Viaggio tra i serbi di Gradac, dove ci si muove solo sotto scorta Onu

Kosovo, tra autonomia e indipendenza il rompicapo di un non Stato

Inscatolato nel villaggio di Grabac tra le colline di Klina, il mondo di Zradko Nedi ha confini limitati. «Da quando sono tornato, nel 2002, non sono andato oltre Grabac e Bica, a due chilometri da qui, e a Mitrovica, una volta la settimana scortato dagli italiani». Non ci sono molti contatti con il mondo circostante per la manciata di serbi tornati qui poco meno di tre anni fa e ancora ingabbiati in questo angolo del Kosovo occidentale da dove escono solo sotto scorta. «Il bus per Mitrovica è ogni giovedì. Vado spesso, ma adesso vogliono farci accompagnare dalla polizia kosovara, non più la Kfor italiana. Senza i militari io di qui non esco». Non ci sono vie di mezzo e Zradko, 43 anni e tanta voglia di una normalità che non arriva, non coltiva più né la sua terra né le sue speranze. Vita difficile quella dei serbi kosovari da quando nel giugno 1999 si ritrovarono senza patria. Cinque minuti per prendere le loro cose e scappare, sei anni per riuscire a tornare.
Grabac è a poco più di cinquanta chilometri da Pristina, ma non potrebbe essere più lontana la capitale dove si fanno i giochi del Kosovo che verrà. O almeno ci si prova, ma è come cercare la soluzione di un cubo magico, bloccato ad una facciata dalla soluzione da oltre sei anni. Kai Eide, diplomatico norvegese, è stato nominato da Kofi Annan inviato speciale nella regione per valutare i progressi democratici del governo a interim guidato da Bajram Kosumi. E quello che ha visto non gli è piaciuto. E’ deluso dalla situazione nella provincia dopo sei anni di amministrazione internazionale, il nodo per lui è quello di creare un ambiente politico da stimolare il ritorno dei rifugiati e degli sfollati. «Non credo che esista qualcosa di simile in Kosovo» ha detto. Ci vogliono «ulteriori progressi» prima che abbiano inizio i colloqui sull’assetto politico finale della regione.

Chi sperava in una promozione della democrazia kosovara dovrà aspettare settembre e la relazione di Eide al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e al Segretario Generale sull’applicazione degli standard democratici e dei diritti umani stabiliti dalla comunità internazionale per l’avvio dei colloqui. Ma certo le dichiarazioni filtrate non incoraggiano lo sblocco di una situazione già calda. I negoziati sono già accesi prima di cominciare tra il diktat albanese – indipendenza incondizionata – e quello serbo – larga autonomia, ma sotto Belgrado.

Le soluzioni di vari think tank sono piovute nell’ultimo anno, da quando la comunità internazionale è stata scossa dal dormiveglia con le rivolte del marzo 2004 -19 morti, 4000 sfollati e centinaia di case andate in fiamme su cui farsi l’esame di coscienza. L’ultima, in ordine di tempo, è del Consiglio americano per la politica estera: propone una «indipendenza condizionata» che Belgrado potrebbe accettare in cambio di garanzie di sicurezza assoluta per la minoranza serba kosovara, lo status di candidato all’ingresso nella Ue nel 2006 e compensazioni monetarie in aiuto all’economia serba in crisi cronica. Potrebbe. Condizionale d’obbligo visto che Boris Tadic, presidente della Serbia, di modifica dei confini e la creazione di nuovi stati nei Balcani non vuol sentir parlare. Tadic ha detto chiaramente che l’eventuale indipendenza provocherebbe una serie di «nuove turbolenze», chiedendo per il Kosovo «più autonomia e meno indipendenza». Quasi un indovinello in tipico linguaggio balcanico che per Tadic significa un Kosovo senza forze armate proprie e una Serbia che non si intromette nella vita politica della maggioranza albanese che amministra il territorio. Quello che interessa a Belgrado, ha detto Tadic, sono «relazioni istituzionali con i serbi che vivono in Kosovo e protezione della cultura cristiana».

La maggioranza deve però dimostrare buon governo, democrazia, sviluppo economico, diritti umani, libertà di movimento per i serbi. Quest’ultima Zradko non la esercita da quando è tornato. «Quando settimane fa sono andato a Bica gli albanesi hanno tirato sassi contro la nostra auto. Come si fa a restare?». Ma non per tutti è così. Nei vicini Siga e Brestovik, quindici chilometri da Pec, dove una cinquantina di serbi sono tornati lo scorso giugno, un aiuto alla ricostruzione lo sta dando una brigata dei Kpc, quelle Kosovo Protection Corps dove nel 1999 sono confluiti elementi della disciolta guerriglia albanese dell’Uck.

