Vite precarie. Ma che vuol dire?

«Come mozzarelle e pelati che riportano sulla confezione la data di scadenza…noi siamo così». Ci sono parole capaci di far esplodere – al nostro tempo come in altri – le bolle di sapone che rarefanno eventi e situazioni dell’umano vivere concreto ammutolendole dentro l’acquario di universi discorsivi «esperti» o burocratici.
Spesso sono parole semplici, solo capaci di toccare e far risuonare la materia vivente imprigionata: così, il titolo di un libro fortunato di due anni fa, «E tu quando scadi?», non a caso scritto da prestatori d’opera precari che narrano e riflettono su quel che gli capita, ha potuto d’un lampo dire di una condizione che riassume esperienze variegate in un dato comune: il tempo coatto materiale e simbolico che comanda vite a singhiozzo . Così «tu quando scadi?» diventa una sequenza idiomatica del discorso comune – come questa testimonianza su Indymedia.
La manifestazione di ieri a Roma dei precari del pubblico impiego ha perciò il segno di una visibilità pubblica, non di un evento che palesa qualcosa di nuovo: non c’è una moltitudine sconosciuta da indagare, ci circondano figli parenti amici che arrancano nell’intermittenza, nella cosiddetta ‘flessibilità’: di cui sanno dire quasi sempre parole di ironica ferocia, agendo una strategia di ‘distanziamento’ per chiarire che ciò che gli capita non è ciò che sono. Pur se è duro – come ciascuno di noi sa per ogni ambito della propria vita –
riuscire a non farsi minimamente scalfire dalla svalorizzazione che ci colpisce ad onta della nostra qualità.
Ci sembra importante non dimenticare mai questa concreta condizione di donne e uomini in carne e ossa: che fra l’altro ci riguarda tutti, perché le singole svalorizzazioni operate nell’attuale frangente del capitale segnano una cartografia precisa nel controllo e divisione sulla forza lavoro. E dunque è da qui, insieme a queste voci, che si può con serena durezza criticare la finanziaria del governo di centro-sinistra per quel che fin qui ha prodotto: non ci acquietiamo su qualche «piccolo passo« (se c’è) a fronte di una condizione di precari, disoccupati, intermittenti – certamente non solo nel pubblico impiego – per i quali non c’è risposta consapevole neppure riflettendo sulla tanto declamata «Europa», dove le integrazioni al reddito e le altre misure del normale welfare ci collocano a anni luce di distanza, in compagnia della sola Grecia.
Resta, palpabile, il problema dei sindacati: troppo attenti tutti, ci pare, a preoccuparsi della identità delle rispettive sigle – grandi o piccole che siano -, incapaci di osare, scendere per le strade fra diversi, a fronte di una questione bruciante.