Voci di Baghdad con Giuliana

Il rapimento della nostra collega colpisce doppiamente la comunità sunnita impegnata a denunciare sia la truffa elettorale, sia a ribadire che senza la fissazione di una data per il ritiro delle truppe straniere non ha alcuna intenzione di partecipare alla vita istituzionale dell’Iraq.

«Non ci sono dubbi che con l’annuncio, se mai ci sarà, dei risultati delle elezioni, la situazione precipiterà di nuovo dal momento che tutti coloro che sono contrari all’occupazione e tutta la comunità sunnita sono stati lasciati fuori dal parlamento e non ho dubbi che non accetteranno questa esclusione. Come possiamo considerare valide delle elezioni in seguito alle quali il deputato di Tikrit o di Ramadi sarà un filo-iraniano della lista sciita unitaria o un politico kurdo che vuole dividere in due il paese?». Nabil, uomo di affari appartenente ad una nota famiglia proprietaria di varie attività economiche nella zona commerciale di Saadoun street, nel centro della città e sul lungotigri abu Nawas, quasi a scusarsi per il rapimento della nostra collega, insiste per offrirci qualcosa in un vicino bar specializzato nelle colazioni. «Magari ci mettiamo un po’ in fondo così non ci vedono», ci dice poi abbassando al voce per non far sentire che sta parlando in inglese con uno straniero. Nabil mette un fascio di giornali sul tavolo pieno di uova sode e, per dimostrare quanto gli iracheni sperino in una soluzione positiva del rapimento di Giuliana ci legge il titolo di prima pagina del giornale Az Zaman (Il tempo), uno dei più importanti del paese, che riporta con grande enfasi il comunicato dell’Associazione degli Ulema, con il quale i rappresentanti religiosi dei sunniti, e per alcuni anche punto di riferimento di una parte della resistenza, chiedono con parole insolitamente dure la liberazione di Giuliana Sgrena. Il rapimento della nostra collega non poteva capitare in un momento peggiore per la comunità sunnita e per i suoi rappresentanti impegnati a denunciare sia la truffa elettorale – ieri le strade di Baghdad sono state percorse da un corteo di autobus e auto delle comunità cristiane, assire e Yazide, dell’area di Mosul alle quali è stato praticamente impedito dalle locati autorità curde di poter votare – sia a ribadire che senza la fissazione di una data per il ritiro delle truppe straniere non hanno alcuna intenzione di partecipare alla vita istituzionale dell’Iraq.

Riecco Moqtada Sadr

E ieri ha fatto loro eco il leader radicale Moqtada al Sadr il quale ha annunciato la fine del suo silenzio stampa («non mi sono pronunciato contro le elezioni per non disubbidire alla Marjiya, ma non vi ho partecipato per non diventare uno strumento dell’occupazione»), ha ribadito che il prossimo governo non avrà alcuna legittimità perché espressione di una minoranza del paese, e ha chiesto a tutti i partiti di fissare una data per il ritiro delle truppe straniere. L’interesse di Az Zaman per il rapimento di Giuliana Sgrena – un giornale autorevole per la sua professionalità ma anche per la storia del suo fondatore, Saad al Bazzaz, già direttore del quotidiano al Joumuriyah del partito Baath ai tempi di Saddam Hussein e rappresentante dell’ala «tecnocratica» del partito costretta poi a fuggire all’estero a metà degli anni novanta di fronte al fallimento del suo tentativo di introdurre una certa democratizzazione del regime. Il quotidiano al Mashreq riferisce in seconda pagina la dura condanna del rapimento da parte del governo dello Yemen e, con grande evidenza, un comunicato di solidarietà dell’Unione dei giornalisti siriani mentre il quotidiano al Mada dedica alla vicenda un lungo articolo che dalla prima gira in una pagina interna. Una voce a favore della liberazione di Giuliana si è levata anche dal sud dell’Iraq – un sud dimenticato, contadino, arretrato ma anche in alcune sue minoranze, cosmopolita e aperto al nuovo, che si appresta ad avere, con il successo della lista sciita unitaria, per la prima volta, la maggioranza dei seggi al parlamento esautorando il centro del paese, la capitale e un po’ tutti i ceti «cittadini». Tra gli altri ha lanciato un appello alla liberazione di Giuliana anche il giornale Al Manara di Basra e delle province del sud. La copertura mediatica del rapimento di Giuliana ha ricevuto notevole impulso anche grazie agli appelli diffusi in Iraq e il tutto il mondo arabo da al Jazira e al Arabiya, ripresi poi dalle varie televisioni locali. Alcune iniziative per la sua liberazione si sono avute anche all’Università di Baghdad dove gli studenti e i professori della facoltà di lingue – con i quali ha lavorato a lungo durante l’embargo l’associazione italiana «Aiutiamoli a vivere» di Pescara – hanno ripreso e ripubblicato in italiano, in inglese e in arabo l’appello lanciato ieri dalla redazione de il manifesto dai teleschermi di al Jazira.

