Voto estero, una lezione per tutti

Siamo a metà del pomeriggio di lunedì. Sto incollato al televisore nel delirio di exit poll e proiezioni, quando mi telefona un compagno dalla Scozia. Parliamo di varie cose, poi mi chiede come va, e io dico: «pare bene, ma ci crederò solo alla fine; oltre tutto, c’è l’incognita dei voti degli italiani all’estero che saranno tutti di destra». «Tu sei matto», fa lui: «con quello che la stampa estera ha scritto su Berlusconi, è impossibile che votino per lui». Il mio amico doveva aver colto dei segnali: dopo tutto, sia a Edimburgo dove abita, sia ad Aberdeen dove insegna, c’è una vasta, radicata e prospera presenza italiana. Quanto a me, non ci avevo proprio pensato: c’è una specie di pigrizia mentale per cui uno, se non ci fa mente locale, si immagina gli italiani all’estero come se li immagina Tremaglia, eterni emigranti nostalgici e patriottardi appiccicati alle memorie dei nonni contadini. Certo, qualcosa del genere esiste ancora: Tremaglia ha una percentuale complessiva oltre il 12%, e la Fiamma tricolore va un po’ meglio all’estero che in patria. Ma esiste, e prevale, anche qualcosa di molto diverso: lo stereotipo dell’immigrante arcaico non basta più a definire la realtà di una cittadinanza internazionale, istruita e politicamente partecipe, che misura il proprio essere italiani sullo sguardo del resto del mondo. C’eravamo accorti in tanti che bastava mettere piede fuori d’Italia per sentirsi imbarazzati dalle domande su Berlusconi; evidentemente, tante persone che fuori d’Italia ci vivono non ne potevano più di doversi vergognare del governo che il loro paese si era dato. Il mio amico aveva ragone: come fa un italiano che vive e lavora in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna a votare Berlusconi, dopo le copertine dell’Economist, i paginoni del País o persino gli editoriali di un giornale conservatore come Le Figaro? Si capisce allora come sia avvenuta l’assoluta débâcle berlusconiana nella «circoscrizione Europa», un territorio assurdamente sterminato (da Lisbona a Vladivostok) ed eterogeneo, che però almeno una cosa in comune ce l’ha: è un territorio dove Berlusconi non occupa il video dalla mattina alla sera, dove non arrivano Vespa e Fede, e dove invece si ricordano le sue imbarazzanti performances internazionali, dalle corna spagnole al «kapò» di Strasburgo. Risultato: in Europa, l’Unione ha preso il 52,9% dei voti, che con quelli di Di Pietro e Udeur diventano 59,2. Sono percentuali tosco-emiliane, anche se poi per il gioco dei resti proprio qui la Casa delle Libertà avrebbe preso (non è ancora certo) il suo unico senatore «estero». Silvio Berlusconi amava vantarsi dei suoi successi internazionali, sosteneva di avere reso l’Italia rispettata nel mondo (sognava addirittura di fare il segretario generale delle Nazioni Unite!), senza accorgersi di averla resa ridicola. Perciò c’è giustizia nel paradosso per cui è proprio grazie alle sue performances fuori d’Italia, al suo servilismo atlantico e al suo pervicace e retrivo antieuropeismo che ha perso anche il senato e trasformato il suo pareggio in sconfitta con un classico autogol nei minuti di recupero, dato che era stata la destra a insistere sul voto estero, credendo di poterci contare a occhi chiusi. Ma apriamo gli occhi anche noi, senza trionfalismi ma con attenzione. Voti che arrivano dal resto del mondo decidono le elezioni italiane nel giorno in cui cittadini provenienti da altre parti del mondo entrano nel parlamento italiano. La cittadinanza si fa sempre più globale, la politica internazionale all’estero e la politica culturale e dei diritti civili in Italia diventano una cosa sola – o almeno, potrebbero diventarlo se noi e i nostri impareremo da questa vicenda a sentirci davvero, non solo a parole, cittadini del mondo.