Volkswagen: diecimila licenziamenti

Grave ombra sull’occupazione tedesca, già travolta. E sulla campagna elettorale

Diecimila posti di lavoro cancellati in dieci anni di ristrutturazioni aziendali sarebbero nel futuro della Volkswagen, la casa automobilistica più grande d’Europa. Nel giorno della chiusura, a Norimberga, del sonnacchioso congresso del partito dei cristiano-sociali, Csu – che ha rieletto segretario Edmund Stoiber con il 93% dei voti – e con un giorno di anticipo sull’unico duello televisivo che vedrà, stasera, il cancelliere sfiduciato Schröder e la Merkel, contendersi il voto degli indecisi, la minaccia dei 10mila della Volkswagen ha portato una nuova ombra sulla campagna elettorale. La notizia, apparsa ieri sul sito del settimanale der Spiegel, subito rimbalzata sulle agenzie stampa e sulle edizioni on-line dei maggiori quotidiani tedeschi, non ha ancora trovato conferme né smentite ufficiali. «Non ha alcun senso fare speculazioni sui numeri», ha dichiarato un portavoce dell’azienda. Stando alle informazioni filtrate all’esterno però, la casa automobilistica di Wolfsburg dovrebbe ridurre il personale impiegato in Germania, complessivamente 103mila lavoratori, di circa il 10%. Particolarmente colpito dalla valanga di perdite di posti di lavoro sarebbe proprio l’impianto industriale di Wolfsburg. In una dichiarazione rilasciata lo scorso giovedì Dietmar Korzekwa, direttore della fabbrica «madre», aveva avvertito operai, quadri e consiglio dei lavoratori – l’organo che decide a parità di rappresentanza e di voto le strategie industriali del marchio nel consiglio di amministrazione – di prepararsi ad affrontare uno «scenario oscuro».

Al centro del problema starebbero i costi di produzione troppo elevati. In confronto alle fabbriche europee di Mosel e di Bruxelles, per esempio, dove vengono costruiti anche i modelli Volkswagen più noti, lo standard qualitativo raggiunto nella fabbrica di Wolfsburg sarebbe notevolmente inferiore e il costo del lavoro più alto, soprattutto a causa dei numerosi ritocchi necessari a perfezionare il prodotto dopo la fabbricazione. Ecco la ragione dell’accanimento sull’officina «madre». La settimana a Wolfsburg non era, comunque, iniziata al meglio. Già martedì, dopo lunghe discussioni con il consiglio dei lavoratori, il comitato produttivo aveva deciso a sorpresa di delocalizzare in Portogallo la produzione del «Marrakesch», nuovo piccolo fuoristrada di casa Volkswagen. Wulff, presidente conservatore della Bassa-Sassonia, la regione della Volkswagen, era andato su tutte le furie: «Bisogna fare di tutto perché la produzione rimanga a Wolfsburg». In alternativa si era allora pensato di delegare in outsourcing la produzione alla Auto 5000. Questa azienda – nata nel 2001 in seguito a un progetto di risanamento targato Peter Hartz (consigliere di Schröder per la riforma del mercato del lavoro), che prevedeva il reintegro dei disoccupati pagati, a stipendi più bassi, in base alla produttività – garantirebbe un taglio sui costi, ma non così consistente da impedire la ristrutturazione prevista per Wolfsburg. Anche se il «piano portoghese» dovesse rientrare, stando alle indiscrezioni dello Spiegel non si salverebbero comunque più di mille posti di lavoro.

Il presidente della Volkswagen Bernd Pischetsrieder – che dalle dimissioni di Hartz dopo gli scandali scoppiati a luglio è anche capo del personale – vorrebbe ridimensionare la produttività dell’azienda. Ogni anno, infatti, la Volkswagen fabbrica più di sei milioni di vetture, ma ormai da troppo tempo riesce a piazzarne sul mercato solo cinque. Il bilancio, per la prima volta nella storia della casa automobilistica, è in rosso da un paio di anni. Poco dopo la nomina Wolfgang Bernhard, nuovo responsabile del marchio, in un’intervista a der Spiegel aveva ammesso: «abbiamo dei costi di produzione del 40% più alti della concorrenza, e vanno abbattuti». Bernhard aveva già in mente un suo piano di ristrutturazione aziendale che avrebbe impegnato la Volkswagen fino al 2008: tagli sui costi per circa sette miliardi di euro.

Il presidente Pischetsrieder vorrebbe però raggiungere il suo obiettivo senza licenziamenti «in tronco», anche perché il contratto collettivo di lavoro li esclude fino al prossimo 2011. La soluzione sarebbe l’offerta di «buone uscite», indennizzi e una riorganizzazione del lavoro sul modello part-time, per agevolare l’uscita dal ciclo produttivo dei diecimila «di troppo».