Votati alla guerra

Secondo la carta costituzionale, e il nostro modestissimo parere, non c’è ragione alcuna per entrare in guerra, salvo che il paese sia attaccato. Cosa che non è. E qualche agitazione dei giorni scorsi fra i Democratici di sinistra faceva supporre che nel parlamento si delineasse una minoranza di qualche spessore contro questo folle conflitto. Non è stato così. Non solo maggioranza e, chiamiamola così, opposizione hanno votato un dispositivo comune, ma i loro discorsi esprimevano la medesima soddisfazione: siamo riusciti a farci invitare da Bush, ci siamo imposti a cena da Blair, Chirac e Schroeder, siamo stati ammessi in serie A e questo val bene una guerra. In tutto 35 voti contro alla Camera, 32 al Senato.
Chi, pur pensando da un pezzo assai male dell’Ulivo, si attendeva almeno un dubbio sull’efficacia di questa spedizione – se non si vada alla cieca a colpire degli innocenti e ad alimentare il fondamentalismo nazionalista, terreno di coltura dei talebani, o almeno l’ombra di un caso di coscienza, perché d’una decisione tremenda si tratta – si era sbagliato. E anche chi, giudicando abbastanza cinici quei gruppi dirigenti, pensava almeno al rapporto di scambio sulla Palestina ha sentito invece ripetere dall’Ulivo e i Ds le parole, non so se più stolte o offensive, di Berlusconi su un piano Marshall: come se si trattasse di sfamare pezzenti palestinesi e così tutto si risolvesse.
Una guerra è tragica, il livello delle nostre Camere è stato derisorio. I nostri rappresentanti sembrano non sapere di che parlano. Nulla sanno dell’Afghanistan, nulla suppongono sulle radici del nuovo e temibile fondamentalismo, nulla propongono su come limitare le derive del Jihad o Al Qaeda. Nulla di bin Laden, la cui storia americana preferiscono tacere e del quale si sono lasciati sequestrare le parole più recenti come gattini ciechi. Non hanno registrato che, la guerra non essendo cominciata oggi e i bombardamenti sempre più fitti non avendo ottenuto nulla, gli Usa e Blair sono già impantanati in quel territorio miserabile malgrado la magnitudine dei mezzi, anzi non sono in grado di usarli tutti (e l’Italia corre a metterne altri). Sono, deputati e senatori, i soli a non sapere che lo stato maggiore di Bush è in allarme, è diviso, e un uomo d’arme sperimentato come Powell è silenziato. Che Bush parla d’una guerra a tempi e confini illimitati perché non ne vede uno sbocco. E che ogni tanto su quel confuso vociare plana il vocabolo “atomica” – magari una bella atomica tattica che sbricioli un po’ di montagne afghane – la cui utilizzazione non è annunciata ma nemmeno esclusa. Un alleato entrerebbe nel merito, un vassallo tace e acconsente.
Chi ha veduto quei volti fra annoiati e imbarazzati, chi ha sentito Fassino e Adornato che – forse perché provenienti dalla stessa covata – dicevano le stesse cose, usavano gli stessi argomenti, duettavano, ha avuto un’impressione di irrealtà. Non un’eco della preoccupazione che si sente sottovoce per strada. Solo uno di Rifondazione, uno dei Verdi, uno del Pcdi ha detto qualche verità. E hanno taciuto coloro che avevano dissentito nel gruppo ds: che cos’è una guerra davanti alla disciplina di partito, e quel partito? Il tutto in tempi minimi, passaggio obbligato e via – guerra o rogatorie fa lo stesso.