Volontà di trasformazione sociale e potenza della realtà

La finanziaria prevede per le imprese la riduzione dell’aliquota Ires del 5% e dell’Irap dello 0,35%. Lunedì 24 settembre a Napoli Bersani, presentando per il 2007/2013 la programmazione di 100 miliardi per il Sud, ha ribadito le seguenti priorità: credito d’imposta per la ricerca, grossi contratti di programma, zone franche urbane, agevolazioni per l’inserimento dei giovani nelle imprese meridionali. Tali ricette sono inefficaci. Le risorse rischiano di polverizzarsi in tante misure inutili, un farmaco che tiene in vita le imprese abbassandone i costi: ciò chiede Confindustria. Fino ad oggi la politica industriale è consistita in incentivi alle imprese per l’occupazione e per il trasferimento tecnologico: nel primo caso, finito l’incentivo, i nuovi occupati sono stati licenziati, nel secondo, le imprese hanno comprato beni strumentali prodotti in Germania o in Francia. Manca una politica industriale complessiva. Per sostenere il sistema produttivo è necessario: a) generare innovazione; b) anticipare la domanda; c) ridurre il disavanzo della bilancia tecnologica, massimo fattore del disavanzo della bilancia commerciale. L’Italia dovrebbe decidere cosa produrre e su cosa fare ricerca. Coerentemente occorrerebbe: 1) individuare i centri (e i contenuti) di ricerca pubblici e privati da finanziare, mantenendo la proprietà pubblica degli eventuali brevetti; 2) sostenere i distretti produttivi in funzione delle aree di ricerca su cui si punta. La Sinistra può avanzare tali proposte poiché dei 100 miliardi per il Sud, il Ministero di Mussi gestirà un PO (programma operativo) Ricerca e Competitività da 14 miliardi, la Puglia un PO Energia e Risparmio energetico da 2,5 miliardi, poichè Puglia, Sicilia, Calabria e Campania avranno altri 40 miliardi per ricerca e sviluppo nei loro PO regionali e poiché tali documenti di programmazione sono inclusi nelle finanziarie regionali e nazionale. Altrimenti vince Letta per cui competitività significa decontribuzione degli straordinari e contrattazione di secondo livello che indebolisce i contratti collettivi nazionali. Il paese e i suoi lavoratori meritano di più. A tale inadeguatezza fanno da sfondo i due principali processi di ricomposizione politica in atto nell’Unione: il PD e il soggetto della sinistra. Veltroni declina un progetto liberal-sociale che alternerà gestione dell’esistente a modernizzazione senza modernità: il capitale industriale, finanziario e immobiliare avrà una sponda politica che non interverrà sulle sue scelte di fondo. La seconda repubblica è anche questo: rinuncia della classe dirigente moderata ad un ruolo di alta mediazione tra interessi delle imprese e del lavoro, rinuncia ad un progetto proprio. Mattei, Moro, Saraceno, Ardigò, Fanfani, La Malfa, Andreatta, nella dialettica con le parti sociali e con i social-comunisti, esercitavano la funzione di governo con una loro idea del Paese. Il confronto avveniva su programmi forti e alternativi. Il PD ha scelto il target delle imprese, i consumatori (categoria che supera da destra quella dei produttori). I moderati vogliono rimuovere gli ostacoli: il lavoro e chi lo rappresenta, la sinistra e un sindacato combattivo. Veltroni più lentamente, alleandosi con la sinistra per altri cinque anni, Rutelli subito. Emulando Sarkozy, Veltroni arruola intellettuali e tecnici, sperando che la sinistra si accontenti di una presenza simbolica e meramente portatrice di voti. O la sinistra oppone la volontà di trasformazione alla potenza della realtà o scompare. Senza un’analisi del capitalismo attuale e una conseguente proposta, la presenza nel governo è inefficace. In vista delle finanziarie (nazionale e regionali) e delle elezioni del 2008, il nostro blocco sociale ha bisogno di una sinistra che incida. Che La precarietà sia brutta, i precari sono stufi di sentirselo dire; che i termovalorizzatori inquinino, i movimenti già lo sanno. La sinistra non può limitarsi al cahier de doleances.
Sulla questione meridionale, connessa alla declinazione della competitività e dello sviluppo italiano, la sinistra ha due opzioni: 1) verbalizzare il disagio ed emendare le proposte del PD; ma allora il nostro elettore ci chiederebbe a che servi?; 2) delineare un progetto politico-economico complessivo, dei macrotemi e delle corrispondenti macroproposte, ben precise nella loro implementazione sui territori e nei loro costi: politica energetico-ambientale, sviluppo territoriale-casa, politica industriale-sviluppo dei distretti, rete idrica-acqua, welfare-inclusione sociale, innovazione-ricerca. Se il 20 ottobre fosse un successo dovremmo avere delle proposte qualificanti da sinistra per Padoa Schioppa ma anche per Bassolino ed Errani. Per parlare ai settori popolari e più deboli, delusi dal governo, occorre un progetto: per farlo è necessario connettere le energie intellettuali, la forza dei movimenti e le presenze istituzionali. Ricordando per esempio che per competere con il PD che concepisce piani regolatori sulle esigenze dei grandi gruppi immobiliari è necessaria una precisa idea alternativa di sviluppo territoriale. Altrimenti si è inefficaci.

*Andrea Del Monaco, resp. PRC-SE Programmazione Fondi europei-FAS
**Franco Ottaviano, direttore Casa delle Culture Roma