«Via Sarkozy», ma l’intifada non si ferma

La sinistra, unanime, ha chiesto ieri le dimissioni di Nicolas Sarkozy, mentre il ministro degli interni risponde evocando la tesi del «complotto»: i disordini sarebbero «orchestrati» da «gruppi organizzati». Nell’entourage di Sarkozy c’è chi evoca «islamisti radicali». Una trentina di sindaci di cittadine della banlieue parigina si è riunito ieri lanciando un appello alla calma e oggi manifesterà a Bobigny, «una risposta unitaria, solenne e silenziosa per dire basta, sono stati già fatti troppi danni». Il Medef (Confindustria francese) afferma che a causa delle distruzioni di questi giorni 163 persone sono in cassa integrazione e potrebbero perdere il posto. Le violenze sono continuate e il week-end si annuncia caldo: ieri, in piano giorno, ci sono stati incendi di auto in un parcheggio del centro commerciale di Bobigny2, a 200 metri dalla sede della Prefettura, mentre dei primi scontri hanno avuto luogo a Parigi città, nei quartieri popolari. L’agitazione dilaga anche fuori dalla regione Ile de France e ha raggiunto ormai un dipartimento della Normandia e le Bocche del Rodano, a sud. Era forte ieri l’emozione a Sevran, dove una donna handicappata di 56 anni è rimasta imprigionata giovedì sera in un autobus a cui dei giovani hanno dato fuoco. Ieri era ricoverata all’ospedale Saint Antoine nel reparto dei grandi ustionati. Oggi a Sevran verrà organizzata una marcia silenziosa per dire basta alle violenze. A Trappes sono 23 gli autobus bruciati in una sola notte. 600 auto sono andate in fumo nella notte tra giovedì e venerdì nella periferia parigina, cinque poliziotti sono rimasti leggermente feriti e si sono ripetuti gli spari con armi da fuoco contro dei commissariati. Ci sono stati dei problemi nei trasporti, in particolare la Rer B, perché i conduttori hanno rifiutato di lavorare per paura.

Il governo è in difficoltà, la situazione sembra sfuggirgli di mano e comincia persino a preoccuparsi per «l’immagine» della Francia all’estero, visti i titoli della stampa mondiale che puntano i riflettori sull’«Intifada del 93» (dal numero del dipartimento della Seine-Saint Denis, al centro della rivolta). Sarkozy insiste sulla sola linea della repressione: «Un buon numero di persone sono lì solo per scassare tutto. Dovranno renderne conto». Ed è proprio contro questo atteggiamento che la sinistra ha chiesto le sue dimissioni. Julein Dray, portavoce del Ps, chiede anche un dibattito all’Assemblea nazionale, in tempi brevissimi, «non solo per professare delle buone intenzioni ma perché le promesse fatte vengano davvero mantenute: ci vuole trasparenza, bisogna coinvolgere le associazioni di quartiere alla realizzazione di queste politiche». Dominique de Villepin ha ricevuto ieri a Matignon alcuni rappresentanti delle associazioni dei giovani dei quartieri: è la prima volta che ascolta le ragioni del disagio dilagante. Il sindacato degli insegnanti Snes ha chiesto ieri un «investimento massiccio» per realizzare una vera politica della scuola in queste zone. Chiedono «assunzioni di infermiere, assistenti sociali, consiglieri di educazione», tutto personale che era stato tagliato per fare economia.

L’estrema destra è all’attacco sul suo tema favorito. Marine Le Pen, la figlia del capo Jean-Marie, chiede al governo di imporre lo «stato d’emergenza» nei comuni della periferia parigina. Philippe de Villiers, il vandeano che vorrebbe ereditare i voti del Fronte nazionale, amalgama «giovani in rivolta» e «immigrazione» e chiede espulsioni.

I sindaci, di destra come di sinistra, denunciano questa irruzione dei politicanti nella crisi. Il primo cittadino di Sevran, Stéphane Gatignon (Pcf), spiega che i comuni sono messi di fronte a due tipi di difficoltà: da un lato, la diminuzione degli agenti di polizia, soprattutto di quelli che facevano della prevenzione, e dall’altro i tagli ai finanziamenti, che impediscono gli investimenti sociali, a cominciare dalla casa. «Non sono le persone di Neuilly (cittadina chic alle porte di Parigi, dove Sarkozy era sindaco, ndr) a cui vengono bruciate le macchine – dice – ma i vicini, a volte sono gli amici dei figli che danno fuoco». Adesso «bisogna salvare il salvabile, cioè le scuole. Bruciare una scuola significa buttare in strada i ragazzini dei quartieri».