Vicenza in rivolta, la scossa all’Unione che arriva dalla base

Gli americani a Vicenza si intuiscono. Sono invisibili. Chi li ha visti favoleggia di risse al bar e in pizzeria, di figli e figlie cresciute senza padre, oppure ricorda una Mary o una Jane, bellezze diverse che hanno lasciato il segno quaranta anni fa – «quelle due ragazze erano bellissime, con i jeans stretti e l’ombelico di fuori, ho preso una vera cotta… ecco questo è l’unico contatto che ho avuto con un americano», ricorda Vittorio Palma, della Cgil di Vicenza. Almeno Goffredo Parise, cinquanta anni fa, nel racconto breve «Gli americani a Vicenza», ogni tanto ne incontrava un gruppetto, e c’era sempre qualche «negro» ubriaco. Ma anche allora erano presenze aliene che sbucavano dalla nebbia e che ogni tanto sporcavano la piazza palladiana con un fiotto di sangue, coltellate, cocci di bottiglia… Oggi sono ancora più alieni ma al massimo si scazzottano e lo fanno solo ogni tanto, al Palladium, la discoteca dove gli extracomunitari yankee alzano il gomito, e le mani, con i «nostri» extracomunitari (albanesi, marocchini) e con gli italiani.
Difficile, a Vicenza, trovare qualcuno che davvero ce l’abbia con gli americani. Niente antiamericanismo, dunque, se vogliamo ragionare guardando al presente. Difficile anche trovarne uno vero. Eccolo: in maglietta a strisce bianche e blu, alto, forte e non ha freddo, come un americano vero. Con passo veloce sfila lungo il muraglione della caserma Ederle. Vicenza è militarizzata, ma con una certa discrezione. Allora come è potuto succedere che un’intera città si stia mobilitando contro la nuova base americana sprigionando un’energia sconosciuta – «mai vista qui, nella storia, una manifestazione come quella del 2 dicembre…» – e per certi versi sorprendente? (va bene che siamo a Vicenza, ma non capita spesso di vedere a braccetto una almirantiana di ferro e una giovane no global che si giurano fedeltà nella lotta).
Salendo sul Monte Berico, si comincia a capire. Dall’alto del piazzale, Vicenza galleggia nella nebbia ma da lassù si vede chiaramente: la città è circondata su due lati dalle basi militari. La prima, ormai, se la devono tenere, ma la seconda, giurano i vicentini, non la costruiranno mai, «perché faremo di tutto per impedirlo, il nostro modello è la Val di Susa». Da quassù si percepisce la California d’Italia, come dice Marco Paolini, un grumo di storia che si addensa intorno a piazza dei Signori e sullo sfondo, a perdita d’occhio, capannoni capannoni e insegne luminose. Laggiù in fondo, su un campo di grano, lungo il perimetro dell’aeroporto Dal Molin (dove il governo dell’Unione, «con una pugnalata alla schiena», ha dato il via libera agli americani), i comitati contro la base hanno tirato su un tendone nel giro di pochi minuti, è bastato il proclama rumeno di Prodi.
