“Volete capirci? Ascoltateci”

Il modo migliore per comprendere i problemi dei paesi meno sviluppati è quello di aprire bene le orecchie e ascoltarli”. Con queste parole l’ambasciatore iraniano Bagher Asadi ha aperto a Tehran la Conferenza intergovernativa del G-77, il gruppo costituitosi nel 1964 in seno all’Onu al fine di promuovere l’emancipazione e lo sviluppo economico delle nazioni povere del mondo.
Attualmente composto da 133 paesi inclusa la Cina, il G-77 si è distinto negli ultimi tempi per la ferma intenzione di esercitare una effettiva pressione politica sulle istituzioni internazionali nei delicatissimi campi delle relazioni commerciali e finanziarie tra Nord e Sud del mondo.
Dalla conferenza di Tehran sono emerse in tal senso importanti indicazioni per le future iniziative del gruppo. Una grande influenza su di esse deriverà certamente dal mancato rispetto, da parte dei paesi avanzati, degli impegni presi in materia di assistenza allo sviluppo, con particolare riguardo ai finanziamenti per il trasferimento di tecnologie innovative.
Secondo Ahmad Asghari, organizzatore della conferenza, “c’è ormai un che di patetico in questo continuo succedersi di promesse di finanziamento e di imbarazzate ritrattazioni. Evidentemente l’interesse dei paesi sviluppati a lasciarci vendere solo zucchero e banane è ancora fortissimo”. L’accusa di Asghari rappresenta solo la punta di un iceberg di recriminazioni, maturate nel corso di un decennio nel quale i paesi meno sviluppati avrebbero commesso l’errore di credere un po’ troppo, secondo un rappresentante cinese al G-77, “alla favola dei trasferimenti unilaterali da parte del mondo ricco”. Il tempo delle recriminazioni sembra tuttavia finito. Una prima reazione al fallimento delle politiche di assistenza degli anni ’90 è infatti maturata, in seno al G-77, attraverso la fissazione di due priorità per il futuro: dar finalmente voce ai paesi debitori all’interno delle istituzioni finanziarie mondiali (in primo luogo Fmi e Banca mondiale) e contrastare i recenti rigurgiti di protezionismo dei paesi più sviluppati che ostacolo l’export dei paesi del Sud.
Contro la richiesta di maggiore rappresentatività dei paesi poveri nei boards delle istituzioni monetarie si è subito sollevato un coro di critiche. Stephen Pickford, rappresentante britannico del Fondo Monetario, ha dichiarato che il potere di voto di ogni paese è stabilito in base alla capacità di finanziamento e che sovvertire una simile regola “sarebbe un po’ come chiedere a una banca di far decidere al mutuatario se concedersi il prestito oppure no”.
Ma a sostegno dell’iniziativa del G-77 sussiste ormai un’ampia documentazione. L’economista Joseph Stiglitz, prima di abbandonare la Banca Mondiale, ha affermato in proposito che nella definizione degli accordi di finanziamento si è finora guardato con troppa attenzione ai “capricci di breve periodo” dei creditori internazionali, dando luogo così a decisioni di politica economica incoerenti e quasi sempre funeste per i paesi debitori.
Quanto alla moda neo-protezionista che attraversa in questo periodo gli Usa e gli altri paesi industrializzati, tutti i rappresentanti del G-77 hanno ricordato che le restrizioni al commercio imposte dai paesi ricchi costano alle nazioni meno sviluppate oltre 150 miliardi di dollari in termini di mancati guadagni, un dazio che supera di ben quattro volte le erogazioni dal Nord al Sud per l’assistenza allo sviluppo. Questo dato è una riprova evidente, secondo il Gruppo dei 77, dell’assoluta necessità di svelare l’ipocrisia insita negli attuali accordi di libero scambio, e nella più recente tendenza dei paesi avanzati a giustificare le restrizioni all’import dei paesi meno sviluppati ievocando la salvaguardia di non meglio precisati standard di sicurezza.
A Tehran, insomma, ce n’era per tutti. Per i sedicenti neoliberisti come il ministro Renato Ruggiero, che dovrebbero spiegare perché il liberoscambismo del Wto si è sviluppato in una sola direzione. Ma anche per tutti coloro che hanno visto nei trasferimenti unilaterali (inclusi gli eventuali proventi da Tobin tax) la chiave di volta per il rilancio dei paesi del terzo mondo; nonché per i sostenitori della cosiddetta “globalizzazione dei diritti”, un termine insidioso sul quale sarebbe bene far sempre, di volta in volta, la massima chiarezza. Aprire bene le orecchie e ascoltarli, dunque: i paesi meno sviluppati non hanno bisogno né di condottieri, né di filantropi.