«Via da Prodi E salviamo falce e martello»

«Lasciamo Prodi e teniamoci la falce e martello». Così recita l’appello lanciato da alcuni operai comunisti e firmato da una sessantina di dirigenti dei Comunisti italiani. Destinatario, Oliviero Diliberto, segretario del Pdci. Una lettera aperta che elenca tutte le critiche da sinistra al Pdci e a quei partiti che «dicono certe cose in campagna elettorale e poi ne fanno altre». Segretari locali, membri del comitato centrale,. dirigenti della Fgci. Tutti «delusi» dai 142 parlamentari di Pdci, Prc, Verdi e Sinistra democratica che «contano meno di Dini e dei suoi due amici». Delusi da un partito che ha scelto di «non essere un’alternativa al Pd, ma una dépendance di sinistra di Prodi». Critiche al simbolo — «siamo contrari a che nella Cosa Rossa sìa stata cancellata la falce e il martello» — ma anche alla politica: le finanziarie «lacrime e sangue», l’aumento delle spese militari, le leggi ad personam rimaste al loro posto, la guerra in Afghanistan, la Tav, la base di Vicenza, «l’attacco alle pensioni», il «nulla di fatto» contro il lavoro precario.
Lapidaria la risposta di Diliberto: «Sarebbe facile raccogliere le firme di pressoché tutti i segretari regionali e provinciali a sostegno della linea. Ma vogliamo evitare di infierire». Da ambienti della segreteria si infierisce un po’ di più: «Non è più stagione di scomuniche e anatemi, ma laicamente se questi carissimi compagni decidessero di lasciarci, gli faremmo tanti auguri». Si fa notare che il Comitato centrale è fatto di 393 membri e che nell’appello ce ne sono solo 24 e che la Cosa Rossa non ha ancora preso una decisione definitiva sulla falce e martello. A chi, all’ultima manifestazione, faceva notare come nel simbolo della «Sinistra, l’Arcobaleno» ci fosse solo un segno grafico, Diliberto rispondeva mostrando altre bandiere, dove di falce e martello ce n’erano ben due. Diliberto sostiene ancora la necessità di mantenere l’antico simbolo dei lavoratori. E in segreteria, l’offensiva di Marco Rizzo prima e soprattutto ora dei critici alla linea di Diliberto trova risposte più che decise: «Nella gara a chi è più comunista degli altri, è un bizzarro ma anche triste segno dei tempi che i comunistissimi, invece di portare le loro ragioni negli organi di partito, ricorrano a lettere aperte come qualunque fighetto piccolo-borghese».