«Volevo solo costruire un campo di calcio»

Il racconto drammatico di Haj Ali al-qaysi, l’incappucciato di Abu Ghraib

«Mi fecero salire su uno scatolone con un cappuccio sulla testa e le braccia spalancate. Mi dissero che mi avrebbero sottoposto a scosse elettriche. Io non ci credetti. Allora presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite. Poi caddi a terra». Questa è la storia di Haj Ali al-qaysi, la persona il cui ritratto – un cappuccio nero in testa e quegli elettrodi – ha fatto il giro del mondo, quando sono state pubblicate le foto scattate ad Abu Ghraib. Prima che iniziassero i suoi guai con gli americani, Ali era un mukhtar, cioè un capo-villaggio, nel distretto di Abu Ghraib. Teneva conferenze nelle moschee, coltivava datteri e gestiva un parcheggio vicino alla moschea locale. Oggi Haj Ali mette tutt’altro che paura. E’ un uomo dall’aspetto gentile, è difficile immaginare come possa avere ricevuto un trattamento simile, come possa essere stato destinato a subire le infernali torture di Abu Ghraib.

«I miei problemi con gli americani» racconta Ali, «cominciarono quando presi un terreno vuoto e ne feci un campo da gioco per i ragazzi». Ali spiega che gli americani avevano cominciato a portare lì dei rifiuti dall’area dell’aeroporto, contenenti tra l’altro resti umani e riviste pornografiche. Un dottore del posto aveva riferito molti casi di ferimenti tra i poveri che frugavano in mezzo ai rifiuti, alla ricerca di oggetti di valore. «Prima», scherza Ali, «pensavo che la democrazia americana fosse un grande campo da gioco. Invece hanno ridotto quell’area in un immondezzaio per sostanze chimiche, resti umani e pornografia».

Il capitano Phillips

Come responsabile del villaggio, egli cercò di protestare per questa situazione con l’amministrazione. «Questa denuncia», dice Ali, «segnò l’inizio delle molestie». Il 30 ottobre, alle undici di mattina, fu prelevato dai soldati nella strada dove stava lavorando e caricato su una jeep hammer. Da lì fu trasportato ad al-Amriyye, una ex base militare irachena ora convertita in centro di detenzione americano. Lì incontrò un certo capitano Phillips, che disse: «Non so quale agenzia abbia chiesto il tuo arresto, ma sarai trattenuto qui». Molti familiari, che intanto avevano appreso del suo arresto, vennero a chiedere che fosse liberato. Il capitano Phillips chiese a Haj Ali se credeva che le persone all’esterno avrebbero attaccato. «Non lo so», rispose Ali. Restò lì due giorni. Poi, la mattina del terzo giorno di detenzione, fu trasportato con un sacco in testa nella infame prigione di Abu Ghraib. «Naturalmente, a quell’epoca, non sapevo dove mi trovavo» – dice Haj Ali – Prima di entrare in quella prigione fui ispezionato con una procedura molto umiliante». La procedura di cui Haj Ali parla durò circa un’ora, un’ora e mezza. Gli americani gli presero le impronte digitali, gli fecero la scansione della retina e gli prelevarono dei campioni corporei, poi lo trasportarono in una stanza per le investigazioni. «Queste stanze in realtà sono gabinetti inondati di liquami. Due addetti all’interrogatorio e un traduttore erano seduti lontano da me, lontano dalla fogna». Ali fu costretto a sedersi in fondo a questo buco di merda. Subito gli chiesero: «Sei sunnita o sciita?».

Ali fu preso alla sprovvista. «Era la prima volta che sentivo questa domanda» dice. Spiega che prima, in Iraq, anche in relazione alla legge sul matrimonio, non veniva chiesto quale fosse la confessione religiosa di appartenenza. Poi fu accusato di avere attaccato le forze d’occupazione. Haj Ali indica le sue dita e mostra un difetto che lo rende incapace di maneggiare un’arma da fuoco. «Gli ho detto che non mi sarebbe stato possibile partecipare, e che prendessero il numero di telefono del dottore che aveva fatto l’intervento chirurgico. Mi hanno anche chiesto se conoscevo Osama Bin Laden – continua Haj Ali – e ho risposto che lo conoscevo dalla tv. Continuarono a farmi domande del genere, anche su Saddam Hussein. Avevo la sensazione che cercassero di accusarmi di qualcosa. Poi hanno detto che ero antisemita, alla qual cosa ho replicato che considero i semiti tra i padri dell’umanità». «Allora sai di cosa parlo», rispose uno dei responsabili dell’interrogatorio.

Gli uomini che lo avevano catturato, dissero ad Haj Ali quelli che lo interrogavano, sapevano che era una persona influente, che era un mukhtar del suo villaggio e gli chiesero: «Perché non collabori con noi? Potremmo anche farti operare la mano». L’uomo che gestiva l’interrogatorio continuava a ripetere: «Noi siamo il più grande popolo del mondo, vi abbiamo occupato e voi dovete arrendervi e collaborare».

Come divenne chiaro in seguito, la cattura di Haj Ali e di molti altri a cui è toccato lo stesso destino non mirava a «fermare l’insurrezione», ma piuttosto a ottenere intelligence e reclutare gente tra i personaggi importanti dei villaggi della zona e delle società tribali. Comunque, Haj Ali non accettò e replicò: «Se vi definite occupanti, allora resistere alla forza d’occupazione è legittimo secondo la legge islamica e il diritto internazionale». Ma gli uomini che lo interrogavano continuarono a chiedergli se era disposto a collaborare, per poi minacciarlo di mandarlo in un posto in cui «non possono vivere neppure i cani, oppure a Guantanamo».

