«Vogliamo la tua testa»

Se la riforma delle pensioni ha visto la sconfitta della sinistra di fronte a Padoa Schioppa, il protocollo su welfare e mercato del lavoro rappresenta la Caporetto sindacale di fronte alla Confindustria. In una manciata di giorni, sull’altare dell’equilibrio finanziario e in nome della salvezza del governo amico, sono stati sacrificati i due punti essenziali del programma sociale dell’Unione, che prometteva un minimo di equità: la cancellazione dello scalone Maroni e il superamento della legge 30. Fossimo su un ring, sarebbe un uno-due da ko.
Meno di una settimana è bastata per dare una plastica dimostrazione di cosa si intende oggi per «patto tra le generazioni». Gli-«anziani» dovranno lavorare per più tempo, i «giovani» resteranno più a lungo precari: l’allungamento della vita lavorativa dei primi è stata fatta evocando l’incerto futuro dei secondi, a cui viene offerto uh presente che di sicuro ha solo l’insicurezza e l’arbitrio determinati dalle esigenze del mercato. Entrambi – anziani e giovani – faticheranno con maggior intensità ed è questa la sola cosa che davvero condividono. Un vero capolavoro.
Che il baricentro del governo si poteva spostare a destra era un pericolo ampiamente conosciuto fin dalla formazione della coalizione di centrosinistra: le prèmesse stavano tutte nella sua eterogeneità e, soprattutto, nell’eredità mefitica lasciata da Berlusconi, ancor più nella penetrazione del berlusconismo nel profondo del tessuto sociale e politico. La campagna mediatico-culturale che ha accompagnato la fragilità parlamentare della maggioranza ha poi annunciato in maniera prepotente la sua deriva moderata sotto la pressione del minacciato «cambio di passo». Tutto è precipitato nel confronto sui nodi economico-sociali, che sono sempre i più spinosi, i più significativi E, alla fine, il segnale che arriva dal centrosinistra è una conferma: chi vive di lavoro subordinato rimane in balia del mercato e gli vengono offerte reti di protezione sociale irrisorie. Non c’è da stupirsi se cresce la vulgata popolare del «sono tutti uguali». Questo – più che le auto blu – è il vero costo della politica.
Ma ora si aggiunge un 8 settembre sindacale che mette in discussione anche la – residua – tenuta della rappresentanza sociale. Anche qui ha pesato il timore di accentuare la crisi di un governo già in forte difficoltà. Però una trattativa così non s’era mai vista. Assurdo accettare gli scalini pensionistici nel merito, ma anche perché poi diventava inevitabile accettare tutto il resto – una volta privi dell’arma contrattuale su cui c’era più sensibilità, quella previdenziale. Irresponsabile verso i propri rappresentati il «senso di responsabilità» per il governo dimostrato dalla Cgil nel sottoscrivere un protocollo che poi critica, mentre si arriva a mettere in dubbio la verifica referendaria. E tutto questo su un testo che cancella la ragione sociale del sindacato: l’autonomia del lavoro dalle imprese. Perché il precariato istituzionalizzato come gli straordinari fomentati (per fare solo due esempi) affermano proprio il contrario.
«Vogliamo la tua testa» è lo slogan che in questi giorni segna la campagna di preparazione del Partito democratico. Dovrebbe essere una richiesta di partecipazione, in realtà suona – e i fatti lo confermano – come un appropriarsi di vite: non «solo» la testa, ma anche il corpo, il tempo, l’esistenza intera diventano proprietà privata. Mai slogan è stato cosi in sintonia con la realtà: per una volta i gruppi dirigenti del Belpaese fanno ciò che promettono.