Alcuni religiosi dell’associazione degli Ulema hanno invece fotocopiato e distribuito nelle loro moschee alcune vignette di Vauro sulla Palestina, tradotte in arabo, prese da una pubblicazione de il manifesto di qualche anno fa, che hanno riscosso – soprattutto quelle su Sharon – un discreto successo soprattutto nella zona sud della città, quella più pericolosa per gli eserciti occupanti. «Siamo ottimisti – ci dice l’uomo di affari di Saadoun street – ma occorre comunque una grande cautela dal momento che non sappiamo praticamente nulla dei rapitori, e anche il gruppo autore dei primi comunicati è praticamente sconosciuto. Di certo sono in difficoltà, sconfessati come sono stati, dai religiosi sunniti e persino da Zarqawi, che ha definito “infamante” l’idea che possa aver organizzato lui quel rapimento.

La sconfessione di Zarqawi

L’isolamento, di per sé positivo, perché potrebbe spingere i rapitori a trattare, se non si fornisce loro una via di uscita, può invece essere anche pericoloso. In ogni caso più i tempi si allungano e più possibilità ci sono». Il comunicato di sconfessione del rapimento di Zarqawi è una delle top news del giorno anche perché ormai in Iraq gli viene attribuito praticamente tutto, qualsiasi attacco, attentato, rapimento o uccisione mentre non passa giorno che anche lui non si faccia vivo su una miriade di siti internet. L’essere sospettato di aver rapito una donna poi – ammesso che esista ancora un uomo con tale nome – lo avrebbe colpito particolarmente sia per i suoi trascorsi non molto edificanti, sia perché nella resistenza stessa si sentono voci assai critiche nei suoi confronti accusato, in quanto giordano, di non avere a cuore l’Iraq ma solo la guerra santa contro gli americani. La sua nomina a «Emiro» di al Qaida in Iraq da parte di Bin Laden l’ha isolato non poco nei confronti degli altri gruppi, come anche l’uso spesso sconsiderato delle autobombe. «Ti pare – ci dice un giovane simpatizzante della resistenza – che da una parte Bush nomina prima Bremer, un americano, e poi un iraniano come al Hakim a Emiro dell’Iraq e dall’altra parte un saudita come bin Laden nomina suo rappresentante in Mesopotamia un giordano. E noi iracheni che ci stiamo a fare, il tifo sugli spalti della partita tra bin laden e Bush?».