Dopo questo primo interrogatorio, Haj Ali fu caricato su un camion. Ai prigionieri furono distribuiti dei sacchi da tenere sulla testa. Uno dei soldati chiese: «Avete il sacco da mettere in testa?». Uno dei prigionieri, che era cieco, rispose che lui non l’aveva. Quest’uomo era stato anch’egli accusato di avere attaccato le forze di occupazione. Poi furono tirati giù e trasportati in un punto della prigione chiamato «Fiji». Lì si trovavano delle tende, a gruppi di cinque. Ogni gruppo era circondato dal filo spinato e da un muro alto 15 metri. «Lì c’erano quelli che gli americani chiamavano “pesci grandi”».

Haj Ali continua a parlare delle condizioni di vita. «In ogni tenda ci sono quaranta persone, non c’è spazio, e se vuoi dormire devi metterti su un fianco. In tutte e cinque le tende vivevano circa 300 persone». I prigionieri avevano a disposizione dei gabinetti portatili. Dovevano stare in fila per due o tre ore, il bagno si riempiva di lerciume ed escrementi «prima che arrivasse il mio turno». Altre funzioni sanitarie erano praticamente impossibili. In ogni tenda i prigionieri condividevano giornalmente 20 litri d’acqua per tutte le necessità. Per bere dovevano usare bottiglie prese dall’immondizia. «Anche il cibo era di qualità molto scadente», racconta Haj Ali. «Non avevamo i pasti regolarmente e, se una singola persona violava la disciplina, ci davano delle punizioni collettive. Ad esempio, se un prigioniero parlava con un prigioniero di un altro campo, l’intero campo veniva privato del pasto, oppure i prigionieri venivano costretti a stare in piedi sotto il sole per molto tempo.«A questo punto – continua Ali – una strana cosa accadde nei confronti di un ragazzo sciita seguace di Al Sadr di nome Sheikh Jaber-al-qadi. Dato che tutti gli altri nel campo provenivano da città sunnite come Fallujah, Ramadi e Mosul, lui si sentiva isolato. Per aiutarlo, gli chiedemmo di essere il nostro capo-preghiera, e di recitarla insieme». Quando questo accadde, racconta Ali, gli americani afferrarono il ragazzo e gli urlarono: «Perché preghi con i sunniti?». E lo picchiarono.

In questo periodo, Haj Ali incontrò molti gruppi provenienti da prigioni diverse, tra cui quella dell’aeroporto di Baghdad e di Mosul. Cominciò a sentire storie di tortura, a vedere segni di tortura; sentì persino raccontare di persone a cui erano state iniettate delle sostanze allucinogene perché vedessero cose spaventose come scorpioni o immagini da incubo. Fu in quel periodo che Haj Ali ebbe l’idea di fondare un’associazione per rappresentare questi prigionieri. Haj Ali fu interrogato di nuovo, e ancora una volta lo minacciarono di spedirlo a Guantanamo o in luoghi simili. Racconta Haj Ali che «erano presenti delle donne soldato e durante gli interrogatori esibivano parti del proprio corpo».

La tortura del Ramadan

Durante il Ramadan i prigionieri dovettero patire una nuova forma di sofferenza. I musulmani, nel mese del Ramadan, non possono mangiare dall’alba al tramonto. In questo periodo, il secondo pasto veniva portato ai prigionieri subito dopo la preghiera del mattino, e questo significava che i prigionieri dovevano stare a guardare fino alle 11 di sera. «Volevano piegare la nostra capacità di resistenza», Haj Ali spiega così queste procedure. «Sei generatori elettrici funzionavano notte e giorno, con un sacco di rumore. Ciascun generatore era collegato solo a tre lampade. Non facevano quasi luce, solo rumore. Naturalmente, nelle tende non c’era elettricità».

Poi, un giorno fu chiamato il suo numero, 11716. Lo ammanettarono mani e piedi, gli coprirono la testa con una busta e lo misero in una jeep hammer. «Quando mi tolsero il sacco dalla testa vidi un lungo corridoio. Sentivo un sacco di persone che gridavano per le torture. Mi dissero di togliermi i vestiti, il mio djallabia (indumento tradizionale degli uomini musulmani), poi la maglia e infine la biancheria intima». Poiché lui si rifiutò, cinque soldati lo afferrarono e lo denudarono a forza. Dopo questa violenza, fu costretto a camminare per circa dieci metri, fino a una scala. «Volevano che salissi la scala, ma i miei piedi erano deboli e non riuscivo a sollevare le gambe. Caddi e si misero a picchiarmi. Allora strisciai su per la scala. Mi ci volle un’ora».

Successivamente Haj Ali fu messo contro un muro, le mani legate alla intelaiatura di una porta in posizione eretta. «Naturalmente mi picchiarono di nuovo, mi versarono addosso urina e acqua sporca, scrissero sul mio corpo, mi spararono a salve, usarono un altoparlante per insultarmi dentro l’orecchio e mi fecero scattare le manette sempre nell’orecchio. Restai così fino alla preghiera del mattino».

Quando arrivò la preghiera del mattino, una persona venne e gli tolse il cappuccio. Parlando con accento arabo libanese, gli chiese: «Mi conosci? Sono molto noto, ho fatto interrogatori a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano. Ho una buona reputazione: o tiro fuori quello che voglio da un detenuto, o lo finisco». (1-continua)

* Comitato Iraq libero Norvegia