Viaggio nel Sud

I siciliani la prendono con una certa rassegnazione, com’è loro solito. D’altronde rimane la maniera più economica per andare al nord, “nel continente” come si diceva un tempo. Con buona pace dei voli low cost. E saltando la Salerno-Reggio Calabria, inferno di ogni automobilista. La “freccia del sud”, pezzo di un passato mai finito, è ancora lì. E le sue carrozze sgangherate collegano sempre Siracusa a Milano. Diciannove ore di viaggio attraverso la penisola stretta e lunga, che sembra non finire mai. Si parte alle 19 e 50, si arriva alle due del pomeriggio del giorno dopo. Come dire si sale in un mondo si scende in un altro, in terra straniera, nel nord diverso e lontano che ha segnato le vite di milioni di emigranti. Un tempo erano valigie di cartone, bambini emozionati, un carico di umanità, diperazione e speranza. Oggi giovani laureati in cerca di un lavoro adeguato alla propria preparazione. E’ un treno che unisce il paese, ma che dimostra come sia profondamente diviso.
Arrivo alla stazione di Siracusa correndo, il treno non aspetta. Salto a due a due gli scalini del sottopassaggio trascinando la valigia. Le carrozze sono ancora lì, i passeggeri fumano l’ultima sigaretta del condannato, intrattenendosi coi parenti. Sarà l’ultima veramente, dato che in tutti i treni, anche quelli a lunga percorrenza, è vietato fumare. Un giorno senza sigarette è una tortura per ogni buon fumatore,
e poi tirare lunghe e voluttuose boccate guardando la terra che scorre dal finestrino è un piacere come pochi. Violerò la legge, come tutti, facendo attenzione a non farmi scoprire. Salgo quando l’orologio segna
le otto in punto. Si parte. Dieci minuti di ritardo non sono un gran problema, quando ti aspetta una serata e una notte e una mattina di viaggio. E poi nel ritardo della “freccia” c’è una meccanica regolarità. Si accumula fino a un’ora e mezza di ritardo a Napoli. Si arriva puntuali a Milano. Nelle pianure del nord va tutto una meraviglia, mentre la Calabria è stretta, lunga e tortuosa.
Nel mio vagone c’è Alfio, arriva dopo di me, solo un istante prima che cominci il viaggio. Lo aiuto a posare un valigione sul portapacchi. Ci presentiamo mentre il treno si mette in moto.
Passiamo tra le ciminiere del Petrolchimico di Priolo, in una surreale atmosfera di deserto industiale, quando il sole sta per tramontare. E’ il complesso petrolchimico più grande d’Europa, una cattedrale nel deserto impiantata qui negli anni ’60 che ha inquinato e ucciso, ma ha anche dato il lavoro che mancava. Mi sorprendo a guardare i tubi intricati e complessi, e le fiamme sulle torri, che non si spengono mai. Ed è a questo punto che il mio compagno di viaggio mi parla: «fino a pochi anni fa lavoravo qui», mi dice, come un pensiero ad alta voce. Figlio di un operaio Alfio si è accorto che il benessere dell’industria pubblica è ormai finito. E che quel mestiere tramandato da padre in figlio sta per sparire. «Ho lavorato per quattro anni, due contratti biennali. Manovravo i binari nella rete ferroviaria che collega i diversi settori del petrolchimico», racconta. «Poi il contratto non mi è stato rinnovato e adesso sono qui, vado a lavorare a Milano. A 32 anni, con una figlia, non ho altra scelta». E mi fa vedere lo schermo del cellulare, con una foto di una bambina sorridente. «A Milano mi ospiterà un mio vecchio amico di Siracusa», aggiunge. «Starò via per un paio di mesi, con la speranza che mi stabilizzino il contratto». Poi si parla di musica. Alfio scrive canzoni, adora Pino Daniele. «Ma la chitarra ho preferito non portarla: il viaggio è troppo lungo».
Catania, Acireale, Taormina, Messina. Sono le 11 e un quarto, solo venti minuti di ritardo. Inizia la lunga attesa del traghetto. Qualcuno scende per sgranchirsi le gambe, altri approfittano per fumare una sigaretta.
Il lungo serpentone del treno entra e esce più volte dal traghetto, i vagoni vengono separati sui binari che collegano la stazione di Messina Marittima alla nave. Il treno non ha l’aria condizionata, e nel ventre del Caronte fa un caldo infernale. Salgo sui ponti dell’immenso traghetto.
