«Vogliamo sentirci liberi di conoscere e di essere etero, omo o bisex»

Stop ai «normali» da mimare, alla scuola che appiattisce. Basta con le individualità clonate. Via alla connessione col server «libertà». «La Moratti vuole una scuola sempre meno laica, con zero spazi di discussione, taglia i fondi per i progetti gestiti da noi senza il filtro dei prof. Ha fatto girare un opuscolo sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili che consiglia l’astensione e certo non ci rappresenta. Risultato: studenti tutti uguali. Uguali anche nell’orientamento sessuale e nell’identità. Noi diciamo basta». La scuola Moratti, roba «da medioevo». Giulia Tosoni dell’Uds (Unione degli studenti) ha chiaro il disegno generale e lo rifiuta: «scuola povera di risorse» vuol dire «scuola vecchia», a «una dimensione», come diceva Marcuse quando Giulia non era ancora nata. Insomma, scuola da cestinare. I ragazzi del 2005 si ribellano alla fabbrica dello studente in serie modello «normale». Dicono no: al «bigottismo clericale», al sesso trattato da tabù o «leggenda metropolitana». Impugnano lo Statuto degli studenti e delle studentesse per ribattere a ogni discriminazione. Lanciano una campagna sulla sessualità con Arcigay e Arcilesbica. Lottano per il Pacs, fanno l’elogio di ironia e provocazione per silurare il Grande Fratello Conformista. Dinanzi al brutto film della scuola «vecchia» fanno fermo immagine e assaporano una scena che ha del miracoloso: «È un’ora buca, restiamo in classe senza prof, a un certo punto uno di noi a voce alta dice che la sera prima ha fatto sesso, ma vorrebbe parlarne, sapere cosa provano gli altri, sapere se lui è ok. Un’altra compagna dice che da un po’ i rapporti le vengono proprio bene. E, ancora, un tipo dice che sogna spesso di fare l’amore con un amico…». Dura un attimo, poi le voci cadono giù, come braccia scarne. A volte succede in gita o durante l’intervallo. Le labbra si schiudono e l’obbligo di tacere di sesso e amore si rarefa come nebbia al sole. Ma i ragazzi vogliono che parlare sia regola e non eccezione. «Abbiamo paura a fare una domanda, è pazzesco. Il sesso non è trasgressione, fa parte della vita di tutti noi. Siamo schiacciati tra tv e Internet che troppo spesso ci propinano il sesso come un must (se non lo fai sei minorato) e una scuola sorda. Vogliamo adulti che ascoltino e sappiano rispondere. Non vecchi latitanti», continua Giulia. Ma chi lo dice che i ragazzi se ne fregano dei prof? Per non essere replicanti del sesso consumistico, l’Uds ha lanciato la campagna «sotto lo stesso cuore». In tanti sono scesi in piazza a Milano nei giorni scorsi contro le discriminazioni sessuali nella scuola e contro il silenzio che uccide. Hanno riempito le strade di palloncini a forma di cuore, strappando sorrisi ai vigili e alla polizia. Hanno fatto una guida per smetterla con questa omertà collosa (vedi art. sotto) che rende i corpi ignoranti. Vogliono seminari dove, non babbioni, ma esperti – medici, insegnanti, psicologi -, vengano a distribuire pillole di sapere di cui ciascuno farà quel che crede. La conoscenza è un puzzle che ciascuno costruisce a modo suo, ma l’informazione è un diritto di tutti. Gli studenti 2005 hanno una passione per i diritti. E hanno fretta. Il sesso, secondo libertà, cioè «sotto lo stesso cuore», un cuore che accoglie le differenze e non le espelle come mostri, è diritto dibattuto nelle assemblee autogestite in corso negli istituti – guardate la mappa del talk talk nel sito www.unionedeglistudenti.it. È striscione che li porterà il 26 novembre a Roma per la manifestazione di sostegno ai Pacs, il primo dicembre in piazza nella giornata contro L’Aids, a giugno al gay pride di Torino. Nel frattempo andranno nelle scuole per mettere on line nel web del cervello tutte le info che mancano alle voci «sesso», «affettività», «prevenzione», «feeling col partner, di qualunque genere sia», «lotta al machismo e al maschilismo». Obiettivo: sollecitare che si parli di amore ciascuno secondo i proprio bisogni. Non è tutto, la meta è una connessione vitale per coscienze civiche che siano tali. «La scuola è lo specchio della società. Vogliamo che il disagio a scuola sia letto come sintomo di un malessere più generale e che ciascuno si senta cittadino in grado di lottare perché lo Stato migliori, perché ci siano i Pacs e leggi rispettose sulla fecondazione assistita», aggiunge Giulia.
