agglomerati urbani dove vivono migliaia di lavoratori, nei quartieri popolari, nelle zone in cui gli agricoltori e piccoli imprenditori hanno molti problemi, nelle aree dove c’è una forte solidarietà di classe tra operai, lavoratori autonomi ed agricoltori di piccole e medie imprese.

Un ragionamento a parte merita l’altissimo tasso di astensione, che raggiunge la soglia record del 40% (era il 30% un anno fa). In questo risultato ci sono moltissimi fattori che si sommano, non ultimo la difficile crisi economica che attanaglia le famiglie e che ha disincentivato tanti lavoratori emigrati nelle zone più industrializzate a ritornare nei comuni di provenienza per poter votare. Ma sono prevalentemente politici i fattori che hanno reso possibile questo risultato. L’aumento dell’astensionismo in Attica, tra elezioni europee e regionali, si spiega con la volontà popolare di condanna alla politica del Pasok e Nd. Contemporaneamente c’è una quota di astensionismo che riguarda una fascia consistente dell’elettorato giovanile e dei lavoratori che non hanno preso parte alle mobilitazioni degli ultimi mesi, spiegabile con un crescente fenomeno di individualismo e ricerca di soluzioni personali alle difficoltà ed alla crisi.

Anche per rispondere a questo bisogno di elevare la coscienza popolare ed organizzare la lotta dei lavoratori – ancor più necessaria in previsione di un aumento della crisi in tutta l’Unione Europea –il Kke ha indetto per 15 novembre una nuova giornata di lotta contro la riforma economica e la politica dell’Unione Europea. Così come pure ha invitato i suoi elettori al secondo turno delle elezioni a fare scheda nulla o bianca, per marcare politicamente la propria disapprovazione nei confronti di quei partiti che, in Grecia, si fanno interpreti della politica europeista e monetarista di Maastricht e del Trattato di Lisbona. Ricordiamo infatti che il Kke, unico partito ellenico ad aver votato contro Maastricht e l’ingresso nella moneta unica, oggi propone a tutte le forze alternative del continente di adottare una politica di forte critica nei confronti dell’Ue. Questa istituzione, dicono, non può essere riformata o migliorata e continua a perpetuare una logica di sfruttamento dei paesi più poveri (come la Grecia) a vantaggio di quelli più ricchi (la Germania). L’unica alternativa possibile per la realizzazione dell’Europa dei popoli è la fuoriuscita da questa Ue. La Grecia, del resto, confina con la Turchia (la cui crescita del Pil oggi è seconda solo a quello cinese) ed ha un ruolo preminente nel Mediterraneo, su cui si affacciano paesi dal rapido e vigoroso sviluppo economico. Se fino a pochi anni fa, infatti, poteva sembrare irrealistico che un paese come la Grecia potesse sganciarsi dall’euro e ritornare ad una moneta nazionale, oggi la proposta di uno sganciamento consecutivo di diverse economie dall’area euro e l’istituzione di forme di cooperazione economica e commerciale tra loro e tra le economie emergenti contigue, diventa una proposta tutt’altro che velleitaria.

Non so se questo progetto possa essere fatto proprio anche dalle forze di alternativa del nostro paese. Di sicuro ci vorrebbe più coraggio e determinazione nella lotta contro questa Ue, cambiando radicalmente atteggiamento e smettendo di considerare questa Europa come un feticcio intangibile ed un destino ineluttabile. Anche in questo i comunisti greci, hanno il merito di aver spostato la discussione in avanti.