«Violenti? Colpa della noia»

AUBERVILLIERS (Saint Denis)
Sabato pomeriggio, il giorno dopo la notte più calda, dove circa 900 auto sono andate in fumo nelle periferie francesi e qui a Aubervilliers sono stati incendiati due magazzini tessili. L’unico segno inquietante è il rumore dell’elicottero che il ministero degli interni ha inviato a sorvegliare le banlieues e che passa e ripassa sopra le nuvole. Gli scontri diretti polizia-bande di giovani sono in diminuzione, perché la tattica è cambiata e i gruppi agiscono a scatti, dispersi ma coordinati tra loro attraverso i telefonini, evitando il confronto diretto con le forze dell’ordine. Nella rue des Cités – le cités sono gli insiemi di condomini popolari – dei ragazzini giocano a calcio, altri a basket. Altri sono di fronte a un centro sportivo, tutti maschi, quasi non si parlano. C’è un’impressione di noia generalizzata. Sulla strada dei vetri rotti, unico segno degli scontri della notte precedente, alcune famiglie escono con i carrelli pieni dall’iper-mercato Casino, sul viale che porta a La Courneuve. Qualche strada più in là, in rue Lecuyer, dove ci sono ancora dei vecchi laboratori artigiani – ma c’è anche un teatro-centro di incontri e un grosso centro sportivo che pubblicizza i corsi di judo che insegnano il «rispetto» e il «controllo di sé» – un gruppo di ragazzi è seduto sui cofani di due auto posteggiate. Lì vicino, i segni lasciati dall’incendio di un’auto. Discutono degli «avvenimenti». Cosa è successo? «Successo? Niente, è come al solito», risponde uno di loro. «Sono della bambinate – analizza Nabil – uno comincia a bruciare un’auto in una banlieue e gli altri seguono, perché non c’è nulla in periferia, ci si annoia, tutto questo è giustificato dalla galera che viviamo, non si possono passare le giornate con le spalle appoggiate a un muro». E poi, «che senso della responsabilità possono avere quelli che bruciano tutto, quando sono ragazzi di 20-25 anni, usciti dalla scuola a 15, e che hanno passato dieci anni in strada senza fare niente?».

Aggiunge con sfida: «Siamo anche disposti a ricorrere al crimine, come in questi giorni. Ma in realtà vorremmo che fosse l’ultima volta che siamo obbligati a fare queste azioni; che fosse, come dire, un gettare i dadi e per una volta vincere». Gli altri danno dei nomi di battaglia, Fugitif, Dums, Sbig, Frost (che è Nabil), «nomi americani» e ridono contenti. «Il problema serio è la disoccupazione», dice uno. «Ci hanno catalogati, questo è il problema – aggiunge Nabil – questo non è il paese delle belle donne e delle belle città? Perché noi non possiamo godere di queste belle cose?».

Aubervilliers, in effetti, è alle porte di Parigi, ci arriva la metropolitana, neppure una decina di fermate per essere in pieno centro. Perché non ci andate? «Abbiamo addosso un’immagine che ci perseguita», come se l’idea del ghetto fosse prima di tutto nella testa, «qui soffochiamo, cerchiamo una via d’uscita». «Io ho un diploma, ma non posso usarlo, così sono costretto a spostare delle macchine», afferma Nabil. Che con aria di sfida afferma: «Noi siamo una razza di schiavi, c’è una grossa ipocrisia in questo paese». Un altro aggiunge : «Noi facciamo qualunque cosa ci chiedano: assaltare una banca, lavorare al canile, fare dei traslochi, perché tutti corrono dietro ai soldi qui». E la scuola? «Funziona così – dice il più sfrontato, che afferma di avere 22 anni, ma poi confesserà di averne solo 16, “perché noi abbiamo i segni della vita vissuta sul volto, a differenza dei franco-francesi” – ti danno tre possibilità e poi via, così o c’è la prigione oppure il foyer, se no devi avere i genitori che sono Luigi XIV e che vivono nel XVI arrondissement». E i vostri genitori cosa vi dicono? «Ci dicono: vai a lavorare! Ma dove? Con le delocalizzazioni, volute dalla destra al potere, non c’è più lavoro, cosa ci rimane da fare? Il pony express per consegnare le pizze a domicilio?»

Poi Nabil aggiunge, con un sorriso: «Qualunque cosa succeda, avremo comunque sempre un’idea per uscirne fuori. Perché? Perché noi viviamo sbrogliandoci, siamo abituati». Nabil parla allora del suo gruppo musicale che fa musica hip pop, che si chiama Nefaste e che ha già inciso un cd. Sono in 12, «componiamo in strada, in auto, con il computer», ed è fiero. Cita un verso di un cantante rap che gli sembra descrivere bene la situazione: «Prendere gusto al disgusto».

Questi ragazzi considerano che gli avvenimenti di questi giorni finiranno «a Natale» o prima, «come al solito i politici faranno qualcosa, perché in fondo siamo noi a votare, non possono stringere troppo la morsa». E poi tutto continuerà come prima. «Non è il seguito di quello che hanno vissuto i nostri genitori, in silenzio, per raccattare dei soldi?». Nabil filosofeggia e dà un’immagine interessante: «Ci sarebbe bisogno di uno psicologo in ogni strada di banlieue, perché nessuna sa più dov’è, ognuno parte in una direzione diversa». «E nessuno sa cosa c’è in fondo alla direzione presa», aggiunge un altro.

La polizia è il problema. I ragazzi raccontano del loro amico, morto il primo aprile di quest’anno in rue du Lundi, qui dietro, inseguito da un’auto della polizia è caduto dal motorino. «I poliziotti credono di poter fare tutto quello che vogliono», «nessuno è stato punito per aver tirato il lacrimogeno nella moschea a Clichy, dove c’erano dentro delle famiglie, dei bambini», del resto «i tribunali sono solo per noi». Gli insulti a Sarkozy abbondano, in risposta a quelli profferiti dal ministro contro la «feccia» delle banlieues. L’islam, per questi ragazzi, è qualcosa di esterno, lontano. «Non pratichiamo, forse lo faremo più tardi, i giovani delle banlieues sono lontani dai discorsi delle moschee – spiega Nabil – non abbiamo nulla a che vedere con loro e il loro pensiero, anche se alcuni possono poi cercare l’islam per trovare la pace». «Come vede – conclude Nabil – qui tutto è un nodo», una contraddizione.

E’ l’immagine di questo movimento, che è difficile da rappresentare. Fanno violenze che sono subite soltanto dagli abitanti delle periferie, distruzioni di autobus, di scuole, di asili nido, di palestre, come è ancora successo nella notte tra venerdì e sabato, che sono solo delle trappole per loro stessi. Uno di questi ragazzi accenna al fatto che vorrebbe «una mano tesa, da qualche parte» per aiutarlo a farcela. Ma ieri Nicolas Sarkozy ha affermato solenne: «Riporteremo l’ordine e la tranquillità», ha definito la politica fatta dalla sinistra ai tempi di Jospin (che i giovani dicono di aver apprezzato) «angelica e disastrosa». Dominique de Villepin ha di nuovo riunito una decina di ministri. Prepara un altro «piano di azione» per le banlieues, che nel gruppetto di Auberviliers solleva solo scetticismo. I sindaci, di destra come di sinistra, esprimono preoccupazione e sottolineano che dal 2002 i finanziamenti per gli investimenti sociali sono stati decurtati drasticamente. Ieri mattina a Aulany-sous-bois e a Bobigny ci sono state delle marce della popolazione guidate dai sindaci per chiedere il ritorno alla calma.