Violenza, base del «nuovo» Iraq

Il dibattito che si è aperto sul «manifesto» a seguito degli articoli di Marco D’Eramo e Gabriele Polo sulle possibili differenze/ convergenze, tra l’esecuzione di Mussolini e quella di Saddam Hussein, e relativo ruolo della pena di morte, deve essere arricchito di un fattore simbolico-politico che comunque le accomuna al di là dei giudizi etici che se ne possono dare. Mi riferisco a quella che Renè Girad nel suo La violenza ed il sacro, chiama la «violenza fondativa» concetto simbolico poi ripreso a livello più politico, ma non meno simbolico, anche da Carl Schmitt nel suo Nomos della terra. La prospettiva nella quale questi autori inquadrerebbero il dibattito, e che sembra utile anche al nostro, sarebbe quella di rispondere alla seguente domanda «di attualità». È stata l’impiccagione di Saddam un atto di «violenza fondativa» non solo per il «nuovo» Iraq americano ma, più in generale, di quella concezione del diritto internazionale che la guerra globale contro il terrorismo ha di fatto intenzione di imporre? Da quello che ci risulta, sia dal punto di vista simbolico, il giorno «del sacrificio» scelto per l’impiccagione, che da quello politico, il processo dei vincitori e del loro diritto in quanto tali, sembra proprio di sì. E allora è palliativo indignarsi contro «l’illegalità» del processo a Saddam senza denunciare, ancora e ancora, che questa deriva del diritto internazionale umanitario è iniziata dalla guerra del Kosovo, e proseguita con l’Afghanistan e l’invasione dell’Iraq. Chi denuncia l’esecuzione di Saddam, come fa l’Europa, dovrebbe allora ritirarsi anche da altre situazioni di illegalità internazionale. E ancora, dato che tutti i processi di questo tipo hanno come riferimento non il diritto che precede ma il facimento di quello che sarà, bisogna considerare la battaglia Onu contro la pena di morte, non un semplice esercizio a la Pannella, più testimoniale che realmente politico, quanto una battaglia «simbolica» che scardina il centro stesso di una concezione del potere come fondato sulla violenza e dunque sulla sottomissione dei vinti, chiunque essi siano. In realtà senza la pena di morte questo «nuovo» diritto internazionale non potrebbe esistere, semplicemente, perché questa pena è la massima espressione della violenza fondativa di un sistema di coerenza giuridiche che la innalza al ruolo di «madre» di tutte le altre violenze che da essa discendono, le torture dei corpi di Abu Graibh, ma anche di quella che condanna milioni di persone alla morte per fame o Aids negando gli aiuti internazionali. Ecco la spiegazione della necessaria spettacolarizzazione del cappio, degli annunci reiterati, delle altre esecuzioni che seguiranno. Ecco di converso anche spiegata la pavidità con la quale il governo sta affrontando la sfida posta dai radicali, ma a questo punto direi non solo da loro, contro la pena di morte all’Onu. E’ difficile cercare alleanze che contano quando si è all’interno della Nato e alla difesa si dedicano cifre dieci volte superiori di quelle per la cooperazione civile.

* Docente di Diritto europeo della cooperazione internazionale Università di Urbino