Il gruppo di Zarqawi ha ricevuto forti critiche sia per aver accettato una battaglia campale a Falluja, e prima a Sammarra, su un terreno convenzionale sul quale gli americani sono i più forti sia di usare toni apertamente anti-sciiti, sia di aver minacciato tutti coloro che intendevano andare a votare il 30 gennaio scorso senza poi riuscire anche in questo caso a bloccare il voto. Contro le elezioni, ma anche contro le minacce agli elettori, si è ad esempio pronunciato anche un fantomatico, ma probabilmente reale, Comando Unificato della Resistenza Irachena. Quasi che fosse in corso una sempre maggiore differenziazione o almeno un forte dibattito tra le varie componenti della resistenza e al loro interno. Di Zarqawi del resto non si sa molto tranne che, come il presidente Bush, da giovane era dedito agli alcolici e alle donne, rimediando una condanna per molestie, e che è stato folgorato dalla volontà divina in età adulta convincendosi di voler sconfiggere il male. Di Zarqawi in Iraq si sa ancora meno tranne che, abile organizzatore di attentati, lascia ad altri sia la propaganda che la vità politica del gruppo, e che sembra avere enormi mezzi finanziari tali da comprarsi il sostegno di buona parte della resistenza, anche se di segno politico del tutto diverso o se di natura molto locale o tribale. In altri termini l’impressione generale è che dietro di lui ci dovrebbero essere altri personaggi, con una visione e un progetto politico ben più articolato, che hanno deciso di utilizzarlo, salvo poi farselo sfuggire di mano, finché farà loro comodo. Certamente l’esclusione dei sunniti e di tutti i contrari all’occupazione dalla vita politica del paese, nonché lo scioglimento dell’esercito e del partito Baath, il via libera dato dagli occupanti all pulizia etnica ai danni degli arabi e dei turcomanni da parte delle milizie curde a Kirkuk e la totale impunità di hanno goduto e godono gli squadroni della morte dei partiti filo-Usa (quelli curdi) e delle organizzazioni filo-Usa e soprattutto filo-Iran (come il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) e il Partito «al Dawa») – che hanno ucciso migliaia di veri o presunti iscritti al Baath tra i quali hanno fatto rientrare anche molti nazionalisti arabi, membri del Baath filo-siriano perseguitato da Saddam e semplici laici, soprattutto professori e universitari, non disposti a subire le loro angherie – hanno offerto a Zarqawi da una parte e ai gruppi della resistenza patriottica dall’altra, un’inesauribile serbatoio di uomi e mezzi. Di sicuro la simpatia nei confronti di Giuliana, pressoché unanime, e la commovente partecipazione della gran parte del popolo iracheno alla vicenda del rapimento, ha innervosito non poco tutti i vari sostenitori locali o stranieri, di una parte o dell’altra, anzi delle tantissime parti di questa tragedia, di uno scontro tra civiltà. Di qui le velate minacce al Consiglio degli Ulema del penultimo comunicato dell’Organizzazione della Jihad, quello con l’ultimatum, mandato in rete poche ore prima della diffusione dell’annuncio di una possibile liberazione (se i rapitori sono veramente loro) e forse anche il funesto comunicato di ieri mattina sulla presunta uccisione di Giuliana. La nostra collega, e non solo lei, si trova infatti al centro di un durissimo scontro tra varie ipotesi politiche, sempre più divergenti tra di loro, sul futuro dell’Iraq: tra una ipotesi di resistenza «islamista nazionale» che cerca comunque di fare politica e di cercare alleati – in funzione anti-Usa e anti-Israele – anche in occidente e coloro che invece perseguono uno scontro tra civiltà analogo a quello di George Bush. Un’ala pronta ad usare qualsiasi mezzo e qualsiasi ideologia per raggiungere i suoi obiettivi e un’altra, realmente e profondamente islamica, che già oggi ritiene comunque necessario, nella lotta contro gli occupanti, rispettare comunque alcuni principi religiosi di umanità, rispetto dei prigionieri, delle donne, dei religiosi, delle altre confessioni religiose. Una divisione questa già presente nel vecchio regime – basta pensare allo scontro interno che portò all’annullamento della prevista visita del papa in Mesopotamia o le accuse del figlio di Saddam Hussein, Odei, mosse sul suo giornale Babel tra il 1992 e il 1994 ad alcuni settori del regime che a suo parere non prendevano provvedimenti, o persino sostenevano, la diffusione nelle università della sette wahabite dal momento che: «Incoraggiare le tendenze integraliste potrebbe alla lunga rivelarsi nefasto. Già i nostri nemici ci dicono che presto ci metteremo il velo anche noi. La città di Harun al Rashid verrà forse trasformata in una città saudita?». Con questi giudizi alle spalle, oltre che con il suo non certo limpido passato, non c’è forse da meravigliarsi che alla fine nessuno, tranne i suoi fedelissimi, abbia difeso Odei e suo fratello nel loro rifugio di Mosul mentre il religiosissimo (in età avanzata ovviamente) e astutissimo (era soprannominato in gioventù «cinque quarti» perché quando vendeva il ghiaccio per le strade, pur avendone quattro parti, riusciva sempre a venderne cinque ai suoi clienti ) vice presidente Izzatt Ibrahim resti ancora, pur malatissimo, alla macchia nonostante abbia una taglia di milioni di dollari sulla testa e debba ricorrere a continue dialisi. Lo scontro una volta presente nel Baath su questi temi, si è ora trasferito su un piano più generale, all’interno della resistenza irachena, dei gruppi islamisti e più in generale del mondo politico-religioso, soprattutto sunnita, ma non solo.

Una sigla del tutto sconosciuta

L’intervento degli Ulema a favore di Giuliana Sgrena, come e più di quelli per molti altri ostaggi, è stato criticato duramente da alcuni settori politico-militari che già avevano contestato la mediazione dei religiosi e della fratellanza musulmana che aveva portato alla fine dell’attacco americano contro Falluja nell’aprile scorso. La reazione dei rappresentanti della comunità sunnita al rapimento di Giuliana Sgrena è stata ieri mattina ancor più dura dei giorni precedenti, nonostante le speranze di una sua possibile liberazione si siano riaccese, ma con esse anche il rischio di possibili imprevedibili, complicazioni – quasi in realtà fosse in corso anche un forte dibattito interno tra gli stessi religiosi sunniti. Il portavoce dell’Associazione, sheik Omar Ragheb, ieri mattina ci ha così parlato della possibile esistenza di un vero complotto contro di loro da parte dei presunti rapitori di Giuliana Sgrena – l’Organizzazione della Jihad Islamica – «del tutto sconosciuti in Iraq, una sigla che può essere usata da chiunque», per aver annunciato, l’altra sera, una possibile liberazione della nostra collega «in risposta agli appelli dell’Associazione dei Musulmani Sunniti»: «Se veramente questo gruppo rispettasse il nostro punto di vista – ha sostenuto Sheik Omar – avrebbe risposto al nostro precedente appello di metà gennaio nel quale chiedevamo di porre fine a tutti i rapimenti e non avrebbe rapito Giuliana». Intanto la guerra anche ieri sera ha lambito di nuovo come una settimana fa, annunciata da una forte esplosione, la zona, ormai deserta dopo il tramonto, di Saadoun Street. Blindati americani e jeep civili con a bordo misteriosi uomini armati senza divisa, malmessi, alcuni con la barba lunga, forse agenti dei servizi americani o forse israeliani – assai diversi dagli usuali contractor diurni, facendosi luce con i fari mobili piazzati sui blindati, hanno rastrellato le rive del fiume e il dedalo di viuzze buie vicino al Tigri. Poi tutti sono spariti e sulla strada sono rimaste solo le orde di cani randagi ormai unici padroni delle notti di abu Nawas.