Eh sì, il disagio. A volte lo studente si incarta, crede che il dolore alla pancia sia roba solo sua, si sente l’unico al mondo a provare emozioni taciute. Non vede il filo che unisce il proprio sentire al vivere comune, ha l’idea che la vita sia fatta a compartimenti stagni e che lui al massimo può essere un sottomarino di nuova generazione. L’unione degli studenti vuole rendere eloquente questo «silenzioso vivere», perché domani parli attraverso il megafono che in piazza chiederà i diritti.
Gli esempi sono tanti. Per gli studenti omosex c’è il grande sommerso, il vissuto da cui affiorano solo punte di iceberg. Così, nel mare freddo del pregiudizio, spuntano ghiacci acuminati: a Udine M., una ragazza di 17 anni, si sente dire dall’insegnante di un liceo classico che «non sta affatto bene scambiare effusioni in pubblico con la fidanzata». Il rimprovero cresce come panna montata: «non dare spettacolo, non fare esibizioni, se continui così ti abbasso la media». Alla fine M. si becca una sfilza di voti bassi: «Media sottozero a causa dell’omofobia della prof, ma come faccio a dimostrarlo?». F. abita a Napoli, ha 16 anni e non ha molti problemi con la sua omosessualità: «Mi piaceva un ragazzo di un’altra classe, gli ho fatto delle avances e lui sembrava starci». Ma i problemi ce li hanno gli altri. All’appuntamento lo aspettano in quattro e lo gonfiano di botte.
Gli studenti a volte sono anni luce distanti dai prof. A.vive a Foggia, è gay, frequenta il liceo classico. Dice: «Per fortuna la mia scuola è abbastanza aperta e nella mia classe non è mai successo nulla.». In una classe della sua scuola, però, un’insegnante assegna un tema sul matrimonio fra omosessuali. Per i ragazzi le nozze gay sono ok e l’insegnante riporta il caso in Consiglio di Classe. Il parere degli alunni per lei è «allarme rosso». Minaccia di mitragliare le pagelle ma, in questo caso, gli altri prof fanno quadrato e la isolano. Fin qui gli omosex. E gli studenti etero? Soffrono di cliché. I maschi si induriscono e si atteggiano a machi, schivando le confidenze e il dire di sè quasi fossero missili di guerre stellari. Le ragazze non parlano. Vorrebbero, perché sono più attratte dal confronto, ma con chi farlo? Spesso i prof sono bigotti senza ritegno e quelli che un tempo erano aperti sono sedotti dal pessimismo che oggi fa tanto fico. Il vuoto di parole e di confronto pesa da paura. Finché i ragazzi si affacciano sul limitare del Grande Silenzio, mentre alle loro spalle tivù, adulti, persino Internet (quando non informa) parlano l’eterno linguaggio delle maschere. Una Babele di voci che ha un solo effetto: l’estraneità. Ma gli adulti sono tutti da buttar via? No. Le voci inespresse arrivano all’orecchio di prof e genitori attenti, ma torturati dall’incertezza. Forza adulti! Accogliamo l’invito dei ragazzi, non lasciamo che varchino il confine della terra delle bocche cucite, da dove si fa fatica a ritornare indietro. Mettiamoci con loro sotto lo «stesso cuore». Abbandoniamo cinismo e smanie di clonare le loro menti, diciamo la nostra senza appiattire la loro. E sbrighiamoci. I ragazzi stanno aspettando.