«Via le basi dalla Sardegna»

A Cagliari non si parla solo di pace, ma anche di «liberarsi» delle servitù militari

Maria, che non ha ancora vent’anni, sorregge uno striscione bianco e nero sul quale sta scritto, in sardo barbarino, che gli americani se ne devono andare dalla Sardegna. Gli americani, soldati e ufficiali della marina degli Stati Uniti, in Sardegna stanno a Santo Stefano, la base nell’arcipelago della Maddelena che ospita sommergibili a propulsione e ad armamento atomico. Insieme ad altre duemila e cinquecento persone, Maria ieri è venuta a Cagliari con i suoi compagni di liceo (l’«Asponi» di Nuoro) per dire che quella base deve chiudere, per chiedere che la Sardegna sia liberata da servitù militari che occupano un’estensione di territorio che, da sola, supera di molto quella di tutte le altre regioni italiane messe insieme. Via le truppe dall’Iraq, via le basi dell’isola: questa la richiesta del corteo che ha sfilato per le vie del centro. Con partenza dal porto, zona nucleare, nell’area militare, attrezzato a ospitare navi e sottomarini atomici. «Da qui siamo voluti partire – dice Mariella Cao, leader di Gettiamo le basi, uno dei gruppi storici del pacifismo sardo – per dare un segnale forte. L’occupazione a scopi militari di tanta parte della Sardegna non tocca solo il Salto di Quirra o Teulada o la Maddelena; tocca anche il capoluogo della regione, nel suo cuore commerciale, il porto».

Sui moli le bandiere della Cgil insieme a quelle del’Irs, il movimento indipendentista, gli striscioni del Cagliari Social Forum insieme a quelli di Sardigna Natzione e della Tavola sarda della pace. Ma soprattutto, vera anima del corteo, le bandiere e gli striscioni delle tante piccole realtà che, sul tema della pace e del «no» alla presenza militare in Sardegna, sono cresciute dappertutto nell’isola. Segnale, quello arrivato ieri, di un movimento che non ripiega su se stesso. Si allarga, invece, cresce. Cresce sino ad arrivare a Dolianova, un piccolo paese del Campidano, dove da un anno lavorano quelli del collettivo Aboxina, tutti ragazzi e ragazze molto giovani. Sfilano sotto un loro striscione multicolore. «Rifiutiamo la guerra – dicono – come strumento di dominazione nei confronti di altri popoli».

Partono dalla guerra e arrivano ad altro, senza che tra i due piani del discorso ci sia soluzione di continuità. Parlano di come sia difficile vivere in un posto come Dolianova, con tassi di disoccupazione altissimi: «Ci sentiamo frustrati per le situazioni di emarginazione che viviamo nel nostro paese: dalla tossicodipendenza alla microcriminalità». Distribuiscono un volantino in cui scrivono di sognare un mondo «senza egoismi, senza indifferenza, un mondo che sia un laboratorio dove le persone diventino critiche e creative». Dentro il movimento c’è anche questo. Forse ieri c’era soprattutto questo: la capacità di tenere insieme il tema generale della difesa della pace con la concretezza di molte e diverse realtà di esperienza individuale e collettiva, vissute negli angoli più diversi di una regione in cui le servitù militari sono solo una delle facce di un malessere, di una tensione sociale che hanno molte altre cause.

«Questo mi sembra importante di quanto vedo oggi – dice Franco Uda, dirigente provinciale dell’Arci – Che la dimensione locale e quella generale siano strettamente intrecciate. Che è poi ciò che ha consentito di tenere insieme le tante anime e le tante sensibilità che sono qui per gridare no alla guerra, ma anche per dire che il futuro di questa regione può e deve essere diverso». Sensibilità diverse, dentro un corteo che attraversa la città come in una grande festa, in una giornata che è già di primavera. Ci sono quelli del Movimento gay sardo con i cartelli che ritraggono George W. Bush armato sino ai denti e lo indicano come l’unico vero pericoloso terrorista da combattere; ci sono i dirigenti del Partito di Rifondazione comunista e quelli dei comunisti italiani; ci sono gli indipendentisti dell’Irs (Indipendente repubblica sarda). Ma contare tutte le sigle non è possibile. Più facile contare le assenze. Nessuna presenza ufficiale dei Ds o di altri partiti del centrosinistra, della coalizione che governa la regione.