Villepin: «Ristabiliremo l’ordine»

La settima notte di scontri nelle periferie parigine segna un preoccupante salto di qualità: il piombo. Macchine e autobus incendiati, bottiglie molotov, granate lacrimogene, assalti ai centri commerciali, tafferugli, arresti e ferimenti, ma anche i primi colpi d’arma da fuoco, apparentemente esplosi dai gruppi di giovani verso le compagnie di polizia e pompieri. «I proiettili sparati sono quattro» in due zone diverse, precisa Jean-Francois Cordet, prefetto del dipartimento di Seine-S. Denis. Per fortuna nessuno è stato colpito dalle pallottole, ma l’episodio è l’emblema di una situazione che ormai è sfuggita al controllo di tutti gli attori in campo e che rischia di degenerare in un’escalation incontrollabile di violenze. «E’ un contesto drammatico e molto serio, e temiamo che gli eventi siano destinati peggiorare», ha ammesso Françis Masanet, segretario generale del sindacato di polizia Unsa. In effetti la mediazione tra le parti sembra per il momento una prospettiva impraticabile, con i reparti antisommossa che presidiano minacciosamente i ghetti più “caldi” e i gruppi di giovani che vivono la militarizzazione delle banlieues come una costante provocazione nei loro confronti.
Il governo liberal-gollista è ben consapevole che, per uscire dalla strettoia limitando le conseguenze politiche, dovrà coniugare fermezza e diplomazia, evocazione della legalità e pratica del dialogo. Una quadratura del cerchio assai complicata ma doverosa. Non a caso, il primo gesto del premier de Villepin è stata la messa in secondo piano del ringhioso Nicolas Sarkozy, il ministro dell’interno che si era rivolto ai rivoltosi con epiteti degni di un pasdaran xenofobo e non di un rappresentante della Repubblica. La consegna ufficiale per il gendarme “Sarko” è dunque molto chiara: profilo basso. Lo stesso presidente Chirac, cosciente delle pulsioni piromani del ministro dell’interno, era intervenuto mercoledì scorso lanciando un appello «alla calma e alla serenità». Appello generale ma che i maligni hanno interpretato come un invito alla moderazione all’ingombrante Sarkozy. Questione di porre una linea di demarcazione tra il poliziotto cattivo e quello gentile. Questo non significa che la linea del governo sarà morbida e colloquiale, che la “tolleranza zero” verso la microcriminalità giovanile, parola d’ordine tanto cara a Sarkozy verrà accantonata da Villepin, che i celerini armati fino ai denti che pattugliano i quartieri “sensibili” saranno rimpiazzati da altrettanti assistenti sociali. Anche se pronunciate in forme più urbane e civilizzate, le parole di Villepin non lasciano in tal senso spazio a dubbi: «Non ci faremo piegare dalla violenza l’ordine e la giustizia avranno l’ultima parola, la nostra priorità consiste in un immediato ritorno alla normalità», ha dichiarato ieri mattina il premier. Pur accettando di rimanere sullo sfondo delle polemiche, anche ieri il ministro dell’interno ha perso un’occasione per tacere: «Sono convinto che non si tratta di violenze spontanee ma di scontri organizzati, stiamo cercando di capire da chi e da come». Già, da chi e da come Sarkozy non l’ha detto, ma che importa, la strategia dell’astro nascente della nuova destra transalpina è semplice: creare conflitto.

La notte intanto continua a bruciare, illuminando a giorno i cieli di Clichy-sous-bois, epicentro della rivolta dei ghetti dopo la morte, la scorsa settimana, di due adolescenti fulminati in una cabina elettrica mentre fuggivano da un controllo di polizia. Ma le violenze stanno conquistando decine di nuovi comuni dell’hinterland della capitale dove vivono migliaia di ragazzi di origine nordafricana, assai sensibili alla contagiosa spirale degli scontri metropolitani. Zone franche, territori immuni alle virtuose (e formalissime) geometrie sociali evocate dalla retorica repubblicana. Territori che per l’ottava notte di seguito si preparano alla guerriglia urbana.