Vittoria di Hamas: scenari e potenzialità

La recente vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi dello scorso 25 gennaio può essere giudicata una “sorpresa” solo da quanti hanno osservato i mutamenti del quadro politico e della società palestinese con superficialità o leggerezza. Storici, semmai, sono la portata e la rilevanza, non solo numerica, del successo conseguito dalle “bandiere verdi”. Con il vantaggio accumulato nella propria roccaforte di Gaza e il valore aggiunto determinato dall’autentico “sfondamento” registrato nella West Bank (dove, tra l’altro, è riuscita ad espugnare Ramallah), Hamas consegue la maggioranza assoluta dei voti, conquista 77 seggi su 132 dell’assemblea legislativa palestinese e si candida a governare in Palestina una nuova stagione politica. Scalzando Fatah dal governo, il successo di Hamas sancisce, in particolare, una ri-definizione dei rapporti sociali interni, ri-dimensionando la centralità della borghesia nazionale (di cui Fatah è storica espressione), a tutto vantaggio di quelle forze popolari che in Hamas si sono riconosciute. Una modificazione complessiva, dunque, che è ancora presto definire “strategica”, ma che ha l’effetto immediato di relegare gli altri partiti a postazioni minori (fatta salva la storica “bandiera rossa” del Fronte Popolare) e di determinare una trasformazione complessiva del panorama politico palestinese. Una trasformazione che, prima ancora di indagarne le cause, ha le sue conseguenze immediate: le dimissioni del premier Abu Ala e le prime prese d’atto del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che ha posto subito l’accento sulla questione decisiva, il rispetto del risultato elettorale, in quanto espressione della volontà del popolo palestinese, volontà affermata in maniera democratica, convinta, persino festosa, come raccontano i resoconti degli inviati e degli osservatori “sul campo”. E’ proprio qui la materia del contendere: alcuni dei più illuminati testimoni, hanno subito messo in guardia dalla pretesa di decidere del futuro della lotta di liberazione del popolo palestinese, sindacando sul risultato elettorale. USA ed UE non hanno tardato a far partire i propri strali, ricordando il (pretestuoso) inserimento di Hamas nella “lista nera” del Dipartimento di Stato e ripetendo la solita tiritera per cui “non si scende a patti con i terroristi”. Si prepara un ennesimo ricatto imperialistico sulla pelle dei palestinesi? La questione si presenta in questi termini: i palestinesi hanno espresso una indicazione chiara e forte, non una “protesta” fine a sé stessa, ma un messaggio, destinato, in primo luogo, alla società politica dell’ANP e ad Israele, e, quindi, all’intera comunità internazionale, che i temi della giustizia sociale, della resistenza popolare e di una pace giusta orientata alla emancipazione nazionale non sono de-rubricati. In definitiva, non è più giudicato sufficiente, dinanzi all’avanzare del muro dell’apartheid (che Israele continua a costruire, in flagrante violazione della legalità internazionale) e alle continue aggressioni “mirate” dell’esercito israeliano, il temporeggiamento tattico o il richiamo, sterile ed infruttuoso, alla Road Map. Dopo dieci anni dalle ultime elezioni politiche generali in Palestina, è questo il contenuto storico della recente tornata elettorale: l’apertura di una stagione nuova, che non segna uno “sconvolgimento eversivo”, bensì indica un nuovo bisogno sociale, l’espressione di una volontà popolare e di un orientamento di massa che tende a farsi egemone, la radicalizzazione di uno scontro (anche interno, testimoniato, alla vigilia delle elezioni, dalle quotidiane sparatorie tra le Brigate di al-Aqsa, vicine a Fatah, e Hamas medesimo, a Gaza), nel quale si dischiude lo scenario di una nuova, grande, contraddizione. La contraddizione posta dall’affermazione di un movimento che ancora si batte per la distruzione di Israele (come entità giuridica di occupazione), che si ispira a norme e condotte di carattere religioso (e con la quale la “teocrazia” israeliana non potrà non fare i conti) ma che, al tempo stesso, pone con forza il rilancio della lotta di liberazione e spinge verso il superamento di una Road Map, già sepolta dai falchi al governo di Israele. Hamas non potrà fare a meno di confrontarsi con il compito, difficile, di governare una transizione politica (oltre che un movimento di lotta); e non potrà farlo senza il realismo che il cimento del governo impone. Impossibile prevedere cosa accadrà. Per ora, la proposta avanzata all’indomani del voto, di riassumere l’iniziativa diplomatica nell’ambito dell’ANP, sottraendola di fatto al partito al governo, è solo la prima, ancora immatura, tra le diverse vie percorribili, e che, insieme alla fine politica di Sharon, progressivamente verranno a comporre il quadro della fase politica e l’articolazione della nuova stagione di lotta per l’auto-determinazione, che, da subito, si apre in Palestina.