Vite in borsa

Dalla sera di martedì 11 settembre il mondo, soprattutto quello occidentale è sgomento e ansioso. Sgomento per la strage terroristica nel cuore dell’impero e ansioso, meglio impaurito per le sue possibili conseguenze. E’ stata annunciata una guerra senza quartiere, ma anche inedita: non contro uno stato, ma contro tutte le basi del terrorismo che si possono annidare ovunque anche sotto casa. Tuttavia non sono passati neppure sette giorni e quel che polarizza l’attenzione dei maggiori organi d’informazione, dei governi e dei poteri che contano è la borsa di New York. I morti, la paura della guerra, lo stesso bin Laden almeno per un giorno sono passati in seconda linea.
Può sembrare un paradosso, ma è la realtà: guardate i giornali di oggi. Sarò scolastico, ma mi è impossibile non dire: è il capitalismo signori. Un crollo della borsa di New York sarebbe stato più catastrofico del crollo delle due torri. Sarebbe stato il segno della disfatta dell’impero e dei suoi alleati dentro e fuori la Nato. Bush ha gridato che vuole bin Laden vivo o morto, ma se la borsa fosse crollata il tono di quel grido non sarebbe stato imperioso, bensì lamentoso.
Per questo sono stati fatti tutti gli sforzi, da parte degli stati più che dal mercato (il keynesismo ha preso il volo con la guerra) per frenare la caduta, che peraltro era già avviata prima del colpo terroristico. E’ stato annunciato il raddoppio delle spese per la difesa, le imprese sono state indotte a ricomprare le loro azioni, la Federal Reserve e la Banca centrale europea e anche il Canada hanno ridotto i tassi di sconto.
Tutti questi sforzi non sono valsi a impedire la caduta (meno 7 per cento) che tuttavia, per quanto pesante, non è diventata un crollo. Anche grazie al rialzo (ma questo appartiene alla tradizione) dei titoli delle imprese che producono per la guerra: Raytheon ha segnato un incremento del 25 per cento, Alliance Technosystem del 22 per cento, Lockeed Martin (quella di Antelope Cobbler e dello scandalo italiano) del 15 per cento. E altre ancora. L’uso di medicine così forte induce, in ogni modo, a pensare che la malattia è seria.
Di fronte allo sforzo statale per sostenere la borsa viene da dire che se tanto impegno fosse stato messo nella lotta al terrorismo, con il quale invece c’erano stati torbidi legami, le due torri forse sarebbero ancora in piedi. Ma vale ripetere che il profitto conta più della sicurezza? Non solo per gli infortuni sul lavoro, ma anche rispetto al terrorismo, che talvolta viene alimentato e usato.
Vedremo oggi come andrà quella nostra stella polare che è la Borsa di New York e penso che, a rischio di smentita, quella di oggi sarà una giornata più difficile. Ma se le cose nel nostro mondo occidentale, sviluppato e acculturato, dipendono tanto dalla Borsa, credo che qualche riflessione sulla civiltà occidentale dovremmo pur farla ed essere più prudenti nel proclamare che la guerra annunciata sia uno scontro della nostra civiltà contro la barbarie.