A Vidanje il dialogo con i vicini albanesi è costante e anche l’ostacolo del primo ritorno urbano è stato superato. Una mappa della tolleranza a macchia di leopardo. David Halley, funzionario Onu per i ritorni della regione di Pec, è ottimista. «I progressi ci sono, lenti, ma fondamentali. Otto famiglie sono rientrate nelle loro case nel centro di Klina, un passo avanti impensabile un anno fa». Certo chi è rientrato non è nel fiore degli anni, i più giovani sono vicini alla quarantina, ma Klina non è una piazza facile dove gli oltre cento albanesi dei quali non si sa nulla sono un’eredità pesante da gestire.

Ritorni lenti, ma inesorabili? Forse, anche se l’età media rimane alta per parlare di ripopolamento. Mancando le scuole in lingua slava, ospedali per curare i malati e posti di lavoro per i serbi. Se il 50 per cento della popolazione albanese è disoccupata, tra i serbi la percentuale sale all’80. Se gli albanesi sono circa due milioni e oltre la metà ha meno di venticinque anni, i serbi sono circa 100 mila e la maggioranza ha oltre cinquant’anni. I giovani non ci sono più, chi rimane cerca di lavorare per le organizzazioni internazionali. Altrimenti cercano di ricostruirsi un futuro a Belgrado, Nis, Kraljevo, Novi Sad.

Le esplosioni che un mese fa hanno colpito il triangolo governativo della capitale non sono certo rassicuranti, né un segnale positivo per il test di democrazia. I vetri del quartier generale dell’amministrazione Onu (Unmik), il palazzo del governo e la sede dell’Osce hanno tremato, quelli dei negozi vicini sono andati in frantumi. Poi è toccato al Ministero per i ritorni, l’unico presieduto da un serbo, Slavisa Petkovic. Una sicurezza che rimane volatile e il partito di opposizione Pdk (Partito Democratico del Kosovo) che conferma l’esistenza di un sedicente Shik (Kosovo intelligence service), illegale visto che la sicurezza è una delle competenze riservate all’amministrazione internazionale, insieme a finanze, minoranze e giustizia. Il clima è da calma prima della tempesta, gli albanesi sempre più impazienti perché del limbo che blocca gli investimenti e congela il lavoro non ne possono davvero più. Albin Kurti, trentun anni, tre dei quali passati in un carcere “nemico” in Serbia, è il simbolo di questo malessere. Il suo Kan composto da giovani – Kosovo Action Network – spinge per l’autodeterminazione con parole e fatti. L’ultimo raid è durato dieci secondi. Sono arrivati in moto, 24 in tutto, una lettera a testa e via. Sull’edificio Onu è rimasto solo «Jo negociata, vetëvendosje», Nessun negoziato, autodeterminazione. I poliziotti non hanno avuto il tempo di posare la tazzina di caffè nel bar dall’altra parte della strada. La spray revolution è stata più veloce di loro. Per Kurti, un eroe per molti giovani, l’autodeterminazione è «la sola condizione». La comunità internazionale «può trovare qualche politico disposto a firmare una nuova dipendenza formale del Kosovo dalla Serbia, ma la gente qui non lo accetterà mai. Questo sistema politico deve essere rovesciato con un cambiamento radicale, una rivoluzione che non porterà ad una guerra, anzi farà sì che non scoppi una nuova guerra». Lui rimane libero, i suoi attivisti vengono arrestati dopo ogni graffito lasciato sui muri di mezzo Kosovo e la polemica si fa forte.

Tutti gli sforzi per riportare a casa il maggior numero possibile dei 200 mila tra serbi e altre minoranze fuggiti nel 1999 – a giugno 2005 ne erano rientrati 13,060, dei quali 6,074 serbi – potrebbero vanificarsi però se la regione otterrà l’indipendenza. Zradko, dice, preparerà i bagagli all’annuncio, altri, come Milomir, tornato lo scorso anno dal Montenegro a Brestovik, pensano che in fondo di scappare non ne possono davvero più.

L’ennesimo rompicapo balcanico di questo non-Stato litigato tra i due milioni di albanesi e i poco più di 100 mila serbi a traballante avamposto di Belgrado deve essere sciolto, con coraggio.