Si crepa di freddo, e il presidio è permanente. Qualcuno prepara gli addobbi – «Prodi servo degli Usa» – ma il luogo è ospitale, e non bisogna farsi ingannare dagli slogan un po’ datati. Provocare Liliana Varischio, 59 anni, lei «dopo Almirante più nessuno», è un gioco da ragazzi. Ma istruttivo per comprendere la nuova «maggioranza silenziosa» coscienziosamente ambientalista di questa anomala protesta vicentina. Dice: «Per me la salvaguardia del territorio è tutto. Nel 2006 il bene supremo è l’acqua, l’aria… non si può fare una cazzata come questa. Ma è possibile puntare ancora sulla crescita costruendo un nuovo insedimento militare?». Ma signora, e questi no global? «Qui ho trovato persone attente e disponibili che hanno saputo protestare senza esagerazioni, con loro sto benissimo». Giorgio Benedetti si scalda vicino al fuoco, è in sciopero della fame. La sua analisi, più o meno, è condivisa da tutti quelli che nel pomeriggio vanno ad assediare pacificamente il palazzo del Comune per gridare «vergogna», un urlo che da piazza dei Signori arriva dritto fino a Roma. «Mai a Vicenza – dice un sindacalista – si era registrata una tale lontananza dalla politica». Spiega Benedetti: «Le dichiarazioni di Prodi mi hanno offeso e umiliato, è incredibile pensare di distruggere un territorio così. Questa base, tra scempio ambientale e svolta militarista, rappresenta l’esatto contrario di ciò che c’era scritto sul programma dell’Unione. La sinistra qui ha perso la dignità, non sono un ingenuo ma da questo governo mi aspettavo qualcosa di diverso, dal Prc e dai Verdi adesso mi aspetto le dimissioni». Da Martina Voltaggio, disobbediente vicentina, ci si aspetterebbe invece un po’ di sano – e perché no? – antiamericanismo. E invece no. «Ho parenti che lavorano in base, da piccola ci andavo a giocare e capisco le preoccupazioni di chi ci lavora, anch’io mi sento parte di una Vicenza che ha vissuto a contatto con gli americani. Ma sono antimilitarista, il problema sono i soldati che stanno facendo la guerra». Martina sa che qui sarà dura ripetere la Val di Susa. «Eppure – giura – non ho mai visto tante persone indignate, occupare i binari alla stazione per molti è stato l’atto più illegale della vita… quasi tutti i vicentini sono contrari alla base, chi tace o non si fa vedere è solo perché non ha fiducia nella politica, dice che tanto il governo ha già deciso». Inutile nascondersi che l’unità del «movimento», come al solito, come sempre, come ovunque, è un meccanismo delicato che rischia di andare in pezzi per un nonnulla. Cgil e Disobbedienti, tanto per fare due nomi. «Siamo tutti per il no e non in maniera ambigua pur partendo da storie e valutazioni diverse», sintetizza Martina.
Chi non tace e si fa vedere, nel pomeriggio si dà appuntamento in piazza dei Signori, per attendere al varco i consiglieri comunali, un pressing simbolico seduti per terra e quasi in braccio alla polizia urlando «vergogna» a colpi di pentole e tamburi. Duecento persone. Il cartellone che meglio riassume: «Nessuno vi ha eletti per vendere la città». L’analisi politica più verosimile (nel vicentino): «Ho passato anni a dire che bisognava battere Berlusconi, questo è il funerale del centrosinistra, qui non beccano più un voto». I due ingressi del Municipio sono presidiati dai celerini, qualcuno perde la calma (e il manganello) solo quando il consigliere Poletto (Ds) deve sbracciarsi per varcare la soglia. Niente di che, ma volendo si potrebbe confezionare un bel servizietto telecomandato sui soliti estremisti di sinistra. A proposito, ecco Andrea, 26 anni, che ha votato destra: «Sono indignato perché continuano a parlare di estrema sinistra per screditare questa protesta, io sono contrario alla base e non ce l’ho con gli americani, se facessero una università americana sarei contento». Massimiliano, 26 anni, si intromette per rinforzare un concetto. «Gli americani non sono un problema, tanto non si sono mai integrati. Oggi è diventato di moda parlare di ambiente a livello globale, ma quando il governo decide di sistemare una base militare vicino a un centro storico se protesti ti dicono che ti agiti per dei dettagli. Nel mio caso, sono contro anche perché pacifista, ma devo ammettere che in questo caso è un fattore secondario». Luisa, insegnante, simpatizza per i Verdi, suo padre è di destra eppure questa volta la pensa esattammente come lei. E’ arrabbiatissima e stanca di ripetersi. «Non ho proprio niente contro il popolo americano, ma contro il governo Bush sì. La base qui a Vicenza non serve, la città avrebbe bisogno di una università e di servizi, non di una ulteriore militarizzazione. Basta guardarsi in giro per accorgersene: qui non c’è nulla, questa è una città morta, abbiamo solo il Palladio e tanti bar dove le persone vanno a ubriacarsi… e un tasso di suicidi altissimo». Lo slogan più carino, urlato al megafono in faccia ai poliziotti, serve anche per togliersi certi brutti pensieri. «Basi basi, solo con la lingua». Un dialetto dolcissimo.