Lo stretto è un piacevole imprevisto, uno spettacolo da non perdere. Come dire: si parte in treno e ci si ritrova a fare un viaggio in nave. E ancora una volta si fuma una sigaretta, si guarda la terra che si avvicina o quella che si allontana, o le grandi onde che il traghetto diffonde intorno, nello stretto pieno di luci. «Quale immenso piacere hanno intenzione di levarci, costruendo il ponte», penso.
La traversata è breve. Dura mezz’ora, solo il tempo di una piccola ricreazione. Altrettanto ci vuole per smontare e rimontare il treno. Ma a Villa S. Giovanni aspettiamo ancora mezz’ora, prima che “la freccia” si rimetta in moto. Comincia un’attesa snervante. E’ l’una di notte e siamo appena usciti dalla Sicilia. Inizia il conto alla rovescia: mancano ancora 14, forse 15 ore. Sprofondo annoiato sui sedili dalla tapezzeria sporca e logora, di un anonimo marrone, e guardo con attenzione le vecchie stampe di Firenze e Venezia sopra la testa del mio vicino. Vado in bagno.
Davanti alla toilette incontro due migranti che parlottano nella loro lingua, mi guardano e mi lasciano passare. Quando torno verso il mio scompartimento intravedo, in fondo, la figura del controllore. Senza pensarci un attimo lo comunico ai due ragazzi, che si nascondono in bagno.
Dopo pochi minuti sono loro a raggiungermi nel mio scompartimento. Mi ringraziano e raccontano lo loro storia. Sono due etiopi richiedenti asilo, diretti a Roma, dove incontreranno parenti e amici della loro comunità. Come tanti sono sbarcati a Lampedusa. La Sicilia è terra di passaggio. Anche loro vanno al nord, come tanti meridionali.
Secondo il rapporto Svimez del 2005, sono circa 70 mila i meridionali che ogni anno si trasferiscono nel nord, (30mila i siciliani) per la gran parte in Lombardia, ma anche in Emilia Romagna in Veneto e a Roma. Tra questi, tra il 1992 e il 2002, 88 mila hanno tra i 25 e i 29 anni, 74 mila tra i 20 e i 24, in fuga da una terra che ha un tasso di disoccupazione giovanile del 46%, contro il 13% del nord. Su 50 mila laureati meridionali 20 mila, a tre anni dalla laurea, sono disoccupati. Tra quelli che trovano lavoro, un terzo si trasferisce al nord. Una ripresa della classica emigrazione degli anni ’50 e ’60, iniziata a partire dal 1993. Ma, a differenza di quella del passato, coinvolge spesso giovani qualificati in fuga da un tessuto produttivo in preda ad una profonda crisi industriale e occupazionale. E’ un fenomeno che l’allargamento della forbice tra nord e sud rimette inesorabilmente in moto.
Di questa “nuova” emigrazione la “freccia del sud” è piena. Basta fare un giro per i suoi stretti corridoio, la mattina, dopo una notte di sonno difficile. Quando -superata Napoli all’alba e Roma alle otto del mattino – il treno corre per recuperare il ritardo accumulato, a molti non dispiace fare quattro chiacchere per passare il tempo in un viaggio che sembra non doversi concludere mai. Cìè Alessandro che è nato a Vittoria, in provincia di Ragusa, e studia ingegneria a Bologna. La sua città è salita agli onori della cronaca lo scorso autunno, per la crisi del comparto agricolo che ha investito l’intero distretto, specializzato in produzioni da esportazione. Torna per dare gli esami, dopo una vacanza dai suoi genitori. C’è una signora catanese di mezz’età con una sigaretta in mano che si lamenta del divieto, e sputa parole di fuoco ai danni dell’ex ministro Sirchia. Va a trovare le sue figlie che hanno aperto una piccola azienda a Legnano. C’è Salvo, di 25 anni di Modica (Rg) che è diretto a Torino. Per 15 giorni lavorerà alla manutenzione dei binari del treno. «Non è un gran lavoro, specie se piove o se c’è caldo”, dice. Anche lui ha un contratto a termine, anche lui nutre la speranza della stabilizzazione. «Se potessi mi trasferirei a Torino con mia moglie e i miei due figli», aggiunge. E guarda annoiato le campagne della pianura padana. Manca ormai solo un’ora. Milano è vicina.